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Covid e povertà educativa

Allarmanti i dati Istat

La povertà educativa è data non solo dal  reddito dei genitori che determina l'accesso a ciò che aiuta un bambino a crescere, ma anche dall’ambiente circostante: ci sono cioè altri fattori oltre al reddito da monitorare nel contesto della povertà educativa minorile perchè l’apprendimento non avviene solo a scuola, ma dappertutto.

Secondo l’ISTAT, in Italia abbiamo attualmente 1 milione e 137 mila minori che vivono in povertà assoluta su un totale di 9 milioni e 800 mila. E secondo Save the Children dopo il COVID-19 sarebbero in aumento. La mancanza di risorse espone i minori non protetti a rischio anche alla povertà educativa perchè il primo elemento importante per i bambini è il reddito dei genitori e la certezza del reddito, mensile e annuale.

La povertà si riverbera sull’educazione dei bambini in aspetti pratici: non poter acquistare quaderni e libri, vivere in una casa troppo piccola e non avere quindi uno spazio dedicato allo studio, non avere un device per svolgere la didattica a distanza.

''Con i Bambini'' società senza scopo di lucro che ha il compito di dare attuazione ai programmi del Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile. Marco Rossi Doria, esperto di politiche educative e sociali, maestro di strada e insegnante di frontiera, ne è vicepresidente. ''Con i Bambini'' ha chiesto che una percentuale del Recovery Fund sia destinato alla povertà educativa. La quota di PIL investita in istruzione e formazione è ferma al 3,8% in Italia, contro una media dei nostri partner europei del 4,6%. Si tratta di una differenza di miliardi di euro.

La povertà educativa è non poter avere gli strumenti per l’educazione digitale che si è resa necessaria in questo anno di emergenza sanitaria. Ma esiste un digital divide, ovvero divari nell’uso e nell'accesso alle tecnologie.

La pandemia ha accentuato i divari in apprendimento, anche perché il digitale ha lavorato in supplenza della Scuola in presenza. La Didattica a Distanza è stata l’unica modalità per mantenersi in relazione con la formazione e l’apprendimento scolastico durante il periodo di chiusura delle scuole, ed è stata una grande occasione di innovazione didattica, utile ai ragazzi, ai docenti e ai genitori. Può certamente continuare a integrare la didattica in presenza e aiutare a comprendere come usare la rete in maniera critica oppure per imparare a lavorare in gruppo, sposta inoltre la scuola anche in luoghi aperti.
Ma per usarla in maniera egualitaria dobbiamo risolvere il problema della rete, della connettività e dei device e di chi aiuta quel bambino a entrare nella partita.

I ''device'' (ovvero gli strumenti per connettersi) sono importanti, ma ci sono zone dove spesso non c’è rete e dove quindi si frappone un altro tipo di problema per raggiungere gli studenti.

C'è dunque anche una povertà sociale e comunitaria: per un bambino vivere in una zona interna spopolata, fa sì che i tuoi coetanei siano a molti km di distanza, e vivere in quartieri disperati, come le periferie del Mezzogiorno, dove spesso domina la cultura della criminalità organizzata, non aiuta. Risiedere in un quartiere degradato, non curato, senza verde e parchi giochi, dove i palazzi non hanno manutenzione e non ci sono servizi interviene dunque nella condizione di povertà educativa, che dipende anche dal vivere in luoghi dove sono venute a mancare le occasioni di ritualità comune, tradizioni di carattere comunitario che trasmettono un senso di identità e di appartenenza, e questo elemento unisce i bambini ricchi e i poveri.

Se questo si somma alla difficoltà dei genitori a rispondere adeguatamente a difficoltà, fragilità personali, problemi familiari, la condizione di povertà educativa si aggrava perchè la Scuola non può compensare tutto questo da sola e non riesce a dare di più a chi parte con meno. Quindi le condizioni di partenza degli alunni sono fondamentali.

Tutto questo accade in un sistema che investe poco sull'istruzione: la quota di PIL investita in istruzione e formazione è ferma al 3,8% in Italia, contro una media dei nostri partner europei del 4,6% un delta calcolabile in miliardi di euro.

Secondo Rossi Doria le risorse non devono essere dirette solo sulle scuole.  Occorrerebbe investire in comunità educanti che si dedicano alla rimarginazione delle disuguaglianze. Per comunità educante si intende una realtà radicata in un territorio circoscritto, dove far crescere elementi di appartenenza identitaria e spirito di comunità. Può essere un rione di una grande periferia o una valle di una comunità montana dove si promuove l'adozione e l'uso di beni comuni come occasioni per creare comunità. Affetto e cura per ciò che è comune, nutrono le comunità educanti.

Per costruire comunità educanti occorre allineare Scuola, amministrazione locale, associazionismo e le famiglie, intese come nucleo di cittadini.

La Scuola è ovviamente fondamentale: costituisce il luogo delle regole comuni, offre una ritualità importante, dà accesso al sapere dell’umanità e permette di avere orizzonti più ampi. "A Scuola impari, puoi diventare altro da quello che pensavi di dover essere e, soprattutto, impari ad imparare” afferma Marco Rossi Doria, già sottosegretario all'Istruzione, docente di strada ed esperto coinvolti in numerosi progetti pilota. Occorre che la famiglia partecipi ai momenti della scuola e si creino occasioni utili anche nella formazione di un senso di cittadinanza e appartenenza.

Un comitato di esperti aveva cercato 10 anni fa una metodologia in grado di costruire un Indice della Povertà Educativa (IPE) costituita dalla presenza territoriale dei nidi, dove i bambini possano stare in un ambiente di socializzazione protetta e competente, la possibilità di usufruire di un tempo scuola pieno o prolungato la presenza di una mensa scolastica, l’esistenza di aule collegate a internet, la presenza di opportunità culturali e sportive.

E siccome si apprende per strada, in una biblioteca di quartiere, perché vai a teatro e al cinema, perché suoni uno strumento musicale, perché frequenti un luogo di aggregazione giovanile, servirebbero quartieri infrastrutturati da occasioni di apprendimento. Se ben organizzati cambiano la vita quanto una Scuola buona. I minori poveri nella maggior parte dei casi vivono, invece, in quartieri dove non esistono questi elementi infrastrutturali.

Una sfida non secondaria e non accessoria. Occorre fare di questa pandemia e delle nuove emergenze sociali, il problema principale di chi amministra.

 

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