Attualità, Persone & Idee

Lady Birmania, nega e si difende

Ma le è stato ritirato il titolo di ''Ambasciatrice della Coscienza''

Era stata nominata “Ambasciatore della coscienza”. Nel 2009 Aung San Suu Kyi era circondata solo da stima reverenziale. Ma questo titolo le è stato ritirato l’11 novembre scorso quando Kumi Naidoo, segretario generale di Amnesty International.

Finalmente  è comparsa a rispondere delle persecuzioni che lei (a suo tempo perseguitata) ha inflitto al popolo dei Rohingya. E' accusata di non aver usato la sua autorità politica e morale per salvaguardare i diritti umani, la giustizia e l’uguaglianza in Myanmar e salvaguardare i Rohingya. Peggio: è stata palesemente indifferente di fronte alle atrocità commesse dall’esercito e alla crescente intolleranza rispetto alla libertà di espressione.

Quando nel 2013 fu finalmente in grado di ritirare il premio, Aung San Suu Kyi chiese ad Amnesty International di “non distogliere lo sguardo e i pensieri da noi” e di “aiutarci a essere un paese dove si fondano la speranza e la storia” afferma Kumi Naidoo, segretario generale di Amnesty International.

“Quel giorno Amnesty International prese quelle richieste molto sul serio. Oggi, proviamo profondo sconcerto per il fatto che Lei non rappresenti più un simbolo di coraggio, di speranza e di imperitura difesa dei diritti umani. Amnesty International non può più valutare il Suo comportamento come coerente al riconoscimento assegnatole ed è pertanto con grande tristezza che ci accingiamo a revocarlo”, ha scritto Naidoo ad Aung San Suu Kyi.

Da quando, nell’aprile 2016, Aung San Suu Kyi è diventata leader di fatto del governo a guida civile, la sua amministrazione è stata parte attiva nella commissione e nel perpetuarsi di molteplici violazioni dei diritti umani. Ripetutamente criticata per non aver preso la parola nei confronti delle atrocità commesse dai militari contro la popolazione rohingya dello stato di Rakhine, nel nord di Myanmar, che vive da anni sotto un sistema di segregazione e discriminazione equivalente all’apartheid, ha persino negato che vi fossero violenze a carico del governo.

Ma le sue forze di sicurezza hanno ucciso migliaia di persone, stuprato donne e bambine, arrestato e torturato uomini e bambini e incendiato migliaia di case e di villaggi. Oltre 720.000 rohingya sono fuggiti in Bangladesh. Un rapporto delle Nazioni Unite ha chiesto che alti ufficiali dell’esercito siano indagati e processati per il crimine di genocidio.

“Il suo diniego della gravità e dell’ampiezza delle atrocità commesse contro i rohingya significa è gravissimo".

Negli stati di Kachin e Shan, Aung San Suu Kyi non ha usato la sua influenza e la sua autorità morale per condannare le violenze dell’esercito, per promuovere indagini sui crimini di guerra o per difendere i civili appartenenti alle minoranze etniche su cui ricade il peso dei conflitti. Per rendere ancora peggiori le cose, il governo civile ha imposto forti limitazioni all’accesso umanitario, aumentando la sofferenza di oltre 100.000 sfollati.

www.giornalesentire.it - riproduzione riservata*

Gallery

Commenti (0)