foto by Fondazione Arnaldo Pomodoro
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Arte, Cultura & Spettacoli

Arnaldo Pomodoro, un racconto fotografico

Mostra per i 100 anni curata da Andrea Tinterri e Ilaria Sgaravatto.

L'arte di Arnaldo Pomodoro ha sempre avuto una forte dimensione evocativa, che definire ''speciale'' è appropriato: è specie a sè. Prende corpo in forme in materie che affonda le radici nel mito e nella memoria del passato per immediatamente proiettarsi nella visione del futuro. Ha lasciato un'eredità immensa, non solo per la forza della sua opera, ma anche per la coerenza e l'intensità del suo pensiero.

Pomodoro se ne andava un anno fa alla vigilia dei 99 anni. E così quest'anno per celebrare i 100 anni dalla nascita il 10 ottobre 2026 alle 18 al Castello Campori di Soliera sarà inaugurata la mostra ''Arnaldo Pomodoro, un racconto fotografico'', curata da Andrea Tinterri e Ilaria Sgaravatto.

L’iniziativa, promossa dalla Fondazione Campori e dal Comune di Soliera, è realizzata in collaborazione con la Fondazione Arnaldo Pomodoro in occasione del centenario della nascita dell’artista, che vede la sua opera al centro di numerose iniziative, questa mostra sceglie una prospettiva inedita, affidando alla fotografia il compito di raccontarne l’opera e la ricerca.

Al centro dell’esposizione è il patrimonio fotografico dell’archivio della Fondazione Arnaldo Pomodoro, presentato per la prima volta attraverso una selezione di cento stampe originali, realizzate tra gli anni Sessanta e gli anni Novanta. In dialogo con tre significative opere scultoree — Disco solare (1989-1990) e gli studi per Progetto per il nuovo cimitero di Urbino (1973) e The Pietrarubbia group (1975) — gli scatti di Ugo Mulas, Maria Mulas, Mario Dondero, Carlo Orsi, Gianfranco Gorgoni, Giuseppe Pino, Paolo Monti e Ted Drzyzga restituiscono non solo la trasformazione della materia nel processo creativo, ma anche il rapporto con lo spazio pubblico e con quello espositivo di gallerie e altre istituzioni che nel tempo hanno accolto il lavoro di Arnaldo Pomodoro.

Ne sono un esempio le fotografie di Ugo Mulas dedicate alla mostra Una scultura nella strada del 1970, nella piazzetta della Libreria Internazionale Einaudi a Milano, dove alcuni bambini, giocando con l’opera, sembrano riattivarla e trasformarla in uno spazio abitabile, restituendone pienamente il carattere anti monumentale. Un rapporto altrettanto diretto col pubblico emerge negli scatti di Giuseppe Pino realizzati in occasione della prima mostra antologica dell’artista alla Rotonda della Besana nel 1974: anche qui, sono soprattutto i più giovani a essere ritratti in un rapporto spontaneo con le sculture, che entrano così a far parte di un’esperienza quotidiana e famigliare, affrancandosi dal severo rigore del monumento.

Il racconto fotografico non si limita tuttavia alla relazione tra le opere e i luoghi che le accolgono, ma segue anche l’intero processo creativo, soffermandosi sulla metamorfosi della materia e sul suo progressivo divenire opera. Dall’archivio emerge infatti la volontà costante dell’artista di documentare per immagini il proprio lavoro di scultore in tutte le sue fasi: dalla modellazione alla lavorazione in fonderia, fino alla collocazione dell’opera nello spazio pubblico. Una sequenza di passaggi che la fotografia non si limita a registrare, ma contribuisce a restituire come parte integrante del processo creativo.

Arnaldo Pomodoro, un racconto fotografico costruisce un percorso per nuclei tematici, dedicati a opere specifiche, dando vita a micro-narrazioni che si intrecciano alla cronologia del lavoro. È il caso delle fotografie di Ugo Mulas del 1967-1968, che documentano lo sviluppo di Grande disco (1965-1968), o delle immagini di Carlo Orsi dei primi anni Novanta dedicate a Moto terreno solare (1989-1994) a Marsala, dove la scultura appare progressivamente depositarsi nel paesaggio.

Di particolare interesse sono inoltre alcuni grandi album fotografici mai esposti prima, con immagini selezionate e ordinate dallo stesso Pomodoro, che testimoniano la costruzione di una precisa identità e, al tempo stesso, una consapevole rilettura della propria ricerca: le fotografie ripercorrono gran parte del lavoro dello scultore, dal 1954 al 1970, componendo una sorta di autobiografia per immagini e restituendo una puntuale revisione della sua pratica artistica.

La mostra costruisce così un racconto parallelo tra scultura e fotografia, dove quest’ultima non si limita alla funzione documentaria, ma diventa un linguaggio capace di rivelare aspetti dell’opera altrimenti invisibili. Gli sguardi dei diversi fotografi che nel tempo si sono avvicinati al lavoro di Arnaldo Pomodoro, pur muovendosi all’interno di una traccia narrativa probabilmente prestabilita, mostrano come la fotografia non sia mai un linguaggio neutro, ma una forma di interpretazione.

A completare e ampliare il percorso sono tre opere di Arnaldo Pomodoro: Progetto per il nuovo cimitero di Urbino (1973), Disco solare (1989-1990) e lo studio per The Pietrarubbia group (1975). La scelta di presentare progetti e studi nasce dalla volontà di mettere in relazione la dimensione fotografica con quello stesso stato di trasformazione che caratterizza il processo scultoreo: il moto perpetuo delle idee, la continua metamorfosi della materia, quel divenire che la scultura sembra interrompere solo apparentemente.
 
Il progetto è a cura del Dipartimento Educativo della Fondazione Arnaldo Pomodoro e della Ludoteca della Fondazione Campori.

 

Arnaldo Pomodoro era nato nel Montefeltro, ha vissuto l’infanzia e la formazione presso Pesaro dove ha lasciato un'opera straordinaria (guardala > qui) . Dal 1954 viveva e lavorava a Milano. 
 

IL CAMMINO ARTISTICO di ARNALDO POMODORO

Negli anni Cinquanta realizza altorilievi dove emerge una singolarissima “scrittura” inedita nella scultura, che viene interpretata variamente dai maggiori critici. Nei primi anni Sessanta affronta la tridimensionalità e sviluppa la ricerca sulle forme della geometria solida: sfere, dischi, piramidi, coni, colonne, cubi -in lucido bronzo- sono squarciati, corrosi, scavati nel loro intimo, con l’intento di romperne la perfezione e scoprire il mistero che vi è racchiuso. La contrapposizione formale tra la levigata perfezione della forma geometrica e la caotica complessità dell’interno sarà d’ora in poi una costante nella produzione di Pomodoro.

Nel 1966 gli viene commissionata una sfera di tre metri e mezzo di diametro per l’Expo di Montreal, ora a Roma di fronte alla Farnesina: è il passaggio alla grande dimensione. Questa è la prima delle numerose opere dell’artista che hanno trovato collocazione in spazi pubblici di grande suggestione e importanza simbolica: nelle piazze di molte città (Milano, Copenaghen, Brisbane, Los Angeles, Darmstadt), di fronte al Trinity College dell’Università di Dublino, al Mills College in California, nel Cortile della Pigna dei Musei Vaticani, di fronte alle Nazioni Unite a New York, nella sede parigina dell’Unesco, nei parchi sculturali della Pepsi Cola a Purchase e dello Storm King Art Center a Mountainville, poco distanti da New York City.

Ha realizzato numerose opere ambientali: dal Progetto per il Cimitero di Urbino del 1973 scavato dentro la collina urbinate, poi non realizzato a causa di contrasti e problemi locali, a Moto terreno solare, il lungo murale in cemento per il Simposio di Minoa a Marsala, dalla Sala d’Armi per il Museo Poldi Pezzoli di Milano, all’environment Ingresso nel labirinto, dedicato all’Epopea di Gilgamesh.

Memorabili mostre antologiche lo hanno consacrato artista tra i più significativi del panorama contemporaneo. Numerose esposizioni itineranti si sono susseguite in Europa, Stati Uniti, Australia e Giappone. Si è dedicato alla scenografia sin dall’inizio della sua attività e ha realizzato ‘‘macchine spettacolari’’ per numerosi lavori teatrali, dalla tragedia greca al melodramma, dal teatro contemporaneo alla musica.
Ha insegnato nei dipartimenti d’arte delle università americane: Stanford University, University of California a Berkeley, Mills College.

Arnaldo Pomodoro costituisce la Fondazione nel 1995 con il compito di garantire la conservazione e la valorizzazione della sua opera, dando vita a un’idea visionaria: creare uno spazio inventivo, quasi sperimentale, di studio e confronto sui temi dell’arte contemporanea, dalle esperienze delle avanguardie fino alle più recenti prospettive, mirando a un coinvolgimento, profondo e globale, con le persone e la società. La Fondazione nasce quindi, e opera, secondo la volontà di Pomodoro di creare un luogo aperto alla rilettura dell’arte del Novecento e alla creatività dei giovani artisti, uno spazio collettivo di esperienza viva, che mira a un coinvolgimento, profondo e globale, con le persone e la società.

Ha realizzato numerose opere ambientali: dal Progetto per il Cimitero di Urbino del 1973 scavato dentro la collina urbinate, poi non realizzato a causa di contrasti e problemi locali, a Moto terreno solare, il lungo murale in cemento per il Simposio di Minoa a Marsala, dalla Sala d’Armi per il Museo Poldi Pezzoli di Milano, all’environment Ingresso nel labirinto, dedicato all’Epopea di Gilgamesh, fino al Carapace, la cantina di Bevagna realizzata per la famiglia Lunelli.

 

 

Da sinistra, Arnaldo Pomodoro con Pierluigi Cerri, Giorgio Marconi e Francesco Leonetti (ph. Carlo Orsi)

 

Ha ricevuto molti premi e importanti riconoscimenti: i Premi di Scultura alle Biennali di São Paulo (1963) e Venezia (1964); il Praemium Imperiale per la Scultura 1990 della Japan Art Association e il Lifetime Achievement in Contemporary Sculpture Award dell’ International Sculpture Center di San Francisco (2008). Nel 1992 il Trinity College dell’Università di Dublino gli ha conferito la Laurea honoris causa in Lettere e nel 2001 l’Università di Ancona quella in Ingegneria edile-architettura.

Pomodoro è sempre stato artista aperto anche a collaborazioni con il mondo dell'impresa e anche in questo ambito ha lasciato un segno icononico realizzando nel 2005, per la cantina umbra delle Tenute Lunelli, a Bevagna, (dove si produce il Montefalco Sagrantino), il ''Carapace'' opera di scultura e di architettura, una grande cupola ricoperta di rame, incisa da crepe che ricordano i solchi della terra che l’abbraccia. L’unica scultura al mondo perfettamente integrata con l’ambiente. in cui si vive e si lavora.

“Ho avuto l’idea di una forma che ricorda la tartaruga, simbolo di stabilità e longevità che, con il suo carapace rappresenta l’unione tra terra e cielo.”   disse Pomodoro che qui vediamo mentre studia e progetta l'opera per i Lunelli.

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