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Beatles, ''My Bonnie'' - di Riccardo Petroni

E’ avvenuto 60 anni fa: un ciclone chiamato Beatles

di Riccardo Petroni - La mia  canzone del cuore è "My Bonnie" dei Beatles. E' quella  che ha dato il via a  tutto.

Era il 1961. Avevo 10 anni (a Firenze). Il 13 agosto la Germania dell’Est, governata da Walter Ulbricht, costruì “l’Antifaschistischer Schutzwall”, in italiano: "barriera di protezione antifascista", meglio conosciuto come “Muro di Berlino”, che divise drammaticamente la Germania fino al 1989. Era l’inizio della cosiddetta “Guerra Fredda” fra “blocco comunista” e blocco “occidentale”.
E l’Europa tremò, sfiorando lo scoppio della  Terza Guerra Mondiale.

Ma a pochi chilometri a nord di Berlino, nel dicembre di quello stesso anno, avvenne un altro evento che avrebbe cambiato il mondo, a colpi però di musica, colori e amore.
Tre ragazzini sbarbatelli a Liverpool entrarono nel negozio di dischi gestito da certo Brian Epstein, il rampollo di una ricca famiglia ebrea, che gli aveva aperto quel negozio per vedere di fargli fare qualcosa, essendo Brian uno sfaccendato. Sfaccendato ma curioso come un gatto, tenuto anche conto del suo carattere riservato ma fuori dagli schemi.

I ragazzini gli chiesero se aveva il 45 giri della canzone “My Bonnie”. Lui rispose di no ed i ragazzini se ne andarono. Poco dopo, in quello stesso giorno, ne arrivarono altri che chiesero la stessa cosa.
Anche a loro disse che non aveva mai sentito quella canzone. Al terzo gruppo chiese chi la cantava. Risposero “i Beatles”.
La canzone diceva più o meno così:
La mia Bonnie si trova sopra l'oceano,
La mia Bonnie si trova sopra il mare,
La mia Bonnie si trova sopra l'oceano,
Oh, riportare la mia Bonnie a me”.

L’introduzione era ancora in tedesco, in quanto si trattava di una prova di registrazione fatta ad Amburgo. Molto incuriosito Brian chiese chi erano i “Beatles” e dove suonavano.
Risposero che erano 4 ragazzotti di Liverpool che si esibivano al “Cavern Club”, una cantina buia ed umida, alla periferia di quella città industriale, annerita dal fumo dei riscaldamenti a carbone.
La sera stessa Brian decise di andarli a sentire.
Ritenne infatti davvero inconsueto che tanti ragazzini si interessassero a questo gruppo sconosciuto, che aveva un nome così orrendo. Già, perché “Beatles” veniva dalla fusione della parola “beat”, che vuol dire battere, fare rumore, disturbare e “beetles”, che vuol dire “scarafaggi” con “ea” al posto di “ee”.

Arrivato davanti al locale Brian scese le scale che portavano all’ingresso e si trovò così un una cantinotta a volta stretta e lunga, con i mattoni a vista anneriti. In fondo, su di un palco improvvisato suonavano in modo scompigliato, per ore ed ore, quattro ragazzi. E mentre suonavano approfittavano per mangiare, parlare, ridere e schiamazzare con il pubblico.
Vestivano di scuro con tanto di cravatta nera ed avevano delle strane capigliature “a zazzera” che muovevano in modo “schizzato”.
Avevano preso quel look in Germania, ad Amburgo, dove erano andati ad accompagnare Tony Sheridan, un cantante che imitava grossolanamente Elvis Presley, l’idolo del momento.
I quattro ragazzi si chiamavano John, Paul, George e Ringo. Il più anziano, John, aveva 21 anni. Il più giovane, George aveva 18 anni (era quindi minorenne).

A prima vista Brian Epstein rimase inorridito, ma in loro c’era qualcosa che attirava fortemente la sua attenzione. Tanto che tornò più volte a sentirli. Fino a che una sera di quel lontano dicembre 1961 li convocò e firmò con loro un contratto, diventando il loro “manager” (aveva 27 anni). Manager di quello che di lì a pochi mesi sarebbe diventato il più importante gruppo musicale di tutti i tempi.
Gruppo che ha cambiato la storia della musica e le abitudini di milioni di giovani in tutto il mondo. E fra i quali c’ero anch’io.

 

BEATLES "My Bonnie"
(1961)

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