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Giovanni Segantini, maestro del ritratto

Il padre del divisionismo morì giovane e forte, mentre ancora dipingeva

«Giovanni Segantini maestro del ritratto» è la mostra che al Museo Segantini di Saint Moritz, celebra il padre del Divisionismo.

La mostra è  curata da Annie-Paule Quinsac, autrice del catalogo ragionato di Segantini (presente all’inaugurazione dello scorso 1 giugno in videoconferenza da New York), e da Mirella Carbone, direttrice del museo engadinese.

Si indaga per la prima volta, attraverso ventidue opere (sedici dipinti e sei disegni), la carriera di ritrattista di Giovanni Segantini. La mostra, che prosegue fino al 20 ottobre, sceglie dunque un segmento di ricerca particolare. Non le vedute calde di una stalla o i campi lunghi sui monti dell'Engadina da lui tanto amata, ma l'arte del pittore che ritrae i volti amati e risente ancora dell'atmosfera parigina che aveva caratterizzato gli impressionisti.

Fra le opere esposte c'è quella del Comune di Arco, l’«Autoritratto all'età di vent'anni», un olio su tela di 35 centimetri per 26 realizzato tra il 1879 e il 1880. Segantini amava ritrarre sopratutto se stesso.

«È attraverso gli autoritratti -scrivono le curatrici- che si manifesta in modo ancora più inequivocabile la metamorfosi da specchio a simbolo; la rosa dei sei lavori esposti, i più noti della sua produzione, spazia dal 1879 al 1898, dal primo autoritratto, un’opera realista che rispecchia il fascino dei lineamenti del giovane artista ventenne, fino all’ultimo, che presenta un volto da profeta».

Giovanni Segantini morì che era ancora giovane e forte, mentre ancora dipingeva. Ad Arco  nacque il 15 gennaio 1858: una peritonite fulminante che non gli diede scampo, dopo una vita non certo facile. Di umili natali (la famiglia dove nasce a metà ‘800 si trovava in condizioni economiche precarie) aveva dovuto patire fin da piccolo. Aveva solo 7 anni quando, alla morte della madre, avvenuta nel 1865, venne mandato dal padre a Milano, in custodia presso la figlia di primo letto Irene. Privato dell’ambito familiare Segantini visse una triste giovinezza in atteggiamento chiuso e solitario, spesso vagabondo e ai margini della società tanto che nel 1870 venne rinchiuso in un riformatorio.

Dal famigerato  “Marchiondi”, tentò di fuggire quasi subito ma, ripigliato, dovette rimanervi per 4 anni dopo i quali venne affidato al fratellastro Napoleone che se lo porta a BorgoValsugana  e lo impiega come garzone nel proprio laboratorio fotografico a Borgo Valsugana. E’ il primo contatto che Segantini ha con l’immagine, la prima forma artistica che sperimenta. Nella sua mente scatta subito qualcosa che lo fa tornare a Milano ma questa volta come studente dei corsi serali dell’Accademia di Belle Arti di Brera, che frequenta per quasi tre anni. E’ la bottega di Luigi Tettamanzi, artigiano decoratore, che gli permette di vivere.

Il vero cognome era Segatini: fu  lo stesso pittore a modificarlo.

Segantini arrotonda insegnando disegno all’istituto “Marchiondi” lo stesso riformatorio dove era stato rinchiuso. All’Accademia di Belle Arti di Brera è Giuseppe Bertini a fargli da maestro. Segantini stringe le prime amicizie negli ambienti artistici cittadini, in primis con Emilio Longoni.

Comincia a dipingere. Le sue opere risentono degli influssi del verismo lombardo. E’ poco più che ventenne quando viene notato nel 1879 all’esposizione nazionale di Brera. La critica lo segnala, e l’artista ottiene i primi riconoscimenti: è di questi anni il legame con Vittore Grubicy, con il quale instaura un rapporto di lavoro e di amicizia che durerà a lungo.

Sono anche gli anni del primo grande amore: Segantini conosce Bice Bugatti, la donna destinata a diventare la compagna di una vita. Si trasferisce in Brianza e lavora grazie al sostegno economico di Grubicy. In questi anni la sua arte si distacca dalle prime impostazioni accademiche giovanili e tenta una forma espressiva più personale e originale.

Nel 1883 Segantini si vincola in modo definitivo a Grubicy, con il quale sottoscrive un contratto. Lascia l’Italia (è ormai il 1886) e si trasferisce nel cantone dei Grigioni. Si avvicina al movimento divisionista mentre Grubicy così bene che la fama cresce sia in patria che all’estero.

Nel 1889 è all’Italian Exhibition di Londra e collabora alle riviste d’arte. Ormai divisionismo e simbolismo sono le caratteristiche dei suoi quadri che ricorrono all’uso di allegorie e temi mitici. E’ l’ Engadina dove si è trasferito a Maloja, la vera svolta. Qui appaga un desiderio di meditazione personale e scopre il proprio misticismo: la vita è alquanto solitaria ma la natura, potente del paesaggio naturale, maestoso e incontaminato, entra nelle sue opere.

Qui concepisce anche un grandioso e ambizioso progetto:un padiglione sulla Engadina da portare all’Esposizione Universale di Parigi del 1900: una costruzione rotonda del diametro di 70 metri le cui pareti avrebbero dovuto ospitare una gigantesca raffigurazione pittorica del panorama engadinese, lunga 220 metri. Ma i costi troppo elevati e il no degli albergatori engadinesi che dovevano essere i committenti dell’opera portano a ripiegare su un Trittico della Natura (o delle Alpi), che rimane la sua opera più celebre. L’opera tuttavia incontrò l’ostacolo della ignoranza  o della mancanza di sensibilità. Venne infatti rifiutata: l’immagine turistica che i committenti intendevano trasmettere a Parigi, non era quella realizzata da Segantini.

Sarà il tempo ad emettere la vera sentenza e a far entrare queste opere in un apposito capitolo della storia dell’arte. Chissà cosa ci avrebbe ancora regalato se a soli 41 anni non fosse intervenuta una peritonite a fermarlo. Segantini era sullo Schafberg, il monte che domina Pontresina. Era il 28 settembre del 1899 e stava dipingendo quando un letale attacco lo colse.

La morte arrivò sui quei monti incantati che aveva narrato pittoricamente nelle sue opere.

 


Autore: Corona Perer

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