Arte, Cultura & Spettacoli

Museion, omaggio a Franco Vaccari

Feedback. Gli Ambienti di Franco Vaccari

Bolzano, 26.03.2026 — Fino al 13 settembre 2026 Museion rende omaggio a Franco Vaccari una delle figure più significative dell'arte italiana concettuale e del dopoguerraOggi avrebbe 90 anni ma sarebbe lo stesso indomito ragazzino che con l'arte si è divertito ''a vedere che effetto che fa'' come cantava il suo coetaneo Enzo Jannacci. Con ''Feedback. Gli Ambienti di Franco Vaccari'', Museion realizza la prima esplorazione istituzionale sugli ambienti di Vaccari che furono gli elementi costituenti della sua pratica artistica.

E' una grande mostra di ricerca che si snoda tra installazioni performative ricostruite grazie a chi - come  Luca Panaro collaboratore dell'artista modenese - le visse in prima persona. Grazie a lavori fotografici, video, libri d'artista e materiale d'archivio ed è anche la prima presentazione delle sue opere dopo la sua scomparsa, avvenuta nel dicembre del 2025.

Bart van der Heide (direttore di Museion) si dice molto orgoglioso di questa mostra. “Quando guardo i lavori di Franco Vaccari penso inevitabilmente ad artisti e artiste come Tino Sehgal, Alicia Framis o Anri Sala. La cosa straordinaria non è solo la chiarezza con cui le sue opere anticipano i loro temi, ma il fatto che abbia articolato queste idee già negli anni Sessanta. Nonostante questo, Vaccari resta relativamente misconosciuto all'interno del discorso critico internazionale. Questo progetto tenta di riempire quel vuoto, sottolineando come oggi le sue opere siano fondamentali e insieme urgentemente rilevanti”.

Franco Vaccari fu una sorta di enfant terrible dell'arte concettuale. Era nato a Modena il 18 giugno 1936 ed era laureato in fisica. Ad attrarlo è la poesia visiva e il circolo di artisti (tra i quali Sarenco e Isgrò) che la praticavano come atto di protesta. Nel 1969 Vaccari produce la sua prima ''Esposizione in tempo reale'', introducendo il concetto che sarebbe diventato centrale per la sua arte. Vaccari ha sviluppato una pratica artistica che inquadra l'opera d'arte non come oggetto autonomo o statico, bensì come costrutto sociale che si determina attraverso la partecipazione del pubblico e il contesto in cui viene presentata.

Una delle sue opere più note è ''Esposizione in tempo reale n. 4 - Lascia su queste pareti una traccia fotografica del tuo passaggio'', presentata in una sala a lui dedicata nel Padiglione centrale della Biennale di Venezia del 1972 ed oggi parte della collezione di Museion. Il visitatore doveva scattarsi dalle macchinette automatiche per fotodocumenti che si trovavano di solito nelle stazioni ferroviarie. 

 

Il concetto di “Esposizione in tempo reale”, da lui proposto, ritiene che l'opera si dispiega nel tempo e acquisisce la sua forma grazie all’interazione con il pubblico. Vaccari descriveva la sua pratica come un costante tentativo di “occultamento del lavoro”, vale a dire l'occultamento dell'artista che si ritrae e lascia fare al pubblico. L’idea della manualità artistica è quindi superata e siamo ben oltre ciò che teorizzava Beuys.

Questo approccio lo avvicina alla posizione assunta da Marcel Duchamp, al quale ha dedicato opere e scritti. Vaccari infatti fu anche un influente teorico dell'arte. Ha pubblicato testi fondamentali come ''Duchamp e l’occultamento del lavoro'' (1978) e ''Fotografia e inconscio tecnologico'' (1979).  I suoi lavori ebbero eco internazionale dentro grandi mostre e grandi istituzioni museali, tra cui la Gwangju Biennale in Corea del Sud, la Kunsthalle di Basilea, il Musée de l’Elysée di Losanna, Mostyn in Galles, la Fondazione Morra Greco a Napoli e la Triennale di Milano.

Museion ha quindi condotto una ricerca sulla storia degli ambienti realizzati da Vaccari condotta assieme all’artista da Luca Panaro, co-curatore della mostra insieme a Frida Carazzato. Ed è attraverso questo modo unico di 'spiare' il pubblico che emergono le tracce della presenza umana, la memoria collettiva, l'esperienza condivisa e l’automatismo fotografico. L'allestimento progettato da Fosbury Architecture rende l'idea di questo irripetibile capitolo di storia dell'arte. Gli ambienti di Vaccari sono stati infatti definiti come architetture temporanee costruiti spesso con materiali di recupero. Attraverso il materiale raccolto nell’archivio dell’artista, testimonianze orali, riproduzioni fotografiche presenti in cataloghi o in altri archivi pubblici e privati, Museion ri-crea e presenta alcuni degli ambienti realizzati da Vaccari dal 1968 al 2005 invitando il pubblico a interagire liberamente al loro interno, proprio come faceva Vaccari.

“Confrontarsi oggi con la lunga carriera e l'approccio di Vaccari significa attirare l'attenzione sul presente e sulla conseguente confusione generata dall'iperproduzione e dall'iperesposizione dell'io, per promuovere un'arte che apra la strada al 'cortocircuito dell'ego'” spiega la co-curatrice di Museion Frida Carazzato.

Vaccari si è concentrato sulla partecipazione spontanea delle persone e sulla formazione di comunità temporanee in luoghi ed eventi pubblici. Queste dinamiche riemergono in Esposizione in tempo reale n. 21. Bar Code – Code Bar (1993), presentata alla XLV Biennale di Venezia, dove un bar perfettamente funzionante diventava uno spazio di scambio informale e di discussione. E a Museion puoi davvero farti il caffè come accadeva nel Padiglione della Biennale.

 

La collezione di Museion ospita circa venti opere di Franco Vaccari, per la maggior parte provenienti dall'Archivio di Nuova Scrittura, donato al museo nel 2020. L'inclusione nella mostra dei suoi primi lavori verbo-visivi sottolinea la continuità tra gli esordi di Vaccari e lo sviluppo degli ambienti, rivelando il suo costante interessamento verso le tracce lasciate dalla presenza umana, attitudine che inserisce la sua pratica nella linea tematica di ricerca sul patrimonio di Museion, The Softest Hard.

Alla mostra ha collaborato anche Elisabetta Vaccari che con Luca Panaro ha aiutato le ricerche e il lavoro curatoriale. Il Ministero della Cultura – Direzione Generale Creatività Contemporanea (DGCC)  con il PAC2020 – Piano per l’Arte Contemporanea ha reso possibile l'acquisizione di Esposizione in tempo reale n. 4 (1972) di Franco Vaccari


Feedback. Gli Ambienti di Franco Vaccari
28.03.2026 – 13.09.2026
Museion, 3° + 4° piano
A cura di Frida Carazzato e Luca Panaro
Exhibition Design di Fosbury Architecture Produzione Museion

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Shimabuku. ''Me, We''

(Corona Perer, Bolzano) - Il noto artista giapponese Shimabuku. ''ME, WE'' ha raccontato a Bolzano una pratica artistica per certi versi effervescente che propone un approccio curioso, umoristico e autobiografico. I lavori nascono infatti da momenti privati dell'artista (un viaggio, radersi un sopracciglio, fare dei sottaceti...) trasformati in qualcosa da donare al pubblico. Può essere un improvviso stupore, il dispetto ad un amico, un'idea, un incontro, una poesia.

"Shimabuku ci aiuta a vedere il mondo in modo diverso. La sua è una continua transizione dal singolare al plurale'' spiega all'anteprima stampa il curatore, Bart van der Heide, direttore di Museion, al quale si deve il merito di preservare Museion nella sua mission originale: guardare al contemporaneo, a ciò che accade nell'arte di oggi, ciò che ci porta a riflettere e ad allargare le prospettive. Nella regione Trentino Alto Adige, terra di confine, Museion non è mai venuta meno a questa irrinunciabile direzione.

La mostra, un vero e proprio racconto di sè (del sè di un artista), occupa due piani dell'edificio di Museion, allestiti con una serie di lavori che vanno dai primi anni Novanta fino a oggi, ma anche con opere site-specific. Il tema di fondo è accostare entità diverse: oggetti, animali, frutti, storie e geografie.
E' il mondo ad interessare Shimabuku (1969, Kobe, Giappone).

Nel suo regno non esiste polarità tra dentro e fuori, fatto inusuale per la tradizione molto riservata dei giapponesi. Lui trasforma la vita in un atto artistico pubblico. ''Shimabuku. Me, We'' è dunque un viaggio nel mondo intimo e riflessivo dell'artista che diventa dono: storie di interazione uomo/animale, paesaggi e persone. Ed ecco la sua storia con il polpo, il suo dono fatto alle scimmie orfane di ghiaccio, i cetrioli sottaceto, i pomodori.

E' la prima personale di quest'artista in Italia, ed è la sua più ampia mostra europea allestita fino a oggi. Perciò la Presidente di Museion Marion Piffer Damiani si è detta molto orgogliosa della allestita al museo d'arte moderna e contemporanea di Bolzano con il concorso anche di partner privati (Mutina e Fondazione Antonio Dalle Nogare).

Se agli esordi l'opera di Shimabuku era basata soprattutto su performance e azioni effimere, con il procedere del tempo le sue fotografie e i suoi video, hanno documentato incontri capaci di restare come testimonianza di un tentativo: cancellare confini, limiti, siano essi concettuali e culturali, presentando anche nuovi modi di guardare al mondo.

''Me, We" significa che il mio lavoro inizia da cose azioni e reazioni mie personali ma poi diventa pubblico, nostro" spiega Shimabuku. "Come una canzone d'amore: è privata ma poi diventa di tutti. Questa frase però prende lo spunto da una da due parole dette da Muhammad Ali in una conferenza ad Harvard. Era già molto malato e non parlava molto. Alcuni studenti gli chiesero qualcosa e lui riuscì soltanto a dire ''Me, We" che è l'estrema sintesi di una relazione tra l'individuo e il mondo" ha spiegato l'artista che si è commosso fino alle lacrime davanti ai giornalisti, soprattutto quando ha parlato del suo amore per l'Italia.

Il tema del viaggio è sempre stato presente nella pratica artistica di Shimabuku che ha attraversato 11 paesi europei. Ma lo ha voluto fare dopo essersi rasato un sopracciglio e raccogliendo le sensazioni di chi lo incontrava e lo osservava. Quando il sopracciglio ricrerebbe... l'opera si concluse. Restava la dimostrazione che si può fare tutto anche qualche mezzo in meno: un sopracciglio.

Shimabuku che a Bolzano è accompagnato dalla moglie Rika e dal suo staff, è uomo estremamente semplice, sincero e disarmante. ''La mia pratica artistica è economica. Io non ho nessuna competenza tecnica che sembrerebbe invece fondamentale, quindi la mia opera rimane minima semplice e scarna''.

Nel mondo dell'arte si fece notare con la mostra sulle scimmie (foto di copertina). Nel 1972, a scopo di ricerca, 80 macachi giapponesi vennero trasferiti in una riserva del Texas in pieno deserto. Si adattarono molto bene e impararono a vivere con serpenti e cactus, ma Shimabuku era curioso di vedere se queste scimmie conservavano la memoria della neve giapponese. E così portò del ghiaccio acquistato in un'area di servizio nei pressi della riserva, e l'esperimento fu documentato con un video diventato un'opera d'arte. Le scimmie del Texas ricordavano le montagne innevate. L'artista rilevò che la memoria può esistere a livello cellulare e che le scimmie reagivano con spontaneità al ghiaccio pur non essendo mai stata a contatto con la neve.

La ricerca sulle analogie e sulle differenze continua con la opera che dà l'immagine iconica alla mostra dei Museion: il caco e il pomodoro, un'opera del 2008 per dimostrare che le differenze possono essere anche analogie.  Sullo stesso piano l'opera che illustra con delle cipolle la costellazione di Orione e poi le analogie tra la Luna e la Patata. E i limoni che galleggiano mentre altri sprofondano. Le patate che nuotano. ''È una metafora su tutto il mio lavoro, come incontro tra diversi ambienti culturali spiega l'artista. Molto curiose - e allo stesso tempo capaci di muovere importanti riflessioni - tutte le opere relative al mondo del mare. Memorabile la storia costruita sul polpo del quale l'artista ha conservato anche i sassolini o le conchiglie che l'animale trattiene tra i tentacoli.

''Ci sono persone che si sentono come pesci e non smettono mai di nuotare. Io non ho radici e non mi sento a casa da nessuna parte anche se ho radici ad Okinawa e ho un tipico nome di quella zona. Ma io sono cresciuto a Kobe, dove non erano nati né mia madre e né mio padre. Sono a mio agio solo in viaggio: mi sento come un salmone e un tonno che continuano a nuotare anche quando dormono.

Cerca l'installazione site-specific pensata appositamente per Museion, e intitolata "Me, We" (Io, Noi) l'artista collega due edifici culturalmente significativi che sono al momento o demoliti o in via di ristrutturazione uno costruito nel 1278 un antico Maso l'altro una fabbrica dismessa. ''Me, We'' (2023) è una grande installazione scultorea con protagonisti brandelli di Ex-Montecatini (ex-Solland Silicon) di Merano e materiali da costruzione del Mauracherhof. "Mi interessava provocare l'incontro tra fattori diversi, vedere quello che succede quando uno spazio interno è in relazione ad uno esterno e si trovano uno di fronte all'altro".

Bed Peace (2023), è invece una scultura composta da un letto con due figure distese vicine e realizzata con la terra di diverse valli dell’Alto Adige.

E alla fine resti con la bella sensazione che si può fare arte (ovvero produrre Pensiero) con nulla.
Che si può fare Arte con la Vita.
Che la vita è Arte.

Corona Perer, maggio 2023

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