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Stato di polizia ad Hong Kong

L'arresto dell'editore Jimmy Lai Chee Ying e la stretta di Pechino

Vietato "prendere parte ad attività che minacciano la sicurezza nazionale". Puniti i reati di separatismo, sovversione, terrorismo e "collusione con poteri stranieri per minacciare la sicurezza nazionale". Ad Hong Kong, dove già le autorità locali hanno usato le leggi vigenti per violare i diritti umani dei loro cittadini è stato di polizia.

Il primo a farne le spese è stato l'editore Jimmy Lai Chee-Ying, 71 anni, fermato per sospetta "collusione con forze straniere", uno dei reati punibili con pene fino all'ergastolo dalla nuova legge entrata in vigore il 30 giugno scorso. E' stato poi rilasciato su cauzione.

L'editore era stato prelevato dalla sua abitazione insieme a dei familiari. Questo arresto  per "violazione della legge sulla sicurezza nazionale" imposta da Pechino e fortemente criticata a livello internazionale rialza il livello di attenzione sulla ex-colonia britannica dove la Cina ha portato indietro l'orologio della storia.

Ma le autorità di Hong Kong e di Pechino sostengono che occorrono urgenti norme per contrastare la minaccia del "terrorismo" e della violenza nella città. Un pretesto privo di fondamento, dato che le manifestazioni del 2019 e quelle, seppur con minore partecipazione per via della pandemia da Covid-19, del 2020 sono state largamente pacifiche, come aveva segnalato in una sua nota - a fine giugno - Amnesty International.

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