
Gianni Berengo Gardin, l'occhio come mestiere
Maestro del bianco e nero, da sempre fautore e difensore di una stampa fotografica autentica
Un anno fa (era il 7 agosto 2025) si spegneva a Genova a 94 anni il grande fotografo Gianni Berengo Gardin. Con le sue immagini in bianco e nero, in 70 anni di carriera ha documentato i cambiamenti della società italiana, entrando in fabbriche, ospedali psichiatrici, cantieri, ma anche immortalando la bellezza dell'Italia dei piccoli borghi e della natura. E' stato protagonista di 350 mostre in Italia e all'estero e ha pubblicato 260 libri in cui ha raccontato il suo modo straordinario di vedere il mondo.
Con le sue immagini ha raccontato l’Italia dal dopoguerra fino ai giorni nostri tanto che con le sue foto è possibile fare un viaggio nel tempo attraverso l’Italia.
Maestro del bianco e nero, da sempre fautore e difensore di una stampa fotografica autentica, di un’immagine che cattura e ferma la vita quotidiana, i momenti, le emozioni che anticipano i gesti, ma anche e soprattutto autore di una fotografia di reportage e di indagine sociale, Gianni Berengo Gardin, oggi 94enne, ha raccontato con i suoi scatti l’Italia dal dopoguerra a oggi: un’Italia che vive un cambiamento repentino, attrice di uno sviluppo economico, culturale e sociale profondo, che ha plasmato le città d’Italia e gli italiani.
Lo ha celebrato una mostra a Udine, unica tappa del nord Italia, la mostra “Gianni Berengo Gardin – L’occhio come mestiere” promossa a Udine con ben 192 scatti e una collezione integrale di stampe vintage originali provenienti dal suo archivio personale e dal museo romano.
E' Venezia la città dove Berengo Gardin si avvicina per la prima volta alla fotografia. Pur non essendovi nato si sente veneziano e ha detto in passato: «I nonni erano veneziani, i bisnonni veneziani, papà venezianissimo». Venezia è il luogo in cui si forma come fotografo, grazie all’incontro con circoli fotografici come La Gondola, ed è il luogo di un continuo ritorno, dalle prime immagini degli anni Cinquanta in cui si scorge una città intima e placida al suo progetto più recente, del 2013, dedicato alle Grandi Navi. Dalla laguna veneziana si passa alla Milano dell’industria, delle lotte operaie, degli intellettuali (in mostra, tra gli altri, i ritratti di Ettore Sotsass, Gio Ponti, Ugo Mulas e di Dario Fo), e si percorrono quasi tutte le regioni e le città italiane, dalla Sicilia alle risaie piemontesi, osservate nelle loro trasformazioni sociali, culturali e paesaggistiche dal secondo dopoguerra a oggi. E in questo scenario fa la sua parte anche il Friuli Venezia Giulia.

Traghetto di Punta della Dogana, Venezia, 1960 © Gianni Berengo Gardin
Courtesy Fondazione Forma per la Fotografia Milano / Contrasto Roma
La fotografia di Berengo Gardin è una fotografia “vera”, una pratica che vuole allontanarsi dalla manipolazione analogica o digitale, e fare la parte del documento storico, partecipe e mai neutrale della realtà che si evolve, grazie a delle composizioni naturali, con l’uomo sempre al centro di uno spazio sociale vissuto.
I punti fermi della ricerca documentaria di Berengo Gardin sono la centralità dell’uomo e della sua collocazione nello spazio sociale; la natura analogica della sua fotografia “vera”, mai ritoccata; la potenza delle sue sequenze narrative, delle storie nascoste negli spazi catturati; e infine l’utilizzo della fotografia come documento storico e sociale, puntellata tuttavia da dettagli spiazzanti e ironici.
Berengo Gardin ha costruito con le sue fotografie un patrimonio visivo unico nella storia della fotografia italiana e internazionale, sempre con un approccio che lui stesso ha sempre amato definire “artigianale”.
Nel corso dei decenni questa impostazione è diventata un marchio di fabbrica esclusivo del fotografo, che ha sempre amato definirsi “un fotografo-fotografo”, e quindi un artigiano della fotografia d’autore piuttosto che un fotografo-artista.

Altra fonte di ispirazione i luoghi del lavoro realizzati per Alfa Romeo, Fiat, Pirelli e, soprattutto, Olivetti (con cui collabora per 15 anni), che lo conducono, nel corso della sua vita professionale, a vivere le evoluzioni del mondo operario e dei suoi bisogni.
E poi Cantieri navali di Monfalcone, gli ospedali psichiatrici, fotografati e pubblicati nel 1968 nel volume “Morire di classe”, realizzato insieme a Carla Cerati con immagini di denuncia e rispetto, straordinarie e terribili, nel cui sfondo si può notare anche l’Ospedale psichiatrico di Gorizia, che documentava per la prima volta le condizioni all’interno di diversi istituti in tutta Italia, 10 anni prima della legge Basaglia che li fece chiudere.
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