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Parlare di Dio dopo Auschwitz

Il male nella storia umana

di Corona Perer - Parlare di Dio dopo Auschwitz  rimanda alla domanda mai risolta del male nella storia umana. Se lo chiede il filosofo  Hans Jonas filosofo tedesco, naturalizzato statunitense, di origine ebraica.

In una celebre conferenza del 1984, tenuta a San Gallo ed intitolata ''Il concetto di Dio dopo Auschwitz'', pose il problema in termini a un tempo più speculativi e più rigorosi. A suo giudizio, in Dio, ci sono i tre attributi della bontà , della onnipotenza e della comprensibilità non possono in alcun modo coesistere.

Secondo Jonas, dopo Auschwitz, un Dio che venga proclamato come buono e onnipotente è del tutto incomprensibile all’uomo; a maggior ragione, un Dio che sia considerato onnipotente e comprensibile nel suo agire, non può essere valutato come buono. A questo punto, per evitare un rifiuto totale di Dio, delle tre categorie appena citate occorre rifiutare l’onnipotenza: “Dio non intervenne, non perché non lo volle, ma perché non fu in grado di farlo”, in quanto per un’epoca determinata – l’epoca del processo cosmico – Dio “ha abdicato ad ogni potere di intervento nel corso fisico del mondo”. Dio dopo la creazione si ritirò. E quindi dopo Auschwitz, secondo Hans Jonas, parlare di onnipotenza di Dio è del tutto impossibile.

Diversi scrittori ebrei, dopo la guerra, ripresero il lancinante problema del mancato intervento di Dio a favore del suo popolo sterminato e, più in generale, del rapporto di Israele col suo Signore, dopo la traumatizzante esperienza della Shoah. 

Dura e amara la riflessione di Elie Wiesel, che approdo all'ateismo.Primo Levi andò oltre: ad agire il male non era certo Dio, ma l'uomo.

C'è anche chi ha preferito negare che la tragedia dei capi di sterminio fosse avvenuta. Ma è tutto drammaticamente vero. La tragedia della Shoah sarebbe una montatura secondo lo storico tedesco Ernst Zundel per il quale anche le immagini dei campi di concentramento sarebbero propaganda costruita ad hoc dagli alleati.

Il francese Robert Faurisson, ex docente all’università di Lione, ritiene che i forni crematori furono addirittura un progresso scientifico: servirono a fermare l’epidemia di tipo della quale erano untori gli ebrei. A chi gli nobiettò cosa ci facesse lo Zyklon B, il gas mortale usato per lo sterminio, rispose che sarebbe stato usato per disinfestare i campi di raccolta degli “appestati”.

Quanto a David Irving lo storico inglese arrestato in Austria nel 2005 (fare apologia del nazismo è reato nella vicina Austria), Hitler non diede mai l’ordine di procedere allo sterminio.

Sono i negazionisti. La storia riropone ogni anno le testimonianza delle persone  sopravvissute ai 6 milioni di ebrei sterminati nei campi di Aushwitz, Treblinka, Mathausen, Bergen Belsen, Buchenwald per citare solo i maggiori. Per questo il 27 gennaio si ricorda, per questo una volta l’anno si riflette.

Nei libri per non dimenticare (pagine di Hanna Arendt, Anna Franck, Primo Levi, Elie Wiesel soltanto per citare gli autori più noti) c’è la possibilità di capire come l’ebreo visse la tragedia dell’annientamento della persona tenacemente perseguito dal Fuhrer con le leggi razziali da lui emanate e la follia della “Soluzione Finale”. E tra le pagine anche qualche curiosità meno nota.

Per risolvere il problema “ebrei” si era persino pensato di utilizzare un’isola: il Madagascar. Si optò per la meno costosa e più efficace distruzione di massa. Il vocabolario ascrive questi fenomeni alla voce “genocidio”.

Olocausto, termine da noi usato indifferentemente per indicare la pagina antisemita, è in realtà aborrito dagli ebrei, che alla parola olocausto associano il “sacrificio” (la Bibbia ci narra di molti olocausti rivolti ad Adonai sin dall’epoca dei patriarchi). E perciò applicare il termine allo sterminio nazista è improprio: forse che gli Ebrei furono o si offrirono come sacrificio? Certo che no.

Ma anche il termine Shoah non sarebbe del tutto appropriato: significa “distruzione” ma la radice semanticamente non contiene il concetto di distruzione per mano dell’uomo. Anche lo tsunami è shoah per un ebreo che sa bene la differenza con la persecuzione patita in Europa quando  lo sterminio venne per mano dell’uomo.

Non fu Dio a voler questo, ma l’uomo. La teologia ebraica ha lavorato non poco in questi anni per tentare una risposta e permette di parlare ancora di dio, nonostante Aushwitz, crimine che resta ascritto totalmente alla perversione umana. Tragedia che si venisse negata condannerebbe 6 milioni di anime a morire due volte: la prima per mano della follia nazista, la seconda per essere stati dimenticati.


Autore: Corona Perer

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