
Omicidio stradale: ''Troppi sconti di pena''
Aumentano i patteggiamenti e protesta l'Associazione Italiana Familiari e Vittime della Strada
foto Depositphotos.com - Una pena ridotta e mai espiata può davvero essere rieducativa? La domanda resta aperta di fronte ai tanti (troppi) sconti di pena nei casi di omicidio stradale.
L’Associazione Italiana Familiari e Vittime della Strada (AIFVS) critica fermamente l’aumento dei patteggiamenti nei procedimenti per omicidio stradale, ritenendoli uno “sconto di pena” inaccettabile che sottrae giustizia alle vittime e non garantisce la certezza della pena. Il dato che emerge dai tribunali italiani parla di un incremento del 10,1% dei casi legati a questo procedimento speciale, sempre più presente nei processi e motivo di forte indignazione tra i familiari delle vittime della strada.
L’associazione sostiene che il patteggiamento, riducendo la pena fino a un terzo, non rispecchi la gravità del reato previsto dall’articolo 589-bis del codice penale, introdotto nel 2016 con la legge 41, che disciplina l’omicidio stradale e punisce chi causa per colpa la morte di una persona violando le norme sulla circolazione. Le pene variano da due a sette anni nella forma base e possono superare i dieci anni nei casi aggravati, come guida in stato di ebbrezza grave, sotto effetto di sostanze stupefacenti o con manovre pericolose. Proprio per questo l’AIFVS invoca una revisione dell’istituto, ritenendo necessario tutelare maggiormente i familiari delle vittime.
Il patteggiamento, disciplinato dall’articolo 444 del codice di procedura penale, concede all’indagato la possibilità di ottenere una pena ridotta o una sanzione sostitutiva, spesso senza lo svolgimento completo del processo. A presentare la richiesta può essere anche il Pubblico Ministero. Abbiamo chiesto ad Antonio Gravino, responsabile provinciale di Foggia dell’Associazione Italiana Familiari e Vittime della Strada aps, quali siano gli aspetti negativi di tale istituto.
“Con l’accettazione del patteggiamento vengono favoriti gli interessi degli assassini della strada, che ricevono una condanna senza lo svolgimento fattivo di un processo e senza permettere alla famiglia della vittima di esternare il proprio dolore in Tribunale. Inoltre, la parte offesa non può chiedere il risarcimento in sede penale ed è costretta a ricorrere alla fase civile, che può durare diversi anni. Se si seguisse l’iter giudiziario penale, invece, sarebbe prevista una quota provvisionale”, spiega Gravino.
Il responsabile dell’associazione evidenzia anche che, qualora la condanna patteggiata sia inferiore ai due anni, può non risultare iscritta nel casellario giudiziale grazie al beneficio della non menzione. È quanto accaduto, ad esempio, alla famiglia di Damiano per la morte del 32enne Alfonso: l’imputato, pur non essendosi fermato allo stop, ha ottenuto tramite patteggiamento una condanna di soli cinque mesi e dieci giorni di reclusione, con sospensione condizionale, non menzione e revoca della patente di guida.
Secondo l’AIFVS, il patteggiamento con concorso di colpa ipotizzato per una vittima che non può difendersi sarebbe incostituzionale, motivo per cui l’associazione afferma di voler proseguire la battaglia anche in Cassazione. “Dobbiamo dare la possibilità anche a chi è morto di difendersi. Allo stato attuale, Alfonso risulta colpevole della sua morte e ciò è inaccettabile”, aggiunge Gravino.
L’associazione sottolinea inoltre che il procedimento con patteggiamento, spesso chiuso anche in meno di 24 ore e non appellabile, si svolge in camera di consiglio senza pubblico. Chi richiede il patteggiamento è nella maggior parte dei casi un imputato consapevole della propria colpevolezza, che rischia una pena più grave in un processo ordinario e che evita ulteriori costi legati alla parcella del proprio avvocato. Nonostante ciò, l’AIFVS riconosce che esistono giudici che respingono le richieste quando ritengono troppo gravi i comportamenti degli autori degli omicidi stradali, spesso alla guida sotto effetto di sostanze stupefacenti, al cellulare, ubriachi o oltre i limiti di velocità. In altri casi, l’associazione sostiene di essere riuscita a far riflettere le autorità giudiziarie, come nell’omicidio di Antonio, dove il Pubblico Ministero ha rifiutato un patteggiamento ritenuto irrisorio. “Lo abbiamo ribadito più volte: è una mancanza di rispetto nei confronti della vittima. Il messaggio che passa è che in Italia si può uccidere un essere umano senza ricevere una pena che renda giustizia alle vittime e alle loro famiglie, condannate all’ergastolo del dolore”, prosegue Gravino.
L’Associazione Italiana Familiari e Vittime della Strada aps, riconosciuta per rappresentare l’interesse collettivo, continua a battersi contro l’uso indiscriminato di questo rito speciale per garantire una giustizia più rigorosa. Il rischio è che chi minimizza il reato non faccia percepire all’imputato la gravità del fatto commesso, confermandolo nella convinzione di poter continuare a trasgredire.
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