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Cobalto, solo Apple sta monitorando i suoi fornitori

Lo sfruttamento minorile in Congo prosegue

C'è un filo rosso tra le batterie elettriche, l’estrazione di cobalto e lo sfruttamento del lavoro minorile nelle miniere della Repubblica Democratica del Congo. Più della metà della produzione mondiale di cobalto, un componente fondamentale delle batterie al litio, proviene dalla Repubblica Democratica del Congo e nel 20 per cento dei casi è estratto a mano. Amnesty International ha documentato casi di minori e adulti impegnati a estrarre il cobalto in tunnel strettissimi, costantemente a rischio di subire incidenti mortali e di contrarre gravi malattie polmonari.

I principali produttori di apparecchi elettronici e veicoli alimentati da batterie elettriche non stanno ancora facendo abbastanza per fermare le violazioni dei diritti umani presenti nella catena dei fornitori di cobalto. Amnesty International ha esaminato una serie di grandi aziende - tra le quali Apple, Samsung Electronics, Dell, Microsoft, BMW, Renault e Tesla - e i contratti di estrazione del cobalto di cui si riforniscono.

“Le nostre indagini iniziali avevano concluso che il cobalto estratto in condizioni terribili da minori e adulti della Repubblica Democratica del Congo entrava nella catena di fornitori dei principali marchi mondiali. Quando li abbiamo contattati, molti non sapevano neanche da dove provenisse il cobalto presente nelle loro batterie”, ha dichiarato Seema Joshi, direttrice del programma Economia e diritti umani di Amnesty International.

“A quasi due anni di distanza, alcune delle più ricche e potenti aziende del mondo stanno ancora accampando scuse perché non hanno indagato sulla loro catena di fornitori. Persino quelle che lo hanno fatto, non rendono noti i rischi per i diritti umani e le violazioni che hanno riscontrato. Se le aziende non sanno da dove viene il cobalto, figuriamoci i loro clienti”, ha commentato Joshi.

Il cobalto estratto in questo modo viene lavorato da un’impresa cinese, la Huayou Cobalt, per finire nelle batterie usate per alimentare apparecchi e auto elettriche di 29 aziende. Nel corso del 2017 Apple è diventata la prima azienda ad aver pubblicato la lista dei suoi fornitori di cobalto. Secondo le ricerche di Amnesty International, è l’azienda leader in tema di fonti di cobalto responsabili. Dal 2016, Apple sollecita Huayou Cobalt a identificare e rimediare alle violazioni dei diritti umani lungo la catena dei fornitori.

Dell e Hp hanno mostrato qualche segnale, iniziando a indagare sui fornitori legati a Huayou Cobalt e hanno adottato politiche più rigorose per individuare i rischi per i diritti umani e le violazioni collegate nella catena di fornitori del cobalto. È allarmante, invece, che altre grandi aziende abbiano fatto ben pochi progressi.

Microsoft, per esempio, è tra le 26 compagnie che non hanno messo a disposizione informazioni sui loro fornitori, come le aziende che fondono e raffinano il cobalto. Ciò significa che Microsoft non è in linea neanche con i minimi standard internazionali. Lenovo ha svolto azioni veramente minime per identificare i rischi per i diritti umani o per chiarire i suoi rapporti con Huayou Cobalt e la Repubblica Democratica del Congo. Mentre Apple e Samsung Sdi hanno identificato le aziende che fondono il cobalto, non hanno però valutato i rischi per i diritti umani collegati alle attività di questi ultimi. Questo rende impossibile valutare se le responsabilità in termini di diritti umani siano rispettate o meno.

I produttori di veicoli elettrici si comportano peggio rispetto a quelli di altri settori quando si tratta di “pulire” le loro batterie. Renault e Daimler sono valutati molto male, non avendo soddisfatto neanche i requisiti minimi su trasparenza e “due diligence”.

BWM è il produttore che si comporta meglio tra quelli esaminati, avendo introdotto alcuni miglioramenti nelle politiche e nelle prassi relative al cobalto, ma non hanno ancora reso noti i nomi delle aziende che fondono e raffinano il cobalto né hanno intenzione di rivelare quali valutazioni siano state fatte sulle prassi di “due diligence” delle aziende che fondono il cobalto.

Tutti dovremmo porci la domanda: quanto costa il nostro progresso e la svolta verso l'elettrico?


Autore: Angela Pagani

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