Attualità, Persone & Idee

La camera d'ambra trafugata da Hitler

Bibliotheka pubblica un saggio di Vittorio Orsenigo con prefazione di Sergio Romano

Ne avete mai sentito parlare? Ovvero della storia della Camera d’ambra dello Zar Pietro il Grande  che fu trafugata da Hitler a Leningrado? Finì in 120 casse mai ritrovate. I nazisti la smontarono dal palazzo in cui si trovava e la nascosero. Ancora non si sa dove sia.  A settant’anni di distanza dalla sua sparizione emergono ancora teorie sulla sorte di questo tesoro del palazzo di Caterina a San Pietroburgo.

Nel 2020 il mistero sembrò vicino dall'essere risolto: un gruppo di sommozzatori polacchi nel Baltico disse di aver scoperto dentro un relitto moltissime casse ancora sigillate. Proprio lì potrebbe nascondersi il tesoro regalato dai prussiani allo zar Pietro il Grande e poi saccheggiato dagli uomini di Hitler durante la Seconda guerra mondiale. Le ultime ipotesi la collocano in un treno sotterrato in un bunker polacco o in un castello ceco. Non sorprende che la ricerca sia ancora attiva: il valore della stanza potrebbe raggiungere i 450 milioni di euro.

E' da pochi giorni in libreria un romanzo storico, in cui questo mistero che riconduce ad una magistrale opera artistica, simbolo di un’epoca, riprende corpo e muove le menti. Lo ha scritto Vittorio Orsenigo, scomparso nel 2025,  e viene pubblicato da Bibliotheka.

Ad avere qualche notizia sulla protagonista del racconto (la camera d'ambra), è Sergio Romano, ex ambasciatore italiano in Russia che firma la prefazione al libro e ha il cruciale compito di invogliare alla scoperta di questo ''giallo'' mai del tutto risolto con un testo prezioso quanto l'ambra di cui narra.

''Ho visto il palazzo in cui visse per un secolo e mezzo, conosco il luogo in cui scomparve dal mondo (Kaliningrad, la città sovietica costruita sulle rovine di Königsberg) e credo infine di sapere perché russi e tedeschi l'abbiano amata e desiderata con tanta passione''.

Bisogna naturalmente partire dal prezioso materiale con cui venne realizzata e il prof. Romano spiega al lettore che ciò che chiamiamo ''ambra'' è una resina fossile composta da carbonio idrogeno e ossigeno. Le gocce appaiono sulla corteccia di alberi che crescono soprattutto lungo le sponde del Baltico, in Lituania, Lettonia, Russia, Germania e Svezia.

''Attraggono piccoli insetti che muoiono tra le loro braccia, ma conservano intatta la propria forma. Le gocce si staccano dagli alberi, cadono fra le rocce, e diventano col passare del tempo sempre più dure. Ma conservano la loro trasparenza e sembrano contenere una luce segreta che lancia bagliori di giallo, marrone, rosso e verde, punteggiati dal nero dei piccoli insetti che ne sono prigionieri. Staccate dalle rocce e fuse ad alte temperature, le antiche gocce di resina formano una massa densa e malleabile con cui è possibile plasmare monili, collane, tazze, scrigni.


foto: depositphotos.com


Raccolta fra le rocce o nel Baltico quando le tempeste sconvolgono le sponde, l'ambra gialla colpì nel Medio Evo l'immaginazione degli arabi e degli europei per la seducente gamma dei suoi colori e per le piccole scosse di elettricità che sprigionava quando veniva lungamente strofinata con un panno. Fu allora considerata magica e non meno preziosa dell'oro''.

Basta già questa magnifica descrizione di Romano per essere lieti di avventurarsi nel magico mistero di questo manufatto.  L'idea di farne uso per un'opera unica come una camera-gioiello, venne nel 1701 all'architetto e scultore tedesco Andreas Schlüter: rivestire le pareti di una stanza del palazzo di Federico I re di Prussia era impresa ardita ma possibile, perciò affidò la costruzione dei pannelli e dei mobili (anch'essi fatti d'ambra) ad un gruppo di artigiani tedeschi.

All’epoca l'ambra valeva il doppio dell’oro. Federico I di Prussia vide nel progetto di costruire una lussuosa stanza nel palazzo reale di Berlino, con le pareti e i mobili rivestiti d’ambra, la celebrazione massima della sua potenza. Per la sua costruzione, che durò otto anni, furono usati centomila pezzi d’ambra, che ricoprirono una superficie di trentasei metri quadri.

Un vero peccato che Federico morisse prima che l'opera fosse compiuta, perchè il suo successore, Federico Guglielmo (''...uomo duro e scontroso, più avvezzo alle caserme che ai salotti'', scrive Romano) decise di sbarazzarsi dei pannelli già costruiti. E riciclò l'opera: ne fece dono a Pietro il Grande, imperatore di Russia, e i pannelli d'ambra finirono per trent'anni in un magazzino di San Pietroburgo.

Si deve ad una donna di gusto il loro riutilizzo: fu Elisabetta, figlia di Pietro, a pensare che potevano tornare utili al palazzo d'inverno nella capitale a cui stava lavorando l'architetto italiano Francesco Bartolomeo Rastrelli, il quale stava lavorando  anche al Palazzo d'Estate a Carsckoe Selo (oggi Puškino). Progettata per il primo, la camera venne portata nel secondo.

''Fu per molto tempo, insieme alle uova Fabergé, il maggiore esempio di quel gusto sfarzoso, enfatico, sovraccarico e orientaleggiante che affascina la Russia e il suo popolo'' racconta Romano.

A dirla tutta, fra le leggende del suo spostamento in Russia, c'è anche la storia di una strana alleanza: lo zar Pietro I il Grande, ne sarebbe restato ammaliato durante una visita di stato a Berlino volta a stringere con la Prussia un’alleanza militare contro la Svezia. Nel 1717 Federico Guglielmo I di Prussia, successore di Federico, che non apprezzava il manufatto, sigillò l'intesa regalando la lussuosa stanza al nuovo alleato. La sala fu smontata e imballata per il trasferimento – prima per mare e poi per terra, su diciotto slitte trainate da cavalli – fino a San Pietroburgo, la capitale appena fondata da Pietro sulle rive del Baltico. Una volta lì, si decise di sistemarla nel palazzo di Caterina nella vicina Carskoe Selo, dimora estiva degli zar.

Comunque sia andata, alla fine del giugno del 1941, una squadra di operai sovietici frettolosamente ebbe il compito di smontare i pannelli della Camera d'ambra per sottrarli all'invasore al comando del maresciallo Wilhelm Ritter von Leeb, che avanzava verso Leningrado. I tedeschi trovarono le 120 casse, e perciò furono trasportate a Königsberg, nella Prussia Orientale, dove il contenuto fu trionfalmente esposto al pubblico in alcune sale del castello.

La Camera d'ambra aveva per il regime nazista un alto valore simbolico che nell'ottica di Hitler: dopo tutto era stata concepita per il Re di Prussia, da un architetto tedesco per un re di Prussia, infine creata da artigiani locali. Apparteneva quindi alla categoria delle opere che la Germania riteneva di dover recuperare e custodire nel cuore del Reich.

La guerra è sempre anche saccheggio e altri tesori furono trafugati dai nazisti: non solo le opere d'arte custodite dai ricchi ebrei ma anche l'intero apparato "liturgico" - corona, scettro, paramenti - utilizzato per l'incoronazione del Sacro Romano Imperatore (oggi nella Camera del tesoro del Kunsthistorisches Museum di Vienna) e la Corona di ferro della regina longobarda Teodolinda, custodita nella cattedrale di Monza che cinse la testa di Napoleone quando si proclamò re d'Italia nel duomo di Milano il 26 maggio 1805 oltre alle croci di foglie d'oro dei musei di Pavia, Milano, Torino.

Ma che ne fu del tesoro d'ambra? Rimase a Königsberg, probabilmente, sino ai bombardamenti inglesi dell'agosto 1944. Poi prese la via di Danzica da dove la camers sarebbe stata imbarcata su una nave che affondò alla fine di gennaio del 1945, ''...e giace da quasi settant'anni sul fondo mar Baltico, insieme a 4.500 vecchi, donne e bambini che fuggivano dall'Armata Rossa e s'imbatterono nel siluro di un sottomarino sovietico. Da allora la Camera, riemerge di tanto in tanto come il mostro di Loch Ness dai fiordi della Scozia, ma ogni presunto ritrovamento viene rapidamente smentito'' appunta Romano che da ex ambasciatore conosce anche le contese successive.

Infatti, siccome lo zar aveva ricevuto i pannelli d'ambra in dono, l'ambra era patrimonio russo. Perciò non hanno mai accettato di restituire alla Germania il Tesoro di Priamo trovato da Heinrich Schliemann sotto le rovine di Troia nel 1870, che era nel museo Pergamon di Berlino e fu scoperto dall'Armata Rossa in un bunker dopo la conquista della città. Il Tesoro, uscito da uno scantinato del museo Puskin di Mosca nel 1993 oggi è conservato all'Ermitage di San Pietroburgo.

Tutta la vicenda viene ricostruita in questo romanzo, che intreccia arte e guerra, meraviglia e orrore, catapulta il lettore nelle strade buie di San Pietroburgo da dove parte il mistero di quelle 120 casse di ferro. 

L'autore non si era mai deciso a pubblicare la storia riemersa dalla memoria di un computer che stava regalando. Aveva più volte messo mano al testo, che appare quasi una scenografia perfetta per un film storico tra il giallo e l'avventuroso. L'uso del presente e la comparsa dei protagonisti fanno pensare ad uno story-board in divenire. E forse per questo Orsenigo non lo riteneva compiuto. E' un testo sul quale  prima o poi qualche regista ci metterà il naso.

Vittorio Orsenigo (Milano, 1926-2025), era del resto regista e scrittore, quindi aveva certamente intuito il potere immaginifico di questa storia. Amico di Elio Vittorini, curò un ciclo di letture alla Casa della cultura di Milano presentando una selezione di testi teatrali di Christopher Isherwood, Bertold Brecht e Wystan Hugh Auden, allora poco noti in Italia. Nel 1950 aveva esordito come regista al Piccolo Teatro di Milano. 

Il libro di Orsenigo meriterebbe davvero... un Quentin Tarantino d'annata.

C.Perer
gennaio 2026

 


***
 
Vittorio Orsenigo
Una camera tutta d’ambra
Prefazione Sergio Romano
184 pagine, 16 euro
Bibliotheka

in tutte le librerie dal 16 gennaio 2026

ricostruzione del National Geographic

www.giornalesentire.it - riproduzione riservata*

Commenti (0)