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Birmania, la Polizia continua a sparare

Myanmar, dopo la pulizia etnica sui Rohingya il colpo di stato

Era stata nominata “Ambasciatore della coscienza”. Nel 2009 Aung San Suu Kyi era circondata solo da stima reverenziale. Ma questo titolo le venne anche ritirato per la repressione sui Rohingya. Un mese fa il colpo di stato per mano dei militari con i quali Lady Birmania goverrnava e lei è stata arrestata: il Myanmar  è ripiombato nella incertezza. Le ultime notizie parlano di linee telefoniche interrotte e quindi niente internet, gente in fuga dalla capitale, scontri.

Le forze di sicurezza di Myanmar da giorni hanno aperto il fuoco contro le proteste inizialmente pacifiche contro il colpo di stato del 1° febbraio. Da allora ad oggi i morti sarebbero più di 150. Tra questi a simbolo di tutti la giovane 19enne fermata da una pallottolla alla testa mentre manifestava.

Resterà nell'immaginario collettivo l'immagine di suor Ann Nu Thawng che in lacrime implora la polizia di fermare la violenza e gli innumerevoli arresti di manifestanti.

Amnesty International si è dichiarata scioccata per l'uso della forza letale da parte della polizia e dell'esercito di Myanmar e ha chiesto l'immediata fine dell'impiego delle armi da fuoco contro i manifestanti pacifici che scendono in piazza da un mese in varie città del paese.

A capo di Myanmar è ora l'alto generale Min Aung Hlaing, che la Missione delle Nazioni Unite di accertamento dei fatti ha chiesto sia indagato e processato, insieme ad altri militari di alto grado, per crimini di guerra, crimini contro l'umanità e genocidio.

5 marzo 2021

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LUCI ED OMBRE su LADY BIRMANIA

Per i più Lady Birmania è un simbolo, ma non può essere taciuto il recente passato e di aver deluso i suoi concittadini e il mondo per le persecuzioni che lei (a suo tempo perseguitata) ha inflitto al popolo dei Rohingya.

E' infatti accusata di non aver usato la sua autorità politica e morale per salvaguardare i diritti umani, la giustizia e l’uguaglianza in Myanmar e salvaguardare i Rohingya. Peggio: è stata palesemente indifferente di fronte alle atrocità commesse dall’esercito e alla crescente intolleranza rispetto alla libertà di espressione. Secondo un rapporto delle Nazioni Unite, Suu Kyi e il governo civile del paese,  dal 2016 governava il Myanmar in cooperazione con i militari, che «non hanno usato la loro posizione e la loro autorità morale per evitare gli eventi che si sono verificati nella regione del Rakhine».

Da quando, nell’aprile 2016, Aung San Suu Kyi è diventata leader di fatto del governo a guida civile, la sua amministrazione è stata parte attiva nella commissione e nel perpetuarsi di molteplici violazioni dei diritti umani. E' stata ripetutamente criticata per non aver preso la parola nei confronti delle atrocità commesse dai militari contro la popolazione rohingya dello stato di Rakhine, nel nord di Myanmar. Le sue forze di sicurezza hanno ucciso migliaia di persone, stuprato donne e bambine, arrestato e torturato uomini e bambini e incendiato migliaia di case e di villaggi. Oltre 720.000 rohingya sono fuggiti in Bangladesh. Un rapporto delle Nazioni Unite ha chiesto che alti ufficiali dell’esercito siano indagati e processati per il crimine di genocidio.

Venne ripetutamente chiesto al Comitato per il Nobel norvegese il ritiro del premio Nobel per la pace assegnato nel 1991. La possibilità di un ritiro del premio assegnatole nel 1991 era circolata sui media dopo che una commissione delle Nazioni Unite aveva raccomandato di processare i capi delle forze armate del Myanmar per genocidio e per altri crimini contro l’umanità, commessi nei confronti della minoranza di religione musulmana che vive nel paese, i Rohingya.

Il Comitato per il Nobel norvegese rispose che il premio Nobel per la pace non poteva esserle revocato.
(settembre 2017)

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