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Covid19: i conti che non tornano

Titoli giornalistici e realtà del contagio

(4 ottobre 2020 di Manuel D'Elia) - Numero dei contagiati: ne ho scritto ancora ma giova ricordarlo. Corrisponde nient'altro che al numero di positivi ad un tampone ed ha un tasso di fallibilità altissimo. Il dott. Rigoli (primario di microbiologia a Treviso ed attuale consulente covid per la Regione Veneto) ha riconosciuto già ad agosto che, per trovare i "positivi" hanno dovuto amplificare di molto il segnale rispetto a quanto succedeva a marzo/aprile, altrimenti sarebbero sostanzialmente tutti negativi. 

La Spagna, da un giorno all'altro, ha deciso di ridefinire i protocolli di positività, eliminando i casi ad alto numero di cicli PCR  (in sostanza: hanno eliminati quei casi nei quali, per trovare il virus, occorreva amplificare il segnale talmente tanto che perdeva di ogni significatività). I contagi in Spagna si sono dimezzati. Da quasi 10.000 al giorno a meno di 5.000. Inutile dirlo: praticamente tutti asintomatici, sia quelli di prima che quelli di adesso.

Quindi quando si legge sui giornali "mai così tanti contagi da aprile", non si fa buona informazione e si stanno confrontando le classiche mele e pere. E spiego perchè con qualche esempio: Il Genoa conta 14 positivi tra positivi e staff. Interviene il virologo Galli: ''probabile un errore diagnostico"
Ma quando chiude una fabbrica per qualche positivo asintomatico? Una classe intera in quarantena per un bambino con il raffreddore? Perché in quei casi Galli, o chi per lui, non si fa sentire?  Dice Galli che ha già visto casi di molti falsi positivi, intanto c'è gente che non può lavorare con questo scherzetto.

Quanto al numero dei morti (che a livello mondiale è sul milione tondo), sappiamo bene come vengono calcolate le vittime per Covid ed è decisamente imbarazzante. Esempio: l'uomo di 41 anni annegato in mare. Gli hanno fatto il tampone post-mortem, era positivo. E' stato calcolato nelle vittime per covid, concorre a formare il "milione" e i giornali ci hanno fatto il titolo "Muore annegato, era positivo".

Il Governatore Zaia ha raccontato in conferenza stampa una pratica frutto di imposizione governativa. Se una persona viene diagnosticata positiva a febbraio, magari anche asintomatica, poi si negativizza a marzo e muore per infarto (o cancro, o incidente stradale!) a settembre, è una vittima covid. Perché, se una volta nella vita sei risultato positivo, anche se poi sei ufficialmente "guarito", quando muori, muori per covid.
Questo milione, quindi, quanto è attendibile? 

Serve serietà soprattutto da parte dei giornali: molti hanno dato il peggio di sé durante la pandemia, rimestando nel sensazionalismo utile a vendere copie. Commuoversi o forzare la mano per ogni novantenne che fa quello che fanno tutti i novantenni fanno da quando esistono (passare a miglior vita), non è buona informazione. Riportare i numeri dei ricoveri ospedalieri nemmeno, perchè vale lo stesso discorso. Se io entro in ospedale per un'appendicite, di prassi mi fanno il tampone (quello inattendibile di prima). Se per caso risulto positivo, anche se non ho nessun sintomo, mi si può mettere il +1 ai ricoveri covid. 

Quali sono gli effetti di questo terrorismo mediatico? L'economia collassa, sia perché la gente ha paura, sia perché, anche se capisce, viene messa nell'impossibilità di lavorare. La sanità si blocca, perché nell'attesa del covid tutto il resto è noia. Quanti screening sono stati rinviati? Quanti interventi, più o meno gravi, sono in lista d'attesa? Senza contare il delirio di regole che la stampa contribuisce ad appoggiare?

Studenti che in classe non possono scambiarsi una matita, ma il pomeriggio giocano a darsela al parco. A scuola con le finestre aperte a soffrire il freddo. Docce vietate dopo la palestra o la piscina: fuori con i capelli bagnati. E poi ci stupiamo se a qualcuno viene il raffreddore? Niente di grave, se non fosse che, a catena, così si rischia di bloccare un paese e poi un... Paese.

Sarebbe ora di rimediare. Meritiamo una informazione attenta e rigorosa.

(4 ottobre 2020)

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La strategia del terrore continua

(Manuel d' Elia 28 agosto 2020) - E' storia vecchia, dibattuta dall'inizio della cosiddetta pandemia: quanti dei morti per covid-19 sono effettivamente morti ''per'' il coronavirus, e non ''con'' il covid19?
Emblematico il caso del finanziere trentenne morto "per covid" a maggio. Il Resto del Carlino titolava "è la vittima più giovane". Poi leggevi sotto: era in coma (stato vegetativo da due anni): un collega gli sparò accidentalmente alla testa.
Chissà cosa l'avrà ucciso...

In ogni caso, squadra che vince non si cambia. Il bollettino ufficiale del 26 agosto dichiara 13 morti per covid. Ma è lo stesso Governatore del Veneto, Zaia, che di casi ne registra ben 11, a spiegare in conferenza stampa da dove deriva questo numero, all'apparenza piuttosto alto: si tratta, in gran parte, di soggetti, quasi tutti anziani, contagiati dal virus (leggi: risultati positivi al tampone) nei mesi scorsi, nel frattempo negativizzatisi, ma che su indicazione del Ministero della Sanità vanno registrati comunque come soggetti con infezione da covid.

Riepilogo: risulti positivo al tampone a marzo (magari pure asintomatico), i tamponi successivi danno esito negativo, muori per infarto o, addirittura per incidente stradale, a fine agosto: ufficialmente sei morto per covid.
Tra l'altro, affidabilità del tampone? Non pervenuta. Ricordiamo con in Tanzania hanno testato capre e papaie, ottenendo risultati positivi.
E così, la strategia del terrore può continuare. A qualcuno converrà. Certo così i vaccini si vendono meglio. E' per il nostro bene.
(28 agosto 2020)

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Lo strano divario tra Italia e Germania

(28 marzo 2020) - Noi italiani abbiamo deciso di procedere così. Viene ricoverato un uomo in ospedale. Primo tampone: negativo. Secondo tampone: negativo. Terzo tampone: positivo. Il paziente muore. La morte viene attribuita al covid-19 (leggi qui).

Altro caso: paziente già ricoverato per altre patologie (ad esempio cancro terminale). Muore. Tampone positivo: non è morto di cancro, ma per coronavirus. E avanti così per la maggioranza dei casi. I nostri vicini germanici evidentemente utilizzano un altro criterio: muore qualcuno di tumore, il tampone nemmeno glielo fanno. Ed ecco che forse si spiegano i diversissimi tassi di mortalità.

Qual è il criterio corretto, se ne esiste uno? Di sicuro i tedeschi ne guadagnano in riduzione dell’ansia. Sentire il bollettino di guerra, ogni giorno sempre più pesante, non giova certo all’umore. E con l’ansia, protratta nel tempo, arrivano anche le patologie. La mente è potente: se ti convinci che sei malato, puoi ammalarti veramente.

E teniamo a mente: si può come detto presumere che tedeschi e italiani non siano poi così diversi. Che siamo partiti da una situazione simile e con una simile evoluzione. Eppure loro non hanno, fino ad ora, bloccato praticamente nulla, se non a livello dei Lander più colpiti. La gente può continuare a spostarsi, incontrarsi, lavorare, vivere. Mentre noi abbiamo bloccato sostanzialmente tutto. Se queste misure funzionassero, loro dovrebbero essere ormai al tracollo, nonostante possano contare su una migliore dotazione di posti di terapia intensiva. Nulla di tutto questo: i dati mutano di giorno in giorno ma manifestano un forte divario tra Italia e Germania.

Segnaliamo sull’argomento lo sfogo di un medico in prima linea, il dott. Fabrizio Lucherini, radiologo ( guardalo qui). Italiani e Tedeschi allora sono così diversi? Parrebbe di sì visto che, per la stessa malattia (covid-19), noi lamentiamo molti più morti: un rapporto di circa 1 a 47 (dati  in tempo reale: qui).  Il tasso di letalità italiano sarebbe  al 9%, contro quello tedesco fermo al 0,4%. Si è detto che i teutonici sono stati più previdenti. Hanno molti più posti in terapia intensiva di quanti ne sono rimasti a noi dopo anni di tagli alla sanità: noi 2,6 posti ogni 1.000 abitanti, loro 6 ogni 1.000.
Forse hanno una popolazione mediamente più giovane e questo aiuta, se hai a che fare con un virus che uccide soprattutto gli anziani.

Resta il mistero: se ti becchi il Covid19 in Italia, hai 22 (diconsi ventidue) volte la probabilità di morire che se ti colpisce in Germania. Qualcosa non torna.
(28 marzo 2020 - Manuel D'Elia)


Autore: Manuel D'Elia

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