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Referendum Giustizia: per cosa si voterà a marzo?

Analizziamo per bene la questione

di Gloria Canestrini - Referendum Giustizia? Per cosa si voterà veramente al referendum di marzo? Analizziamo per bene la questione.

Ormai se ne parla ovunque, ed è un bene che sia così, per un appuntamento referendario di questa portata.
Giornali e televisioni ne parlano però spesso in modo superficiale e schematico, trasformando un'importante decisione collettiva, quale è la conferma o la bocciatura della proposta di modifica costituzionale dell'organizzazione della magistratura voluta dal governo in carica, in una battaglia tra schieramenti politici, e questo non è un bene.

Non tutto può essere trasformato in una logica partitica, in questo nostro Paese, nel quale ormai molti elettori si sono stancati di tifoserie urlate e inconcludenti ( per lo meno, dal punto di vista delle conquiste democratiche): non tutto è riconducibile alle ideologie precostituite, alle appartenenze, alle convenienze spicciole.

I padri Costituenti, mentre forgiavano nel periodo post bellico la nostra preziosa  Carta Costituzionale, alla quale ogni legge ordinaria deve poi attingere e ispirarsi, erano animati certamente da ideali, a prescindere dalle ideologie di ciascun membro chiamato a questo meraviglioso compito.

Uno dei grandi ideali ispiratori che hanno seguito è quello classico, ma certo imprescindibile in ogni vera democrazia, della divisione dei poteri : quello legislativo, quello esecutivo e quello giudiziario. Un principio nel quale siamo cresciuti o, perlomeno, nel quale sono cresciuti i fortunati tra noi che non hanno conosciuto né la guerra né la dittatura fascista: un principio talmente consolidato da apparirci scontato.

Ebbene, oggi non sembra più essere così, e la proposta di modifica costituzionale della quale stiamo parlando ne è la dimostrazione.

E' evidente che la classe politica al governo (ma anche talvolta quella obbediente a una blanda opposizione) non sopporta più di soggiacere al controllo della magistratura, sia essa quella contabile, quella amministrativa o quella ordinaria. In particolare, il tentativo di condizionamento del processo penale “scomodo” , divenuto paradigmatico durante i governi Berlusconi, è sempre più incalzante: in molti, troppi casi,  si vorrebbe, detto in parole povere, “mano libera”. In quali settori, è sotto gli occhi di tutti...

Ma non c'è solo questo, in ballo. Non si tratta, banalmente, di sfuggire a controlli e sanzioni, in nome di speculazioni, arricchimenti, manovre di potere: in gioco c'è un altro principio importantissimo che informa tutto il nostro processo penale, ed è quello dell'obbligatorietà dell'azione penale.

Detto ancora in parole semplici, si tratta dell'obbligo di apertura di un fascicolo di indagine da parte delle procure, una volta ricevuta una notizia criminis da chicchessia, a partire dai cittadini che si ritengono lesi da qualsivoglia  azione o omissione penalmente rilevante. (Fino all'avvento dell'attuale ministro della Giustizia, tra l'altro, chiunque poteva prendere carta e penna e  spedire via raccomandata una denuncia, una querela o un esposto alla Procura competente per territorio: oggi non è più così, occorre l'assistenza di un legale e tutto va “caricato su una “piattaforma” informatica per l'inoltro. Meglio non toccare questo tasto dolente, visto che, tra l'altro,  le piattaforme spesso difettose si inceppano, il personale non è stato adeguatamente preparato e  i sistemi informatici inadeguati tengono in ostaggio studi legali e cancellerie, con il rischio sempre presente di termini in scadenza...

Un principio, quello dell'obbligatorietà dell'azione penale, lo si ribadisce, di grande civiltà giuridica e di importanza fondamentale per la tenuta sociale: ossia, chi abita in questo Paese deve essere consapevole di tutele che prescindono da ogni altra valutazione che non sia l'avvenuta o meno violazione di un codice.

Ecco, ci siamo: se passassero i SI alla riforma della magistratura proposta dal governo, indirettamente questo meccanismo si incepperebbe. Perché?
Perché questa non è una riforma per la separazione delle carriere dei magistrati inquirenti e giudicanti: la separazione, di fatto, c'è già, laddove la formazione universitaria è ovviamente comune, ma poi c'è la scelta obbligatoria della via da percorrere da parte del magistrato, che può ritornare sui suoi passi una volta sola, e infatti i numeri sono molto esigui.

Non è nemmeno una modifica strutturale del sistema giudiziario e dei processi, che continueranno ad essere lunghi perché tutti gli operatori del settore ( magistrati, cancellieri, ufficiali giudiziari ecc.) sono sotto organico.
Questa è una riforma del Consiglio Superiore della Magistratura, laddove sinora i due terzi dei magistrati componenti questo organo, i cosiddetti membri togati, sono eletti dai loro colleghi e un solo terzo è composto da avvocati e professori universitari, i cosiddetti membri laici.

In virtù di tale equilibrio, pensato e ponderato a lungo dai nostri Costituenti, la magistratura si può dire libera nelle sue scelte, senza dover soggiacere a pressioni e coercizioni esterne.
Ora la riforma in parola vorrebbe crearne due, di CSM, uno per la magistratura inquirente e uno per quella giudicante, spaccando e indebolendo così inevitabilmente il potere giudiziario nel suo insieme.

Perché l'idea è sempre quella: il controllo da parte della politica, che ambirebbe a decidere quali e quante inchieste vanno promosse e che vedrebbe contrapposti ( e non sullo stesso piano, come qualcuno si ostina a ribadire)  i giudici che sentenziano da quelli che indagano, alle cui spalle si frapporrebbe l'indirizzo del potere politico.

Come intendono concretizzare queste aspirazioni i proponenti della riforma, ministro in testa?
Oltre a creare due CSM, si vorrebbe forgiare anche un'alta corte come organismo di controllo, e poi prevedere che una parte del CSM “togato” sia letteralmente tirato a sorte tra soggetti  “opportunamente” indicati!

A noi cittadini, alle famiglie, ai lavoratori, ai professionisti,agli  imprenditori, ciò che interessa è che la Giustizia funzioni bene e celermente,  che il suo accesso sia garantito a tutti, che il suo esercizio non subisca condizionamenti esterni. E' chiedere troppo? Non ci sembra: basterebbe investire nelle strutture, nei tribunali, nel personale, nelle carceri, nell'informatizzazione agile e corretta per migliorare il sistema, per incrementare la fiducia dei cittadini e il patto sociale che ne è alla base.

In questa direzione, la classe politica può fare molto, pensando non già alle proprie strategie di potere ma al bene di chi  questo Paese lo sostiene lavorando. 

Gloria Canestrini


Autore: Gloria Canestrini

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