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Il mistero del tempo

Impariamo ad assaporare le sue dimensioni

Mistero è parola che deriva dal latino mysterium, che a sua volta proviene dal greco antico  (mystérion, "segreto", "arcano"), composto dal termine mýstēs, ("iniziato") e da myō che significa "chiudere gli occhi e la bocca", riferendosi ai culti segreti riservati a pochi eletti. Ecco: capire cosa è il tempo è in fondo per pochi eletti, capaci di aprirsi ai diversi modi che gli antichi avevano di concepire il tempo.

Oggi viviamo esistenze in affanno, ansiose e ansiogene, e mentre, cellulare alla mano, crediamo di dominare e controllare il tempo, sempre di più, e mai come oggi, il tempo è il signore delle nostre giornate che mangia le ore. Salvador Dalì (immagine di copertina) raffigurò gli orologi sciolti...molli, e fu il primo a parlare di Tempo Liquido.

Sappiamo che il giorno di ventiquattro ore  corrisponde al moto di rivoluzione della terra su sé stessa e il mese si rapporta al ciclo lunare e l’anno al ciclo solare, la scansione della settimana in sette giorni (inesistente nel mondo greco-romano), non fa riferimento ad alcun fenomeno astronomico. E

Tempo» in italiano, è una parola con varie sfumature di significati: c’è il tempo dell’orologio e il tempo della meteorologia, il tempo della musica e il tempo dell’analisi verbale; c’è il tempo che c’è e c’è il tempo che fa; c’erano tempi che ora non ci sono più; a volte ci manca il tempo per, altre rimpiangiamo il tempo in cui; talvolta ci sembra che il tempo si sia fermato, ogni tanto non passa mai; spesso il tempo vola, di tanto in tanto siamo noi che lo ammazziamo.

Il contesto ci aiuta a riconoscere e a distinguere con immediatezza se si sta parlando di tempo atmosferico, di tempo musicale o di tempo grammaticale; ma la ricchezza di risonanze polifoniche che la parola «tempo» può custodire quando esprime la dimensione in cui situiamo le nostre esperienze esistenziali è, nella maggior parte dei casi, destinata a sbiadirsi e a scolorire del tutto.

Se il tempo in cui siamo immersi è, come suggeriscono le sequenze iniziali di «Tempi moderni»  di Chaplin, solo il tempo degli orologi – un tempo, cioè, sempre misurabile e sempre misurato, controllato e oggettivato –, diventa difficile aprirsi al mistero. Il film di inizio '900 illustra bene come la modernità ha reso il tempo qualcosa di orizzontale, puramente cronometrico, scandito su ritmi ossessivi e ossessionanti. I titoli di apertura del film scorrono sull’immagine del quadrante di un orologio: sembra un fermo immagine, ma la lancetta dei secondi si muove senza sosta. Il messaggio è chiaro: la modernità con le sue ossessioni e le sue follie ha un tempo che, inesorabile, fagocita ogni secondo della nostra vita.
Il film uscito nel 1936 a New York resta uno dei film più famosi di Charlie Chaplin. Attraverso la figura dell’operaio in frenetica rincorsa dei bulloni da avvitare sul nastro trasportatore e in lotta con i giganteschi ingranaggi della catena di montaggio, Chaplin proponeva una critica serrata alla ferocia disumanizzante della modernità.

Il tempo negli antichi era ben altro. Gli antichi greci avevano quattro parole per indicare il tempo: χρόνος (chronos), καιρός (kairos), αἰών (aion) e ἐνιαυτός (Eniautos).

Mentre la prima si riferisce al tempo cronologico e sequenziale, la seconda significa "un tempo nel mezzo", un momento di un periodo di tempo indeterminato nel quale "qualcosa" di speciale accade, la terza invece si riferisce al tempo eterno, e la quarta indicava un anno, cioè un tempo fisso e definito. Chronos è quantitativo, Kairos ha una natura qualitativa. Entrambe le parole rinviavano a due divinità: Kairos era semi-sconosciuto, mentre Chronos (il titano figlio di Urano e Gea) era considerato la divinità del tempo per eccellenza. E allora cosa distingue l'uno dall'altro?

Kairos (καιρός), è il concetto greco di "tempo opportuno" o "momento giusto", così assoluto che non ha dato origine ad altre parole derivate se non un aggettivo: ''cairologico'' diversamente da chronos da cui arrivano molti termini per definire il tempo quantitativo e sequenziale (cronologia, cronometro, cronistoria, cronico). 

Il termine Kairos è usato in filosofia, teologia, psicoterapia e retorica per indicare un momento propizio, un'occasione unica, o il tempo interiore dell'esperienza, ma non ha molti derivati: in italiano si trova solo "cairologico'' aggettivo che si riferisce proprio a questa area di significato.

 

IL TEMPO NEL MITO

La filosofia e la poesia, la fisica e la religione da sempre cercano di afferrare e risolvere il mistero del tempo. Ma con Kronos e Kairos c'erano anche Hora e Aionquattro figure, autonomamente individuate.

Aion 
Aion è la forza vitale,  l’Essere, la forma del tempo quando è nell’Essere senza passato e senza futuro, vive nell’eterno presente del mito. Aion porta in sé l’idea del tempo come durata. L’avverbio aeì,  in greco significa «sempre, perpetuamente», Aion indica una durata priva di principio e di fine, la durata assoluta, l’eternità. Da Aion deriva Evo, il concetto di «lungo spazio di tempo», quindi di epoca: il legame, etimologico e semantico, tra il greco Aion e il latino aevus/aevum indica il tempo senza tempo e senza limiti dell’eternità, ma anche il periodo storico così come la durata della singola vita individuale.

Kairos
Kairos è l’istante geniale che balena entro l’Aion. Se Aion è il tempo della vita, allora Kairos è l’attimo folgorante della decisione repentina; se Aion è l’epoca o la generazione, Kairos indica l’impresa decisiva, il momento culminante di quel dato periodo; se Aion è la durata eterna dell’Essere, Kairos esprime il rivelarsi della divinità, il luminoso apparire del divino. Kairos è l’attimo prezioso, fugace e irripetibile.

Hora
Hora descrive il moto circolare di un tempo che si ritrova ogni volta al punto di partenza, disegnando anelli che continuamente si rinnovano. Se l’anno è un arco temporale, un anello, Hora, molto prima di diventare l’hora dell’horologium. Per i Greci c'erano Tre Horai, tre stagioni, e la ritmica successione dei lavori in campagna vedeva ritornare ogni anno Tallo, la Fiorita, Auxo, la Rigogliosa, e Carpo, la Fruttifera.
Secondo il racconto della Teogonia di Esiodo, le Horai erano le  figlie di Zeus e di Temi, la Giustizia Divina. Scandiscono il regolare scorrere del tempo nell’alternarsi delle stagioni, delimitano l’orizzonte temporale ed esperienziale umano. Emblematici i loro nomi: Eunomia, era Legalità. Eirene la Pace; Dike la Giustizia.

Chronos
Chronos è il tempo che procede dal passato verso il futuro in modo rettilineo e frazionabile. Nel Chronos non è possibile ripiegare, tornare indietro, ripercorrere il già fatto o il già detto. Non sono dati ripensamenti, nel Chronos: ogni “ora” traguardata è subito dietro le spalle, ogni attimo raggiunto è subito passato.
Poiché Chronos si presenta come forma temporale del divenire e del perire, diventa scontata l’associazione e la sovrapposizione tra Chronos /Presente e  Kairos / Futuro. Chronos-Kronos assume, così, le sembianze feroci del Tempo che tutto divora, lasciando dietro di sé un’infinita scia di cose passate.

VIVERE IL TEMPO:  Otium e Negotium

Otium e Negotium sono le due categorie fondamentali per pensare il tempo nel mondo romano:
- otium è il tempo libero dalle occupazioni lavorative
- negotium, in quanto nec-otium, ossia negazione dell’otium, è il tempo impegnato negli affari e nelle attività pubbliche.

I due termini sul piano morale hanno diversi significati perchè in entrambe le due dimensioni dell’otium e del negotium c'è la possibilità del vivere bene. L’otium è un  tempo aperto, disponibile ad occupazioni virtuose, qualitativamente nobili, come la speculazione intellettuale e la vita dello spirito. Negotium esprime la possibilità di impegnarsi in tutte quelle attività che qualificano il cittadino come «buon» cittadino.

Ma sia otium che negotium hanno un rischio: la dissipazione cioè che vengano usati e spesi male, la perdita di senso e di misura trasforma gli uomini da liberi in occupati. Esempio: lo slancio vitale del pensiero può essere soffocato nell’erudizione fine a sé stessa o in passatempi futili, l’impegno ad oltranza negli affari e nella vita pubblica può far perdere il contatto con la parte più profonda di sé e con il senso vero della vita.

Seneca nel ''De brevitate vitae''  dice che c’è un rimedio alla fugacità rovinosa del tempo che, come un fiume, tutto travolge al suo passare: vivere intensamente e compiutamente ogni attimo del presente, come fosse l’ultimo. E' il famoso CARPE DIEM.
Il tempo ci appartiene non perché possiamo misurarlo, ma perché possiamo, qui e ora, viverlo con intensa e consapevole pienezza. Non è in nostro potere decidere il quantum del tempo della vita, ma del tempo della nostra vita possiamo sempre decidere la qualità.

Seneca sostiene che il tempo del vero otium non può essere concepito come banale pausa. Il tempo del vero otium è, per Seneca, tempo dedicato alla pratica attiva del pensiero, una pratica, esercitata nella vita e per la vita, il cui fine è quello di imparare a vivere per imparare a morire.

 

IL TEMPO DIVINO

L’opera creatrice dei sei giorni trova il suo senso nel settimo giorno, l’unico che riceve nella Bibbia un nome proprio: mentre tutti i giorni della settimana in ebraico sono nominati con un aggettivo numerale – primo, secondo, terzo giorno… –, il settimo giorno viene chiamato shabbat, «sospensione dell’opera», «ritorno all’origine».

Poiché Dio porta a compimento la creazione ritirandosi, lo shabbat invita gli uomini a fare i conti con il senso del limite. Se Dio mette fine al suo lavoro dicendo alla sua opera «basta così, è sufficiente», anche gli uomini sono chiamati a vivere un tempo di sospensione che impedisca loro di farsi trascinare dal vorticoso miraggio di un infinito progresso.

Grazie al sabato, l’umanità è chiamata a liberarsi da una visione della vita puramente economica e contabile, assillata dall’appagamento dei bisogni, per aprirsi ad una prospettiva metafisica del tempo. Lo shabbat, in quanto tempo «totalmente altro», permette di intravedere una via per avvicinarsi a Dio, coltivando in sé il desiderio dell’Infinito.

«Per conservare nell’opera della creazione una traccia dell’atto creatore stesso, il Creatore, prima di ritrarsi da essa, vi introduce come segno della sua presenza lo shabbat», scrive Benjamin Gross. Il sabato, tempo del riposo di Dio, porta in sé la traccia della presenza del Creatore. Nel racconto di Genesi il settimo giorno porta a compimento i sei giorni dell’opera creatrice  Dio benedice il settimo giorno, e questa benedizione conferisce al settimo giorno una pienezza generatrice di gioia luminosa, sorgente di santità. Poi si ritrae: tutto è in mano all'Uomo.

In questa nostra civiltà senza sabato, che ha conservato il principio del settimo giorno solo in chiave utilitaristica, come occasione di riposo, di svago e di divertimento, lo shabbat continua a parlarci del tempo come di una dimensione spirituale di libertà, rigenerata alle sorgenti dell’Essere.
 

NOI E IL TEMPO

''Insegnaci a contare i nostri giorni e giungeremo alla sapienza del cuore'' dice il Salmo 89.
Impariamo allora a distinguere:
 
- Tempo aionico, midollo dell’Essere, dispiega l’intera nostra esistenza nell'eternità.

- Tempo kairologico, ci chiama alla vigilanza. All'attesa di un tempo che non è ancora.

- Tempo ciclico, circolare, ci invita ad assaporare la bellezza delle ore del giorno e la dolcezza delle stagioni dell’anno e della vita.

- Tempo lineare, è quello del nostro orologio con cui dobbiamo imparare a fare i conti, senza farcene divorare.

- Tempo per l’otium,è il tempo per la cura di sé e della propria vita interiore, e tempo per il negotium, per l’impegno lavorativo, politico e sociale.

- Tempo del sabato è il riposo

- Tempo per il sabato: tempo che ci rimette in relazione con la Sorgente della vita.

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