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Margherita Pavesi Mazzoni, La donna eretta

''Sono da sempre una pellegrina errante'' diceva l'artista

Artista atipica e di rango. Margherita Pavesi Mazzoni aveva esatta percezione del ruolo dell'arte: comunicare un 'sentire'. Lei spiegava il suo senza risparmiarsi e con pazienza infinita, quasi rivivendo l'atto creativo. Esprimeva energia, portava i suoi anni con l'entusiasmo di una ragazzina. “Sono così perchè sono da sempre una pellegrina errante” dice.

L'abbiamo incontrata nel 2008 a Isera nella doppia mostra promossa dal Comune e dalla Cassa Rurale. Attendeva i visitatori con i quali si impegnava in riflessioni frutto di meditazioni di grande intensità.

Milanese di nascita e toscana di adozione, non firmava i suoi quadri. Il suo monogramma (una emme che sfocia in un fiorellino)  sta dietro ogni sua tela.

“Mi sembrerebbe di rompere l'equilibrio formale che cerco di raggiungere nell'opera, la firma è solo rumore”.

Si restava ammaliati dalla saggezza delle sue parole. “Come possiamo dirci cristiani se non riusciamo ad amarci l'un l'altro? Cristo ci disse: così li riconosceranno da come si amano”. La critica definì ori mistici quelli che lei chiamava “i miei legni”. In essi una donna negata, oppressa, sfruttata e piegata che chiede dignità. “Quella femminile rimanda a quella maschile. Sono i tempi dell'Homo Homini Lupus” commenta l'artista che cita san Paolo. “Perchè non faccio il bene che voglio e compio il male che non voglio?”.

Il suo viaggio nel dolore non è mai stato privo di speranza e di possibilità di trasfigurazione verso la luce del bene che lei raffigurava con oro e bianco. Artista della teologia giovannea, Margherita Pavesi Mazzoni ha camminato nell'arte studiando i testi sacri: dal Vangelo alle Upanishad fino ai detti eleganti dei monaci Buddisti.

Ha frequentato monasteri e sostato a lungo all'ombra del silenzio, dissetandosi nelle valli del Chianti alla fonte di personaggi come Fratel Carretto, padre Vannucci, David Maria Turoldo. Lei, che ha conversato con Panikkar, offre la sua arte a tutti, dialogando con chi non conosce per dire la possibilità del Bene in interventi rapsodici che incantano: parla, spiega, invita, poi chiede perdono dell'attenzione richiesta che è magnetica e spontanea, come le sue parole. La sua caratura emerge proprio in questo, perchè l'artista non solo crea, ma dona una visione e nel momento in cui la comunica, permette a chi guarda di entrare nel suo mondo.

Quello che Margherita Pavesi Mazzoni immaginava era tondo, smussato. L'esistenza del male e dei suoi aculei era la frattura che siamo chiamati a riparare. Lei lo faceva con l' arte, alla ricerca del bello che è anche vero. Parlava di dignità ontologica quando illustra le due donne regali, ma oppresse in una società dove aborto, stupro, e violenza le piegano. “Tremore, Terrore, Timore” erano tre termini ricorrenti. Quasi assente il volto maschile che faceva capolino solo in un'opera che ritraeva Federico Garcia Lorca alle cui poesie si è spesso ispirata. Meritavano più di una sosta le sue icone moderne elogiate anche da Enzo Bianchi. In realtà, tabernacoli preziosi a cui attingere linfa vitale.

E i titoli delle sue mostre erano un divenire in continuo.A Palazzo de Probizer volle chiamare la sua mostra  “La donna eretta nella sua dignità regale”. Nei Loggiati del Palazzo Comunale “Dalla condizione umana alla percezione del sublime”, titolo che lei correggeva ogni volta. “Doveva chiamarsi 'dalla tribolazione umana' però il cammino è lo stesso: un osservare che porta dritto nel regno del dolore”.

E' mancata nel 2010 a 80 anni e il ricordo del suo sorriso sereno e memore di tante sofferenze resterà indelebile.
 


Autore: Corona Perer

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