Arte, Cultura & Spettacoli

Bruno Baroncini, artista dimenticato

Sono trascorsi 5 anni dalla morte

(Corona Perer ) - Sono trascorsi 5 anni dalla morte e a parte l'omaggio della piccola galleria indipendente di Rovereto, EMPTY, non si è fatto nulla per ricordarlo. Anche la ex-Maragoni dove  lui voleva portare le sue ultime opere ...non c'è più. Al suo posto un palazzone. Era un grande amico di SENTIRE: al suo nascere ci aveva sostenuto e per questo non potremo mai dimenticarlo. "Forza, vai avanti" mi diceva.

Raccontano i famigliari che quel giorno (l'ultimo della sua vita) Bruno Baroncini avesse gioito di mattino presto sul suo balconcino di Via Maioliche a Rovereto per un oleandro che era tornato a fiorire dopo tanto tempo. In quella stessa mattinata, due ore dopo, veniva trovato morto nell'orto di casa, dove stava raccogliendo l'insalata. Stroncato da un infarto e forse vittima della migliore tra le morti che lui si augurasse.

Ci resta di lui un crocifisso "anomalo", come anomala era stata tutta la sua arte: un Cristo di plastica. "Tutto ormai è di plastica, tutto è chimica, tutto è troppo insopportabilmente artificioso" diceva. E così ultimamente lavorava con la plastica,  quasi con foga,  con materiali che faceva venire apposta da Verona. In programma aveva una mostra da tenere nel 2016 nei locali della ex-Marangoni,  così  almeno diceva. "Ma non scriverlo: aspetta!" mi diceva con i suoi occhi che a volte venivano attraversati da fermenti luciferini. Chissà che direbbe oggi: non c'è nemmeno più la fabbrica. E a dire il vero non si sa più nulla nemmeno del crocifisso che aveva temporaneamente ''parcheggiato'', grazie alla disponibilità di un amico, in attesa della mostra.

C'era da credergli quando diceva di aver scelto uno spazio anomalo come una fabbrica: odiava musei, gallerie, galleristi, e tutto quel che gira intorno all'arte. Questo suo essere "diverso" lo aveva spinto ai margini, che lui peraltro abitava agevolmente. Così gli si addiceva la frase evangelica "Nemo Profeta in Patria". Era un vero artista, ma non lo riconobbero.

Bruno Baroncini ha lasciato tutti di stucco: andandosene all'improvviso.
Artista spigoloso, ma generoso, dalla forte vis polemica, sempre pronto però a concludere la più furiosa delle discussioni con una risata.

C’era una grande coerenza tematica nell’opera di Bruno Baroncini, scultore complesso e respinto che al cosmo, alla vastità universale, ai suoi misteri e alle sue leggi, agli ancestrali richiami esercitati sull’uomo ha sempre dedicato la sua estetica.

Già nel 1980 Luigi Meneghelli commentava la serie di opere (non a caso intitolate “Concezione universale”) parlando di una scultura che “… si precisa non solo come materia e spazio, ma pure come tempo: nelle sue geometrie plastiche tutto si compone e si scompone, fluttua e guizza, quasi a proporre un interminabile e interminato processo di creazione che è contemporaneamente conservazione infallibile e integrale del passato gestito sulle tensioni del futuro…” .

Parole che tornano attuali anche dopo 40 anni e sono utili a comprendere una delle ultime opere, di grande rigore formale, con la quale l’artista - altoatesino di nascita e roveretano di adozione - raccontava l’universalità. Si trattava anche in questo caso di un lavoro dalle forti e marcate geometrie che raccontava l’uso dell'arco nella storia umana. Era un monumento per gli Arcieri di Rovereto ed  il “sentire” matematico di questo geniale e bizzoso artista il quale - questa volta - voleva parlare del tempo.

"In ogni epoca l’uomo ha usato l’arco, prima per sfamarsi, poi per difendersi. Ora lo usa per sport" ci spiegava l'artista, che nel concepire una sfera articolata in ventiquattro archi in acciaio, aveva "teso", quasi fossero pronte a partire, frecce autentiche, in fibra di carbonio.

"Le frecce raccontano due dimensioni cruciali: lo spazio e il tempo. La tensione degli archi crea nel cuore della scultura una clessidra, e i 24 archi sono a simboleggiare le 24 ore nello spazio orario, espresse in 24 fusi orari che scandiscono il procedere umano"  spiegava con gli occhi che brillavano di eccitazione.

Un concept semplice e complesso allo stesso tempo, che metteva in luce la forza creativa di questo artista mai valorizzato come davvero meritava. Baroncini aveva lavorato a quest’opera da circa due anni, gli ultimi mesi dei quali passati in officina.

Chiamò l'opera 'Arco nel tempo': ferro, acciaio, carbonio, stagno facevano tornare alla mente l’attualità della lettura di Meneghelli quando  nel suo commento a “Concezione Universale” disse che proprio la sfera, nella sua assoluta semplicità realizza una "durata infinita...".

“Un pieno continuo e incessantemente moltiplicato” che Baroncini usava come strumento. Anzi, per dirla ancora con Meneghelli, per un confronto "tra l’esteriorità potente e splendente del creato e l’intimità chiusa di una creatività in potenza”.

Una potenza che ora dorme, paga di tante fatiche. Agli amici resta il vuoto lasciato da questo che sembra il più terribile dei suoi scherzi. Uno scherzo improvviso, incredibile eppure tremendamente vero. Uno scherzo d'artista.
(corona perer - luglio 2020)

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''PLASTICA'' by Bruno Baroncini
EMPTY SPACE - omaggio allo scultore di Rovereto ad un mese dalla improvvisa morte
 

(luglio 2015) - Tante persone, amici e persino artisti venuti da fuori città, hanno voluto rendere omaggio a due mesi dalla sua scomparsa all'artista Bruno Baroncini. Un successo che ha indotto lo spazio EMPTY) a prorogare la mostra visto il significativo interesse suscitato nel mondo dell'arte: sono venuti i critici d'arte con i quali l'artista si era spesso trovato in rotta di collisione, gli amici e gli ex-amici: tutti però a rendere omaggio ad una storia d'arte di assoluta originalità e non ancora del tutto compresa.

Come raccontano le opere esposte, tutte inedite (compreso un magistrale nudo fatto con la china preveniente da collezione privata > nella foto), l'artista aveva in programma una mostra da tenere nel 2016 nei locali della Marangoni alla vigilia dei suoi 50 anni di attività artistica. Aveva scelto uno spazio "anomalo": odiava musei, gallerie, galleristi, e tutto quel che gira intorno all'arte. Questo suo essere "diverso" lo aveva spinto ai margini che lui peraltro abitava agevolmente. Bruno Baroncini ha lasciato tutti di stucco a fine giugno andandosene in silenzio e all'improvviso alla vigilia dei suoi 70 anni che sono stati ugualmente celebrati da EMPTY con un aperitivo lo scorso 31 agosto.

Raccontano i famigliari che al mattino aveva gioito per una pianta tornata a fiorire dopo tanto tempo.A vedere i bozzetti della mostra del 2016 si apprestava a raccontare l'inquietudine dell'uomo che rinasce dalle sue ceneri. Vi era sicuramente qualcosa di autobiografico.In queste settimane EMPTY, fedele alla sua impostazione di cambiare continuamente l'allestimento, sta esponendo anche le grafiche che testimoniano il primo Baroncini degli anni '70, figurativo prima di approdare all'astratto e alla geometria.

La piccola ma "intensa" mostra racconta l'uomo e l'artista e soprattutto le sue ultime sperimentazioni.  Bruno Baroncini aveva alle spalle una lunga storia d'artista. Nato a Cornedo all'Isarco (provincia di Bolzano) nel 1945, e cresciuto a Rovereto, si era diplomato giovanissimo all'Istituto d'Arte Vittoria di Trento. Subito approda a Verona dove entra in contatto fecondo con gli ambienti artistici d'avanguardia. Alterna all'epoca con uguale passione pittura e scultura. Dopo un decennio si trasferisce definitivamente a Rovereto e inizia la sua attività espositiva. E' tra i primi a concepire l'arte come installazione, come progetto che vive indipendentemente dalle logiche di mercato. Era dunque autentico artista.

Nel 1966 a soli 21 anni è a Milano una mostra viene organizzata dal Comune di Milano all'Arengario. Seguono mostre a Recoaro, Padova, Verona, Trento, Riva del Garda. L'ultima mostra a Rovereto è del 1997: “3 + 3” è un doppio evento promosso da Palazzo Todeschi di Rovereto e dal Comune di Figline Valdarno con un giovanissimo Luciano Civettini e un intenso e maturo Umberto Savoia, accanto a tre artisti toscani Marco Bonechi, Paolo Scheggi, Gabriele Torricelli. In quell'occasione viene pubblicato un catalogo con testi critici di Riccarda Turrina e Mario Cossali a cura di Remo Forchini.

La piccola mostra omaggio di EMPTY rendeomaggio al suo lavoro e richiama l'attenzione su una genialità che le polemiche hanno spesso impedito di vedere nella sua autentica originalità.

Nel 1980 Luigi Meneghelli commentava la serie di opere (“Concezione universale”) parlando di una scultura che “… si precisa non solo come materia e spazio, ma pure come tempo: nelle sue geometrie plastiche tutto si compone e si scompone, fluttua e guizza, quasi a proporre un interminabile e interminato processo di creazione che è contemporaneamente conservazione infallibile e integrale del passato gestito sulle tensioni del futuro…” .
Così è anche per la serie di opere esposte in “Plastica” rimasta incompiuta come incompiuto (a causa delle devastazioni) fu il parco ai Lavini, sepolto da molte ingenerose polemiche verso un uomo che aveva messo nel suo agire artistico una parola anzitutto: libertà.
(luglio 2015 - EMPTY space)

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