Arte, Cultura & Spettacoli

Annalia Spagnolli ''Nel mio mondo''

di Corona Perer - L'artista è stata una pioniera, ma non lo sa

L'artista è stata una pioniera, ma non lo sa. Il fatto curioso è infatti questo: del suo passato a Carosello, non vuol proprio parlare. Come se si trattasse di una vicenda minore della sua storia artistica. Ma la sua è solo una percezione generazionale: l'Arte inferiore alla Pubblicità, si pensava un tempo. Ma oggi si riconosce anche l'Arte della Pubblicità. Ecco perchè Annalia Spagnolli preferisce parlare dei suoi 50 anni di pittura in cui si è misurata con varie tecniche (dalla lavorazione del vetro alla grafica, dagli oli agli acquerelli fino alla scultura). E molto tempo è passato da quel 1960 in cui, alunna dell'istituto d'arte di Trento, vinse un viaggio studio a Parigi, dove capì che la sua vita era fare arte.

La sua visione dell'arte è stata dominata dallo stupore: sente di vivere qualcosa di semplice e grande allo stesso tempo, infinitamente complesso, il colore della luce e delle emozioni.

 

Le rende omaggio una mostra allestita fino al 30 ottobre a Isera, a Palazzo de Probizer. "Nel mio mondo" racconta il cammino di Annalia Spagnolli dalla natura all'astrattismo, dal vetro al pennello. E in questa intervista spiega che il suo mondo artistico è fatto di viaggi mentali ''Dipingere per me è fondamentale: come alzarsi e vestirsi. I miei sono paesaggi della memoria: non copio da soggetto fotografico e non vado en-plein-air''.

Ha sempre prediletto la pittura di paesaggi lacustri e fluviali, dove la natura prende forma in confini che si toccano, tra acqua e cieli spazzolati dal vento. Gli orizzonti sono sempre vasti e si contrappongono al piccolo mondo degli abitanti della palude, minuscoli e silenziosi amici che fanno da compagni ad ideali passeggiate in solitaria. Li si può avvertire ed immaginare appostati con fare guardingo dietro a un canneto, "dentro" un habitat naturale dove a dominare. E' come se la mano del pittore perlustrasse, pronta ad incontrare la fauna acquatica ben sapendo dove abita la rana e dove il rospo. Guardare uno dei suoi quadri è come iniziare un viaggio liquido, entrare in un canneto e scostare vegetazioni spontanee, calpestare luoghi naturali, alzare lo sguardo verso cieli in eterno movimento.

 

Il cielo è sempre vasto, vastissimo: perchè è il luogo di ciò che è altro da noi. Solitamente è un cielo agitato, perciò bellissimo e in divenire. Non si schiaccia sulla precarietà delle creature umane, ma si apre alla loro potenzialità creaturale. Dono cieli pieni di tormento, ma non vengono da impeto inquieto. All'occhio e all'anima vogliono solo dire lo stupore muto di fronte alla magnificenza della Natura. Ma sbaglierebbe chi intendesse in questo approccio un intento estetico. Non è la bellezza l'obiettivo ultimo. Lo spiega in questa intervista in cui afferma di volere condurre chi guarda verso ciò che può sembrare senza significato, frugando nella natura, nell'infinitamente grande alla ricerca dell'infinitamente piccolo. E da poetessa desidera che la contemplazione del Bello avvenga per fascinazione. L'abbiamo incontrata nel suo studio di Caldaro.

Annalia Spagnolli, cosa significa per lei dipingere il mondo?
Significa vivere e viaggiare. Dipingere per me è fondamentale: come alzarsi e vestirsi. I miei sono paesaggi della memoria: non copio da soggetto fotografico e non vado en-plein-air. Dipingo ciò che ho messo dentro, il mio vissuto che affonda le radici nella semplicità. Fare un olio per me è come fare un viaggio. L'acquerello una passeggiata.

Il paesaggio senza anima viva è il suo tema dominante. Da dove viene questa scelta?
Dalla mia anima naturale. Conosco gli alberi uno per uno nelle mie passeggiate mattutine, ma vedo in loro sempre qualcosa di nuovo. Ogni giorno sul mio percorso incontro la novità e la sorpresa. In questo modo mi estraneo per stare nel mondo in modo naturale. Quando contravvengo alla regola di non dipingere mai figure umane, allora ritraggo una donna, non ho memoria di aver dipinto un uomo. Io non dipingo il paesaggio per farne una fotografia. Ciò a cui miro è dipingere i paesaggi che abitano la nostra anima.

Quindi c'è anche un intento metafisico?
Sì, andare al topos (non al luogo geografico), significa per me non solo condurre al viaggio, ma fare un viaggio. Per tornarne soddisfatto. Purtroppo la gente oggi non sembra più capace di "soddisfazione"...

Cosa osserva dell'uomo contemporaneo?
La sua incompletezza. Penso che dovremmo accontentarci, vedo tanta insoddisfazione intorno a me, tanta depressione. Io invece sono soddisfatta, mi accontento. Ma il mio atteggiamento positivo non è dovuto all'abbondanza, semmai ad uno stato interiore. Io mi sono sempre arrangiata, e quel che ho avuto mi è sempre bastato.

...Quindi lei non vede mai nero?
Le risponderò artisticamente: questo è un colore che io non uso mai. Il nero per me non esiste. Non ricordo di averne mai comprato un tubetto. In Accademia mi insegnarono a non usarlo e col tempo questa mia scelta è diventata abito mentale. Infatti anche nelle parti oscure di un mio quadro non c'è mail il nero come colore fondamentale. Il buio nero viene da una sommatoria di colori e questo - se ci si pensa bene - accade anche nella vita: vediamo nero, ma non ci accorgiamo che se guardiamo bene c'è sempre qualche luce e che quel nero è fatto anche di luce.

foto C.Perer - ripdouzione riservata

 

Cosa predilige tra gli elementi naturali o fisici?
I cieli e l'acqua. E il mio cielo è sempre così: o tanto o pochissimo. Mentre l'acqua è sempre ferma e questo è davvero curioso se si pensa che io dell'acqua ho una gran paura. Come artista sento il dovere di sostare nel contesto naturale per cogliere l'insignificante. Ho un solo desiderio: che chi guarda si senta felice perchè oggi viviamo in un mondo brutto.

L'arte, quindi, ha per lei funzione catartica...
Oh certo! Da qui l'intento a condurre per mano chi guarda perchè possa gioire naturalmente. I tedeschi amano molto i miei quadri proprio per il colore, forse perchè vivono in un cielo grigio, ma io che son nata sotto cieli dai colori forti, come potrei non celebrarli nella mia pittura? Quando ero una giovane artista avevo paura di dipingere le mani, ma ho continuato. Ho sempre preferito il figurativo, ma non ho mai - dico mai - voluto fare una natura morta. Il solo concetto mi dà i brividi.

Quanto ha fatto è ciò che sognava?
Molto più del mio sogno. Quando ancora giovane studente d'Accademia facevo decorazioni, mi sembrava che tuttalpiù avrei imparato "mestiere". Poi ho capito cosa fare proiettandomi nella natura dove ho trovato da raccontare tante cose: la luce, anzitutto. E con l'acquerello dosarla è come andare in palestra: ci si rinvigorisce. La luce abita nella carta, e si riesce a restituirla solo con il controllo dell'acqua sulla carta.

C'è qualcosa che lei non fa: tornare sulle strade di Rovereto. Cosa la lega al borgo natìo?
Spero non rimanga un sogno: a Sacco, dove sono nata, vorrei lasciare un segno che duri nel tempo: un bassorilievo che ricordi la storia popolare sviluppatasi attorno alla Manifattura dei Tabacchi. Vengo da una famiglia che per tre generazioni ha lavorato al tabacco: il mio bisnonno fu tra i primi operai. Sarà un dono, e lo farò gratuitamente. Sarà la mia prossima sfida e non sarò contenta fino a quando non l'avrò vinta.

A cosa non rinuncerebbe mai?
Alle mie due ore di passeggiata al mattino, nel bosco silenzioso per tornare a dipingere ogni giorno ciò che la natura mi suscita. Con l'avanzare dell'età sto persino producendo di più. Questo è il mio mondo e io lo devo dipingere.

Corona Perer
(ottobre 2012/ottobre 2022)


Autore: Corona Perer

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