Arte, Cultura & Spettacoli

Michelangelo Pistoletto e il ''terzo paradiso''

intervista di Corona Perer (2009)

(Venezia, 7 giugno 2009) - ''L'uomo vive in modo pericoloso e abita in un mondo di cui non ha piena consapevolezza. Secondo il Maestro Pistoletto viviamo nell'infanzia della civiltà e la riprova sta proprio nell incapacità dell'uomo a condividere''. Michelangelo Pistoletto mi riceve in un luogo emozionante: l'Hotel Gabrielli di Venezia in occasione della Biennale 2009.

Fondatore della Città dell'Arte a Biella, spiega le contraddizioni del Terzo Millennio e traccia profeticamente un sentiero intriso di Pensiero. Quello che teorizza è il "Terzo Paradiso" descritto in un libro che  Pistoletto afferma di aver scritto più a se stesso, che agli altri. ''Perché scrivere è conoscersi. La parola è importante è come un passo. Ogni parola è un piedistallo per la successiva". Uno specchio in qualche modo.

La visione parte da una constatazione: l'uomo oggi sta vivendo in totale disarmonia. E' primitivo, arretrato culturalmente. Il primo passo da fare è passare alla condivisione. Pistoletto lo diceva già nel 2009

Il nostro incontro con il maestro Pistoletto parte dalla performance di Venezia, la sintesi di una ricerca che dura dagli anni '70. Un primo step fu in Giappone alla Triennale di Yokohama dove il maestro realizzò "Seventeen less one". Ma in quell'occasione agì un suo emissario: Lorenzo Fiaschi di Galleria Continua (San Gimignano) incaricato di agire su diciassette specchi, meno uno. Cosa significa allinearne ventidue e distruggerne venti per il teorico del Terzo Paradiso che dello specchio ha fatto uno strumento di conoscenza?

E la risposta - lui che si considera discepolo di Piero della Francesca - pare risiedere nel ritorno ad un nuovo Umanesimo. Glielo abbiamo chiesto in questa intervista, realizzata a Venezia.  Datevi il tempo di leggerla: potrebbe cambiare la vostra ...aritmetica.

Maestro Pistoletto, lei ha distrutto 20 di 22 specchi e lo specchio è al centro della sua ricerca. Ne sono rimasti due. Cosa rappresentano?
Sono l'idea motrice di una ricerca iniziata negli anni '70 sul Grande Specchio. La mia è fenomenologia, non teoria. Sono partito dalla pura definizione di specchio.

Che cosa è di fatto?
Lo specchio esiste solo se riflette, altrimenti è nullo, perde funzione. Identificandomi nello specchio mi son chiesto: "Se sono specchio come mi riconosco... senza uno specchio?". Ho quindi dovuto dargli un doppio perché potesse riflettere ed essere/dirsi specchio. Un assurdo, no? Poi tagliando lo specchio ho visto un terzo specchio,suo primogenito, anche lui riflettente. E si potrebbe proseguire all'infinito.

Una metafora della vita?
Esatto. Anche la specie umana, biologicamente si riproduce per divisione e allora ho messo il primo punto fermo: la vera dinamica del mondo sta nella divisione non nella moltiplicazione. La divisione è l'atto primario. E questo ha risvolti etici. L'errore di fondo, oggi, sta nel ritenere la moltiplicazione la legge prima: gli interessi economici, la ricerca, il progresso. Continuiamo a moltiplicare. Ed invece la legge del mondo risiede nella divisione. Ne dovrebbe discendere, per l'uomo, la con-divisione. Proprio ciò che non avviene.

Secondo sue ricerche matematiche l'1 non esisterebbe, vero?
Sì perchè quando la materia si manifesta dal nulla si sottrae allo zero dividendosi. Passa subito al 2. Il vero sistema è perciò quello binario. Lo specchio diviso è la metafora che dice la logica di un mondo che ragiona moltiplicando. Ma l'accumulo è di fatto esclusione. Così si sono costruite le civiltà: tutte sbagliate.

Rompere lo specchio è manifestare o spezzare la logica del mondo?
Il fatto di agire e rompere uno specchio è una via per rendere fisica l'azione del dividere-per-moltiplicare. Senza un'azione fisica non c'è metafisica. E poi per dire qualcosa sul Tempo.

Il Tempo come azione e atto, o come dimensione assoluta?
Il tempo come "passato". Sullo specchio rotto restano forme nere, il documento di un atto, una fotografia istantanea memoria di un passato. Lo specchio che rappresenta il "qui-e-ora" ci rimanda un atto creativo che è già "passato". Quel nero è stato un "presente". Il paradosso è che lo specchio diventa testimone sia di ciò che è passato che di ciò che diviene.

È un richiamo alla responsabilità?
Sì. Viviamo il presente senza accorgerci del suo valore e del fatto che ogni momento è anche passato.

Cosa è per lei, ora, uno specchio?
È il nulla che contiene il tutto, anche ciò che deve ancora divenire. Nello specchio il presente è possibilità. C'è anche ciò che non è stato ancora rivelato. C'eravamo anche noi milioni di anni fa, poi siamo usciti e ci siamo specchiati.

Ricorda il momento in cui si è accorto delle potenzialità dello specchio?
Certo, avevo 14 anni. Mio padre, che era pittore, mi mise davanti a uno specchio e mi disse: disegnati. Con quel primo autoritratto scoprii che avevo i primi peli sul mento. Lo specchio mise in moto la ricerca di identità.

Cosa offre all'uomo uno specchio oltre alla visione?
La possibilità di tirare le somme sul suo comportamento che può essere dannoso per la sopravvivenza. La natura va per la sua strada e in fondo all'universo potrebbe fregargliene poco che l'uomo scompaia, continuerebbe ugualmente il suo corso. Ma siccome ci piace vivere, allora lo specchio ci chiede di fermarci a cercare una nuova via.

Lei parla di un terzo paradiso per l'uomo. Cosa intende?
Dobbiamo assolutamente traghettarci verso un'altra forma di civiltà più adulta dove anziché moltiplicare riusciremo a condividere.

Lei lo rappresenta nel segno dell'infinito, ma con tre cerchi. Cosa sono?
I due esterni sono la Natura e l'Artificio: il primo è il paradiso dove l'Uomo viveva totalmente integrato e in armonia e il secondo è quello nato nel momento in cui ci siamo staccati dalla natura cioè il mondo attuale e artificiale, che sta precipitando verso una china molto pericolosa.

Il terzo come nasce?
Il terzo, che sta al centro, lo dobbiamo realizzare. Passare un nuovo spazio che unisce natura con artificio: tornando indietro non andando avanti. Noi siamo alla fine di un lungo spazio artificiale e dobbiamo ancora entrare in questo terzo paradiso.

Ma esiste? È un altrove? Una nuova dimensione?
No, dobbiamo ancora costruirla tendendo un nuovo arco di generazioni che avranno fatto tesoro di ciò che è stato.

Oggi dove siamo come umanità?
Siamo sulla strada rettilinea del progresso e andiamo avanti, mentre si dovrebbe fare un movimento circolare: tornare indietro. Abbiamo bisogno di equilibrio, proporzione e forma come nel Rinascimento quando l'equilibrio era evoluzione etica. Politiche economiche, architettura, filosofia, estetica: era un'armonia del tutto senza fughe trascendenti. Il modernismo è invece tutta una fuga verso la scoperta e un viaggio verso l'ignoto con le conquiste scientifiche.

Come descriverebbe la storia di questi ultimi 500 anni?
In due parole, sulle verità su Dio costruite nel Medio Evo, il Gotico costruisce immense guglie. L'uomo prende coscienza di sé e nel ‘900 arriva a fare guglie altissime che addirittura si staccano dalla Terra e portano l'uomo sulla Luna, verso l'ignoto. L'epoca del progresso porta l'uomo avanti e lontano. Ma cosa fa? Arriva e pianta bandiere e dice "questo è mio". Ecco il limite umano: l'uomo non condivide. Accumula.

Quindi che prospettiva vede per l'uomo?
Oggi dobbiamo costruire in modo orizzontale e circolare il che vuol dire guardarsi attorno, voltarsi indietro, vedere in modo globale. Un mio studio sul sistema delle galassie dimostra che ogni punto è al centro dell'Universo, tutto ruota intorno a tutto, e l'universo ha un'infinità di centri. Ma non invento nulla: questa è fenomenologia.

Quale sarà allora l'Uomo futuro?
Un Uomo assolutamente cosciente. La coscienza è il frutto della sapienza. Rendersi conto del proprio stato fornisce capacità di autogoverno. Solo così si potrà avere democrazia. Senza autonoma capacità di giudizio non ci sarà mai democrazia. Per divenire consapevoli servono sistemi educativi capaci.

È quanto teorizza la Città dell'Arte che lei ha fondato a Biella?
Sì, la Città dell'Arte parte dalla consapevolezza che l'arte può essere di grande aiuto perché sviluppa la sensibilità: con gli oggetti, nelle relazioni interpersonali. Dobbiamo portare i giovani verso una dimensione evoluta. L'umanità intera deve diventare adulta: siamo bambini con giocattoli pericolosi tra le mani.

Quindi viviamo in totale disarmonia?
Certo, siamo primitivi, arretrati culturalmente. Viviamo in modo pericoloso e abitiamo in un mondo di cui non abbiamo piena consapevolezza. Siamo nell'infanzia della civiltà. Lo vedo nella incapacità dell'uomo a condividere: terribile. È questo il primo passo da fare.
 

Maestro, sta parlando dello squilibrio tra paesi ricchi e poveri?
Esatto. La ricchezza è concentrata dove c'è la tecnologia. Ma le materie prime, cioè la ‘vera' ricchezza, sono in luoghi poverissimi. Lo trovo incredibile per l'uomo che si dice evoluto.

Gli indigeni hanno molto da insegnarci, quindi...
Loro sono esseri perfetti inseriti in economia perfetta, come le foche o le mosche, invece noi ‘evoluti' andiamo a piantare bandierine su posti che non sono nostri e a depredare. Pensi a cosa ha fatto il colonialismo. Quindi la parola cruciale è ‘condivisione'. O si fa o è la fine.

Quale leva bisogna agire?
L'educazione è il vero lavoro da fare. Trasformare questo mondo, capire che il concetto di povertà può rappresentare il grado più alto di ricchezza perché nella povertà c'è l'essenziale e il giusto scambio, mentre la ricchezza è devastazione: concentrazione che esclude.

Quindi il futuro è nelle mani di chi?
Nelle mie, come nelle sue. Siamo tutti chiamati ad agire. A Venezia dopo la performance, c'è chi ha detto che le mie riflessioni non davano speranza. Io detesto questa parola perché denota lo stato di chi si aspetta qualcosa o che qualcuno faccia per lui. Non ha senso: agisci, dico io. I momenti di grande crisi sono inevitabili, in tutte le epoche ci sono stati. Tutti i nodi vengono al pettine e ormai questo pettine è pieno di nodi, ma sono proprio i momenti di crisi che chiamano a gran voce energie risolutive.

Lei crede l'uomo capace di una soluzione?
Non ci si deve attendere "la" soluzione definitiva: non esiste. Esiste invece un cammino, magari attraverso altre piccole crisi che produrranno altri cambiamenti. È importante vedere oltre e concepire il mondo come sarà per gli altri, non solo per noi. Credo che il futuro ci chiederà di cambiare strategia e di neutralizzare i danni fatti. Non credo esistano impedimenti. Bisogna lavorare molto e cercare percorsi alternativi, aggirare gli ostacoli.

Che ruolo ha l'Arte in tutto questo?
L'Arte del XX secolo ha prodotto un grande risultato: l'autonomia. Non è più privilegio unico dell'artista. Anche nei suoi errori, l'artista è patrimonio di tutti. Un tempo era solo per una fetta di società, la più ricca. Quindi ora l'Arte può proporre una dinamica profonda e diventare modo comune.

Come Artista lei quale ruolo sente di ricoprire?
Quello di portare, con il mio lavoro, a raggiungere questa maturità. E solo l'Arte (per arte intendo anche poesia, filosofia...) possiede questa caratteristica: portarci verso una capacità critica. L'arte è non solo liberazione dalle sottomissioni, ma un modo per far emergere chi è sottomesso. Arte e filosofia sono conquista della modernità perché hanno capacità critica e si muovono sulla complessità.

Lei parla anche di spiritualità. Che cosa è per lei?
La spiritualità è tutto ciò che concerne il movimento del pensiero, dalla minima pensata alla più complessa teoria. Di certo non abita nelle religioni che hanno cercato di rispondere al bisogno dell'uomo di capire confezionando risposte oscillanti tra deismo e Dio unico, organizzando la vita sociale e mantenendo l'uomo in uno stato di ingenuità di ignoranza e illusione. Lo stato ideale per manipolare la mente.

Questo è il metodo, ma lei vede anche un errore di fondo?
Il vizio è questo: ad una domanda primaria di natura scientifica - ovvero quale sia l'origine del mondo - l'Uomo ha ricevuto una risposta mistica, che ai primordi fu mitologica. Ma domanda e risposta possono arrivare solo fino a un certo punto.

Quindi la domanda ‘Dio c'è?' non ha risposta?
No, ce l'ha, è... ‘sì, io ci sono'. Solo questo posso affermare. Sono io uomo che ho dato nome a Dio.

Lei ha non ha fede, dunque.
Non ho fede, ma ho molto spirito. Niente e nessuno merita fede se non rapporti di pensiero e scambio. Relazione è divisione: cooperazione. Un nuovo Umanesimo.
 


Autore: Corona Perer

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