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Agitu, la pastora etiope ha avuto giustizia

A due anni dalla morte non utilizzati gran parte dei fondi raccolti in sua memoria

Venti anni di reclusione all'uomo che l'ha uccisa. Pena confermata in appello per l'assassino di Agitu, simbolo di integrazione e di coraggio. A  2 anni dalla morte violenta di Agitu Ideo Gudeta, giustizia è stata fatta per la pastora etiope trapiantata in Trentino da diversi anni, uccisa a martellate dal collaboratore  Adams Suleimani, ghanese, 32 anni, per motivi economici.

Agitu era donna il cui coraggio e la cui preparazione erano simbolo di integrazione e automprenditorialità. Simbolo del coraggio femminile.

Agitu era una storia di integrazione meravigliosa, una donna bella, fiera coraggiosa. In Trentino era arrivata per portare avanti la sua passione e la sua sfida: vivere in armonia con la natura e recuperare dall’estinzione la bellissima capra Mochena.

Con gioia e tanta determinazione aveva recuperato un terreno di 11 ettari in abbandono e lo ha valorizzato come pascolo incontaminato per il suo gregge di capre. Grazie alla passione ed alle conoscenze apprese dalla nonna materna Agitu allevava le capre e trasformava il formaggio con metodi tradizionali, il suo era un allevamento sostenibile e di qualità.

Tutti la conoscevano e tutta la stampa nazionale si è occupata di lei, che in Trentino era arrivata per studiare sociologia, che dal Trentino era ripartita per tornare e portare il suo sapere al "suo" popolo,  e che in Trentino era tornata per sfuggire a violenze e persecuzioni.

Agitu aveva incontrato degli ostacoli:  aveva ricevuto minacce a sfondo razziale, ed era stata aggredita. Splendido esempio di integrazione, di autoimprenditorialità femminile e di coraggio, è ricordata insieme ad altre donne uccise per mano d'uomo, nella piazza di Trento dove lei arrivava con il suo banchetto di formaggi.

Il fratello e la sorella, giunti in Italia, l'hanno riportata a casa. La salma è  tornata in Etiopia dove ci sono stati funerali di Stato.

Qui Agitu ha lasciato un ricordo indelebile: il suo sorriso e le sue caprette. E una lezione di grande coraggio e fierezza che andava salvaguardata.
La raccolta fondi promossa da Zebenay Jabe Daka, presidente dell’associazione Amici dell’Etiopia, ha superato i 106.753,89 euro ma non ha dato risultati.

A due anni dalla morte di Agitu Ideo Gudeta, nel corso di una conferenza stampa la curatrice dell'eredità, l'avvocata Annarosa Molinari, il notaio Paolo Piccoli ed Elisabetta Nardelli,  (nella loro funzione di garanti) hanno fornito i dati sulla raccolta fondi promossa all'indomani della scomparsa.

Le somme finora impiegate sono pari a 19.646,56 euro. E par di capire che non ci siano idee chiare su come utilizzare il resto. "Rivolgiamo un appello ai sottoscrittori perché ci diano delle idee alla casella e-mail dedicata (comitato.agitu@gmail.com), per capire come usare al meglio il resto dei fondi", ha  detto Piccoli.

"L'immobile della vecchia scuola di Frassilongo, dove Agitu aveva ricavato il suo caseificio, è un tema scottante: sarebbe il bene di maggiore valore. Ho cercato disponibilità in valle per trasformarlo in un unico immobile o in una serie di appartamenti, ma non ci sono state manifestazioni d'interesse. Qualsiasi idea è ben accetta", ha detto l'avvocato Annarosa Molinari, nominata dal Tribunale di Trento curatrice dell'eredità giacente di Agitu.

E pecore e capre? Che fine hanno fatto?  "Il gregge di Agitu è stato ricompattato presso un imprenditore della valle dei Laghi", ha spiegato Molinari. "Ho fatto tutti i tentativi possibili per valorizzare il marchio di Agitu in loco, in Trentino. Una manifestazione d'interesse era venuta da un imprenditore della valle di Fassa, ma è caduta anche per incompatibilità con le regole Cee. Ora però dovrò guardare fuori dai confini, perché non ci sono state altre manifestazioni di interesse", ha concluso l'avvocato.

Insomma l'ondata di sdegno all'indomani della tragica morte di Agitu, non ha prodotto pari interesse,  nemmeno fra le associazioni di categoria, allevatori in primis. Ma anche tra le istituzioni che potevano aggiungere ai 106mila euro altri fondi e una qualche progettualità a sfondo sociale. Vale anche per il Comune di Trento che più di posizionare una panchina rossa in sua memoria non ci pare abbia fatto.

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Autore: Corona Perer

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