Arte, Cultura & Spettacoli

La vera storia di Madame Campigli

Magdalena Radulescu, pittrice e moglie del grande artista

La chiamavano Dutza ed era di cittadinanza romena. Il suo vero nome era Magdalena Radulescu, segni particolari: artista e moglie del celebre Massimo Campigli.

Era bellissima. Lo fu da ragazza e da donna matura. Con un'ombra di baffi che la avvicinano al genio di Frida Khalo. Le tracce di quella bellezza rimasero anche con l'avanzare degli anni. Occhi verdi e una berrettina di lana: così appariva negli ultimi anni della sua vita in una foto tessera di donna libera, ma tremendamente sola.

Magdalena Radulescu era nata a Ramnicu Valcea, nella regione storica dell'Oltenia, nel 1902.
Diventa la signora Campigli, nel dicembre 1926. Lui che a Parigi ci era arrivato come inviato del Corriere della Sera alternando la sua attività di giornalista a quella di pittore, è già da 5 anni un affermato artista.

Nel 1928 fa un viaggio in Italia con la moglie Dutza per visitare i parenti a Firenze e rimane affascinato dall'Arte Etrusca tanto da modificare il suo modo di dipingere, avvicina la sua tecnica pittorica all'affresco, utilizzando pochi colori e geometrizzando figure ed oggetti. E' la fase più interessante della sua arte. Anche lei è brava a dipingere, così brava da aver scatenato l’ira del marito.

A raccontarci Dutza e i suoi dolori, è stata Petra Giacomelli, a sua volta artista, una finlandese naturalizzata trentina che al suo paese è molto affermata e realizza a sua volta opere molto interessanti (usando libri destinati al macero). La conobbe a Parigi ed ha il merito di avere portato alla luce un brandello di vita di questa donna che prendeva il caffè con Brancusi e Giacometti, e rinchiusa in uno sgabuzzino dal marito, cominciò a dipingere quello che aveva dentro, non potendo riprodurre nessun oggetto della sua improvvisata prigione.

Petra aveva raccolto molti dei suoi ricordi. Raccontava di aver visto Campigli (pseudonimo di Max Ihlenfeldt), attraverso un’opera esposta al Gran Palais di Parigi, in un quadro dove ritraeva tessitrici di lana. “Pensai che avrei voluto conoscerlo” raccontò in uno scritto.

A Parigi Magdalena ci era arrivata giovanissima, per motivi di studio. Come molti dei suoi contemporanei all'età di 18 anni, era partita per l'Europa. Quando vede Campigli non sa che diventerà sua moglie, ma in qualche modo lo prefigura. E non sa che per dieci anni vivrà una storia fatta di lacrime, partite a carte, balli in maschera, scatti di ira e persino segregazioni.

Una singolare figura di donna-artista che forse giganteggiò sul marito, il quale era conscio della sua superiorità e ne fu anche influenzato. Tante e strane le coincidenze della loro storia: prima il quadro che fa scoccare la curiosità al Grand Palais, poi l’incontro fortuito alla Grande Chaumière (“…pensai ridendo: magari diventerà mio marito”) poi il primo contatto al Café degli Artisti parigino dove lui parla come un uomo di mondo, di filosofia e letteratura. Dice che lavora al giornale “Le Matin” e che detta articoli ai colleghi italiani del “Corriere della Sera”. Guadagna bene, di tanto in tanto dipinge. Poi il matrimonio, non fortunato, ma certamente ricco d’arte. E di dolore.

Una volta lasciato Campigli, Magdalena continuerà a lavorare ispirandosi ai miti e alle leggende rumene. Dopo la seconda guerra mondiale, il suo nome cominciò a farsi conoscere prima a Parigi, poi a Nizza, Marsiglia e Londra, dove rappresentò l'arte rumena. Durante i suoi oltre cinquant'anni di attività, ha prodotto un vasto lavoro, oggi sparso in numerosi musei e collezioni private in Romania, Francia, Italia e Austria, Stati Uniti d'America e Tahiti.

Morì povera  e sola, a Parigi, nel marzo del 1983 a 81 anni.


Autore: Corona Perer

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