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Scienza, Ambiente & Salute

La caccia non è un diritto

di Gloria Canestrini

foto Depositphotos.com -  L'ufficio stampa della Provincia di Bolzano ha diramato in questi giorni un comunicato stampa inquietante, che ha quasi il sapore di un proclama: “Numeri record per la caccia in Alto Adige”.
A quanto pare, stando al comunicato, sta aumentando la percentuale di donne e di giovani, i quali, oltre a dedicarsi a sparare nei boschi, si consacrano anche agli aspetti rituali di quello che ormai nessuno, nemmeno il più insensibile dei sostenitori, osa definire  freddamente “uno sport”.

Quali rituali? Ce lo spiega il comunicato: “ Indossare il tipico cappello da cacciatore, dove svetta una piuma di gallo cedrone”. Poi molti sarebbero affascinati dalla cerimonia  novembrina della consegna dei diplomi di caccia, rapiti all'ascolto dei corni da caccia suonati all'unisono (vagheggiando che si tratti di un richiamo ancestrale, di un appello delle genuine tradizioni) e via dicendo.

Per la verità, a leggerlo fino in fondo, il comunicato riporta, bontà sua,  il monito della biologa Christine Miller, la quale, nella sua conferenza sugli effetti dello stress e dei disturbi sulla popolazione di animali selvatici causati dalla caccia, richiama i cacciatori alla responsabilità di interferire con un patrimonio naturale prezioso.
Eh, già. Il problema sta proprio qui: la caccia non è un diritto. La selvaggina non è una risorsa del bosco di cui poter disporre a piacimento, la fauna selvatica non è uno dei tanti beni di consumo e di svago. Giuridicamente è un bene comune e, aggiungerei, un bene inestimabile.  

la biologa della fauna selvatica Christine Miller
Foto: USP/Bernhard Aichner


Inutile  sentir dire che, nelle narrazioni stucchevoli a cui ormai ci hanno abituati, il cacciatore (o la cacciatrice, o il giovin sparatore) contribuiscono a “equilibrare” le popolazioni animali. Forse un tempo era così, ma oggi non si vede come ciò possa essere sostenibile, dal momento che ci si serve di armi di precisione  a lunga gittata, anche un chilometro,  e si disseminano i territori di mangiatoie-trappola su cui mirare, alla stregua del tiro a segno della fiera.
Ancor meno sostenibile la leggenda che attribuirebbe ai fieri cacciatori una correttezza ineccepibile, una preparazione infinita, un rispetto scrupoloso di epoche e orari, financo un animo poetico che li porterebbe ad ammirare cieli tersi e paesaggi anziché infilare cartucce nel caricatore. Certamente qualcuno si muove nella natura con questo animo, ma quanti? Quanto, invece, è forte l'istinto di uccidere?

Questo non ve lo so dire, perché  per me è inconcepibile il pensiero di  godere delle meraviglie della natura con un fucile in mano.  Ieri ero nel bosco dietro casa e, camminando nel freddo secco di questo  magnifico novembre , dove ogni rumore sembra attutito, ho udito all'improvviso e vicino il bramito del cervo. Un brivido di emozione  ha subito lasciato il posto alla paura: mi è sembrato, infatti, che provenisse dalla zona del “rocol”, un roccolo di legno simile a una baracca, coperto con tralci e rami, all'interno del quale si appostano di tanto in tanto i cacciatori.

Non sopporterei un'altra volta nella vita la scena vissuta qualche anno fa, allorché un cacciatore, colpito maldestramente un grande esemplare di cervo, si aggirava tutto insanguinato con un coltello in mano, nell'atto di pugnalare la povera bestia per finirla. Per me, questo è puro orrore, non certo uno svago o una pratica sportiva e mi ribello all'idea che qualcuno possa agire così su un essere  vivente che, per definizione, è di tutti ( e di nessuno) e quindi anche mio. ( Non lo dico certo per rivendicare generici diritti di proprietà, bensì per ribadire che quell'esemplare mi piace vivo e sgambettante, non ridotto a un ammasso sanguinolento).

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La pratica della caccia da sempre è disciplinata da norme atte (o almeno dovrebbero) a limitare  il potere degli esseri umani sugli animali. A quanto pare, anziché progredire verso una maggiore tutela degli animali stessi, indispensabile anche a fronte di cambiamenti climatici e  di sventure ambientali ormai dilaganti di cui anche le povere bestie sono vittime, si sta andando nella direzione opposta.

La regione Trentino Alto Adige ha infatti proposto di cambiare lo statuto di autonomia, inserendo la richiesta di  totale e incondizionata gestione della fauna selvatica.
Nei giorni scorsi i presidenti delle due province autonome hanno ottenuto un ulteriore avanzamento di questa richiesta, che permetterebbe  loro di emettere ordinanze di abbattimento senza avere alcun controllo da parte dello Stato e da parte di ISPRA.

E' stata quindi organizzata da alcune Associazioni una raccolta di firme indirizzata al Presidente del Consiglio dei Ministri, al Parlamento e al Presidente della Repubblica affinché la fauna selvatica rimanga proprietà indisponibile dello Stato e perché la sua gestione torni in capo totalmente allo stesso.
Le firme sono ora quasi seimila: molte se si pensa che purtroppo le persone hanno quotidianamente anche altri problemi e grattacapi cui far fronte, ma troppo poche per poter influire sulle decisioni amministrative ai vertici ( ammesso che il popolo venga ancora ascoltato).

Comunque, il vero progresso umano, quello che si fonda sull'indirizzo di senso e non sulla sua perdita, procede sempre a rilento: togliere qualsiasi competenza sulla fauna selvatica alla provincia di Trento e a quella di Bolzano, affidando il controllo a corpi dello stato e non provinciali, sarebbe già un bell'inizio.
Cosa accadrà nei prossimi mesi? Ne parleremo tra un po', sempre qui, nel Raggio Verde.

Intanto, per favore: le maestose  piume nere, lucide e dispiegate nelle danze d'amore sulla neve.... lasciamole sui galli cedroni, non sui cappelli.  

Foto: USP/Bernhard Aichner

Le foto inviate dall'Ufficio Stampa della Provinci di Bolzano: ''La giovane cacciatrice Lena Obkircher della Val Sarentino: la passione per la caccia l'ha ereditata dal padre e dal nonno e il giovane cacciatore Hannes Huebser di Campo di Trens felice di aver superato l'esame di caccia''.
Foto: USP/Bernhard Aichner


Autore: Gloria Canestrini

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