
''La Guerra di Siria'' di Giorgio Bianchi (ed. Meltemi)
In libreria dal 21 novembre 8 anni di studi e reportage sul capo
(Corona Perer) - Gli americani hanno sempre saputo tutto. Siamo noi che non sappiamo niente e se non ci fossero libri e reporter coraggiosi come Giorgio Bianchi e il suo volume "La guerra di Siria, otto anni di studi e reportage sul campo" edito da Meltemi, da poco in libreria (è uscito il 21 novembre), non sapremmo che cosa veramente è successo e che cosa veramente ci sia oggi in quella terra dove governano gli eredi dei tagliagole, con in primis un ''presidente'' che di quei tagliagole era il capo.

Gli americani sapevano perfettamente chi aiutava l'Isis. ''I governi di Qatar e Arabia Saudita stanno fornendo supporto finanziario e logistico clandestino all'ISIS e ad altri gruppi sunniti radicali nella regione'' scriveva Hillary Clinton in una e-mail resa pubblica da WikiLeaks nei giorni a cavallo tra ottobre e novembre 2016 e indirizzata a John Podesta, capo della sua campagna elettorale per le elezioni presidenziali, nonché lobbista ufficiale del Regno dell'Arabia Saudita al Congresso.
E che la provincia di Idlib fosse il più grande rifugio sicuro di Al-Qaida dall'11 settembre'' era stato detto da Brett H. McGurk, inviato degli USA alla coalizione che combatteva lo Stato islamico.
Cosa è oggi la Siria? Il paese dove degli ex-tagliagole sono al governo. Solo che vestono giacca e cravatta.
Il libro fotografico uscito in questi giorni è molto bello ed accurato. Di più: è utile per capire una buona volta cosa è davvero successo. Da fotoreporter Giorgio Bianchi racconta anzitutto con le immagini ed anche con le parole lo struggimento di un popolo che la sua terra non l'ha mai voluta abbandonare e ha continuato a viverci, ad insegnare, a tiare avanti.

Il libro nasce anche da uno di quegli spiacevoli incidenti di redazione che urterebbe qualsiasi autore ed ogni persona che tratta in buonafede da essere umano. Giorgio Bianchi aveva ceduto un suo reportage sulla Siria a un noto quotidiano italiano. Si trattava di materiale in esclusiva realizzato nelle zone di Idlib e Deir el-Zor.
''Generalmente una testata giornalistica dovrebbe avere tutto l'interesse a pubblicare un lavoro nel più breve tempo possibile. In quel caso ci vollero settimane tra e-mail, WhatsApp, tagli, ricuciture, editing...''
Bianchi aveva posto due sole condizioni per la pubblicazione: che il reportage fosse accompagnato da un suo testo e senza compenso. ''Il mio scopo era che più gente possibile avesse accesso a una narrazione differente riguardo al conflitto siriano''. Ed invece dopo la pubblicazione sul cartaceo, il reportage fu caricato sul sito del qutidiano ma riservato agli abbonati del sito, limitando così la sua visione a poche decine di migliaia di lettori, a fronte dei milioni di visitatori delle pagine web.
Il suo lavoro è enorme, perchè è complesso raccontare un conflitto che dura oramai da 8 anni, che conta quasi 300 mila morti (stima del tutto approssimativa), 5 milioni di rifugiati e quasi 7 milioni di sfollati interni. La guerra ha letteralmente devastato il paese, e questo si sa. ''Ma se poi si va ad approfondire il livello di conoscenza, ci si rende subito conto che le informazioni sono del tutto approssimative'' scrive Bianchi. "Nessuno sa esattamente quali e quanti soggetti abbiano preso parte a un conflitto che molti si ostinano ancora a definire guerra civile".
Sul campo ci sono stati i soldati del Syrian Arab Army (SAA), gli alleati russi e iraniani (presenti sul territorio in maniera legale in base al diritto internazionale, perché invitati dal legittimo governo rappresentato all'ONU ad affiancare l'esercito), combattenti spalleggiati da paesi quali Turchia, Arabia Saudita, Qatar, USA, Francia, Gran Bretagna, Israele. La realtà è che in Siria si è svolta una guerra per procura e gli Usa non hanno certo le mani pulite. La mail della Clinton lo conferma.

''I manifestanti che scesero in piazza nel 2011 furono quasi subito infiltrati da miliziani jihadisti armati e violenti che entrarono nel paese prevalentemente attraverso la Turchia. Questi combattenti islamici trasformarono le manifestazioni di piazza in veri e propri scontri armati'' scrive Bianchi che ricorda un dettaglio eloquente: il 6 luglio 2011 l'ambasciatore americano Ford si fece fotografare tra le fila dei ribelli armati di Hama.
Per anni i soldati dell'esercito siriano (il SAA) furono dipinti come "massacratori del proprio popolo" che Assad reprimeva, anzi, l'esercito era il suo strumento per reprimere la spontanea richiesta di democrazia da parte della società civile siriana. ''La realtà è che il SAA ha fatto quello che avrebbe fatto qualsiasi altro esercito occidentale se posto nelle medesime condizioni'' afferma Bianchi che cita ad esempio le brutali repressioni del governo francese sui gilet gialli. Ma anche in Germania abbiamo visto di recente come sono stati trattati i manifestanti Pro-Pal.
E dunque nel 2011 la Siria vede alzarsi il caos... eterodiretto. E interviene l'esercito.
''Quando nel 2016 mi recai per la prima volta in Siria e vi rimasi per oltre un mese, visitai le campagne circostanti la città di Tartous. Quel paesaggio di struggente bellezza aveva un che di inquietante. C'erano le immagini dei martiri in ogni villaggio, fuori da ogni casa. Erano i volti dei soldati del SAA morti in guerra. Ragazzi di età compresa tra i 18 e i 30 anni uccisi, in molti casi trucidati, dalla soldataglia terrorista. C'erano dei muri in cui queste effigi erano affisse a centinaia. Per le strade si vedevano prevalentemente donne, vecchi e bambini. In molti casi la percentuale degli uomini del villaggio uccisi in guerra raggiungeva picchi del 70%. Molti di loro erano stati torturati a morte, altri erano stati decapitati e la testa esposta da qualche parte quando non utilizzata per foto in posa. Un'intera generazione decimata'' racconta il fotorepoter.

La città era cinta d'assedio da parte dell'ISIS dal 2013. E chi era l'Isis? Gli americani lo sapevano e bene come detto.
E poi ci sono gli orrori sul campo. Dopo mesi di intensi scontri il SAA era riuscito finalmente a riprendere possesso delle alture utilizzate dall'ISIS per bombardare dall'alto la zona dell'aeroporto. Gli Usa bombardano causando la morte di almeno 90 soldati e il ferimento di non meno di 100. La giustificazione del comando USA fu che ...si erano sbagliati! ''Avevano confuso i soldati del SAA con le milizie del califfato.E così l'ISIS riprese il controllo della postazione e poté ricominciare a bombardare la zona dell'aeroporto dall'alto''.
"A Tartous visitai un centro per sfollati interni. In Italia si faceva un gran parlare dei rifugiati che scappavano dalla guerra, ma nessuno si stava occupando dei milioni di sfollati interni che. a lasciare il proprio paese, non ci pensavano minimamente. Nessuno all'epoca volle comprare le mie immagini: mi si rispondeva che la cosa interessante era la rotta balcanica dei rifugiati. La realtà era che la stragrande maggioranza dei siriani veniva sfollata dai luoghi dei combattimenti e alloggiata in strutture governative. Non appena le condizioni lo consentivano, veniva loro permesso di ritornare alle loro case.

Case ovviamente semidistrutte come nella parte vecchia di Homs. ''Ma anche li trovai persone che stavano già ricostruendo le loro case e tentando di riaprire le attività. Come il barbiere di Homs, uno dei primi a riaprire la bottega, o di una famiglia che, dopo essere stata sfollata cinque volte, aveva finalmente potuto far ritorno nella propria abitazione. Tutte storie che nessuno si era preso la briga di raccontare.

Mentre noi in Ialia abbiamo solo saputo che i civili siriani erano tutti in fuga e il governo di Assad privo di qualsiasi sostegno popolare.
''Sono appena rientrato dopo un mese di lavoro nella provincia di Idlib e nella città di Deir el-Zor.
La situazione è abbastanza stabile e le ostilità sono cessate un po' ovunque. Nei pressi di Idlib ho visitato i villaggi di Skelbieh e di Mahardeh. Si tratta di due realtà abitate in maggioranza da cristiani. Poche settimane prima del mio arrivo colpi di mortaio sparati dalla città di Idlib avevano colpito una scuola e diverse abitazioni. I segni sono ancora evidenti. Tra le tante storie che ho incrociato in questa zona una in particolare mi ha colpito profondamente quella di George, un combattente dell'NDF, che si divide tra una postazione di artiglieria e la sua bottega di sarto.
Comanda una piccola postazione dotata di due pezzi di medio calibro (uno addirittura risalente alla Prima guerra mondiale) e, appena finito il servizio salta sulla motocicletta per recarsi a bottega e riprendere a cucire e tagliare da dove aveva finito il giorno prima''.

Insomma di combattere e difendersi qui non si è mai finito. Come fa Simon Alwakeel, un facoltoso imprenditore di Mahardeh che ha dilapidato la fortuna accumulata con l'impresa edile di famiglia per organizzare la milizia posta a difesa della sua città.
''Ferito più volte (ho visto una radiografia che mostrava una pallottola giunta a un millimetro dalla sua colonna cervicale), pluridecorato, è sempre in prima linea quando si tratta di guidare una missione che comporti un qualche pericolo''.

Bianchi restituisce una visione documentata, sostenuta da otto anni di lavoro sul campo come fotoreporter. Ne emerge un quadro che obbliga a ripensare non solo la Siria, ma anche il modo in cui l’informazione internazionale ha costruito – e continua a costruire e manipolare – il racconto delle guerre contemporanee. Il suo è un libro che è insieme testimonianza e atto politico
Il suo è uno struggente racconto per immagini che mostra come la guerra di Siria sia stata sin dall’inizio alimentata da attori esterni, che hanno trasformato una crisi interna in un sanguinoso conflitto per procura in uno scenario in cui le narrazioni ideologiche hanno spesso offuscato la realtà.
Giorgio Bianchi che oltre ad essere fotoreporter, è documentarista e scrittore e dirige un canale telegram con migliaia di followers, ha realizzato reportage in Medio Oriente, Ucraina, Asia e Africa, pubblicati su media nazionali e internazionali.
I suoi pluripremiati lavori sono stati esposti in Italia e all’estero. Per Meltemi ha pubblicato Governare con il terrore (2022) e Donbass Stories (2022).
Peccato che quel quotidiano lo abbia riservato ai suoi (pochi) abbonati. Avrà ricevuto la solita velina di stato che suggeriva di snobbare il caso.
(Corona Perer)
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Autore: Corona Perer
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