Arte, Cultura & Spettacoli

In ricordo di Marco Klaus

Una storia d'arte orfana che merita attenzione

Se ne è andato nel 2014 e cinque anni dopo sembra dimenticato. Se ne  è andato in silenzio dopo che per una vita aveva reclamato posto, fino a non chiederlo più. E' una di quelle storie d'arte che nn merita di passare inosservata, che reclama attenzione, che la merita.

Di Marco Klaus avevamo scritto e tentato anche una promozione, suggerendo un inventario dei suoi lavori, segnalandolo alle istituzioni (anche bancarie) che investono spesso in cultura: l'uomo e l'artista meritavano. Ci dispiace che nessuno si sia mosso. Ma sappiamo di non essere stati i soli a crederci.

Un importante studio di commercialisti di Rovereto ha arredato il proprio bellissimo studio con le sue opere, in un contesto di design dove le sue opere assumono la dignità e la bellezza tipica delle opere d'arte che sanno parlare a chiunque voglia prestare orecchio per ascoltare.

Negli ultimi anni Marco Klaus si accontentava di dipingere per amore della pittura. Dimenticato, inosservato, ma non inutile. E noi lo avevamo sostenuto raccogliendo anche l'invito di Davide Pugnaghi, l'unico gallerista che si sia concretamente occupato di lui a Rovereto.

Ad Arco, dove era ricoverato da tempo, Marco Klaus ha finalmente chiuso gli occhi sul mondo nell'ottobre 2014. Aveva in fondo solo sessant’anni. Era un vero pittore, ed era "vissuto" dalla malattia dell'arte, percorso dal disagio che spesso proprio un talento inespresso può provocare.

Dipingeva individui replicati e quindi omologati. L'individuo era un clone, privo di caratteristiche proprie e quindi alienato. C'è inquietudine e sogno, nelle opere di Marco Klaus. Tra una tela e l'altra appariva una chiesa, una casa che sembrava indicare il desiderio di approdi, calore e certezze.

Era entrato in familiarità con l'arte sin da giovanissimo: il padre era consulente di collezionisti nonché critico d'arte. Marco Klaus ha respirato fin dall'infanzia il mondo simbolico della pittura che ha poi appreso più sistematicamente frequentando l'accademia delle Belle Arti di Venezia dove all'epoca teneva lezione quello che Klaus considera uno dei suoi veri maestri: Emilio Vedova.

Questo humus culturale era dentro la sua pittura umorale, istintiva e a volte esplosiva. La gamma di sentimenti che dominava, precedeva e caratterizzava ogni opera era la chiave di lettura di un io-pittorico individuale molto complesso. Psicologo mancato, Klaus era artista che attingeva... dalla propria psicologia.

L'anima era sempre in tumulto nelle sue tele astratte, dove il vortice di pensieri molto intimi, diventava la trama di colori accesi. Era pittura enigmatica della quale solo l'artista poteva fornire la chiave di lettura. Il suo era l'atto simbolico di chi - in costante ricerca col mondo - si confronta quotidianamente con il dolore e il mistero della vita. E il suo studio era lo specchio di quel tumulto. Chi scrive lo ricorda mentre mostra con affanno le sue cose, con entusiasmo ragazzino ma con lo sguardo triste di chi ha dovuto subire anche tanti "no".

La sua vita non era stata certamente facile. E alla sua morte la critica locale ha espresso parole di "ispirata" circostanza. Ciò che non è stato fatto ...si può sempre fare evitando che le uniche parole restino quelle del panegirico finale.


Autore: Corona Perer

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