
Le rizomorfe di Egeon
Dal 24 ottobre nuova mostra nell'hinterland milanese
Egeon è un artista che opera nello spazio pubblico, dove muralismo e installazione sono i linguaggi attraverso cui interroga il rapporto tra immagine, luogo e memoria. Il suo lavoro nasce dall’ascolto dei contesti in cui interviene, trasformando muri, architetture e paesaggi in superfici di indagine visiva.
La sua ricerca si muove tra interazioni umane e processi della memoria. Negli ultimi anni il suo linguaggio visivo si è progressivamente radicato nell’immaginario della foresta: un ecosistema abitato da piante, animali e funghi, dove relazioni invisibili generano simboli e archetipi.
In un dialogo organico tra umano e naturale, il filone di ricerca sulle Rizomorfe verrà sviluppato in chiave autobiografica in una mostra personale di Egeon in programma nello spazio SAC (Spazio Arte Contemporanea) a Robecchetto con Induno (Milano) che inaugura il 24 ottobre prossimo (fino al 19.12.2026)
Attraverso i suoi interventi – più di trenta fino ad oggi realizzati in Italia, Slovenia, negli Stati Uniti e nelle isole Faroe – Egeon ''infesta'' con le forme delle rizomorfe architetture, strutture e luoghi abbandonati, perché oggetto di speculazione, abusivismo o semplicemente di abbandono affettivo, in quanto custodi di memorie vissute quasi scomparse.
Le rizomorfe sono state protagoniste di recente di un intervento di arte urbana in un’antica cappella abbandonata tra i vigneti di Vadena, in Alto Adige. L'opera, attingendo al vocabolario visivo e simbolico delle rizomorfe - filamenti fungini simili a radici- ha trasformato lo spazio sacro in un ambiente di riflessione sulle memorie custodite nei luoghi, in cui l’abbandono e la decadenza evidenziano la precarietà del tempo presente.
Nei ricordi degli anziani abitanti del paese nella cappella d Vadena si celebravano infatti matrimoni e comunioni, fino alla sua dismissione. Al suo interno si trovano ancora, seppur flebili, le tracce di quel passato: i banchi macchiati, i tendaggi color porpora, i “foglietti della Messa” e i frammenti di tessuto per i servizi delle celebrazioni, insieme alle improbabili superfetazioni e aggiunte degli anni Cinquanta, come il rivestimento in laminato dell’altare.
Originariamente dedicata a Maria ausiliatrice, l'ex cappella sorge all'interno di una proprietà privata nella frazione di Piccolongo. Ricostruita alla fine degli anni Cinquanta su un nucleo originario del XVII secolo, si trova su un territorio pianeggiante – non lontano scorrono il fiume Adige e il traffico dell'Autostrada del Brennero. È quindi un edificio “minimo”, marginale e in rovina, immerso in un contesto rurale e appartato.
Alla cappella si arriva dopo essersi lasciati alle spalle una stradina sterrata e una vecchia casa colonica. Varcata la soglia, lo sguardo è immediatamente attratto dalla forza magnetica, quasi ipnotica, di un piccolo cerchio che si apre nell'abside: un nucleo vorticoso da cui si espandono filamenti di linee nere che si posano su volte e pareti, intonaci scrostati, modanature e pilastri polverosi. È un movimento necessario e inarrestabile, che abbraccia l'intero spazio e si ferma soltanto sulla soglia di nicchie e finestre, per poi ricongiungersi all'ingresso della cappella.

Il lavoro a Vadena si inscrive, in realtà, all’interno di un nuovo filone di ricerca indipendente e di respiro internazionale iniziato dall’artista nel 2022 che attinge alla memoria atavica della foresta e dei miceli e quindi agli studi della scienziata Suzanne Simarde. In particolare, la serie di opere a cui appartiene l’intervento nell’ex-cappella si riallaccia al vocabolario simbolico e formale delle rizomorfe. A interessare l’artista è la metafora visiva e biologica che risiede nella natura ambivalente, benefica e distruttiva al contempo, delle rizomorfe.
Strutturate come filamenti fungini simili a radici, le rizomorfe si sviluppano infatti silenziosamente nel sottosuolo, permettendo ai funghi di espandersi su grandi distanze. Invisibili, ma pervasive, sono però capaci di colonizzare gli alberi dall'interno causando il marciume radicale delle piante superiori, come ad esempio avviene con l’Armillaria mellea (Vahl), con conseguenze devastanti per l’essere umano, l’agricoltura e le foreste.
Le rizomorfe di Egeon aderiscono senza mediazioni a questo stato materiale e metaforico delle cose, alle ruvidità dell’abbandono. Le linee dipinte dall’artista sono infatti tracciate a pennello o a rullo con tratto gestuale e immediato e con il solo colore nero, in un’economia di mezzi estrema.
Con il filone delle rizomorfe l’artista abdica quindi volutamente a uno stile figurativo che pure ha in parte caratterizzato la sua produzione passata e guarda al linguaggio primitivo del primo neomuralismo italiano, per riconoscere nella decadenza la meraviglia fragile di un tempo precario. Dal 2022 sono stati più di trenta gli interventi con le rizomorfe realizzati su tutto il territorio nazionale, negli Stati Uniti, in Slovenia e sulle Isole Faore e hanno toccato edifici, strutture urbane e oggetti abbandonati.
Egeon ha collaborato con istituzioni pubbliche tra cui l’Orto Botanico di Roma, FAO (Food and Agriculture Organization), STA (Società Trasporti Alto Adige), Politecnico di Milano, Seattle City Council e Orto Botanico di Padova. I suoi progetti e le sue installazioni sono stati prodotti e ospitati da musei, gallerie e piattaforme culturali, tra cui Museion, Tramandars, SMACH, Nami Gallery, Street Levels Gallery, BAW, Graphic Days, Portanova12 e Club Silencio.
Dal 24 ottobre prossimo il lavoro di Egeon sarà esposto in una mostra personale al SAC (Spazio Arte Contemporanea) di Robecchetto con Induno (Milano), in programma fino al 19 dicembre 2026.

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