interni della Fondazione Luigi Rovati
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Viaggi & Reportages

La magia di Milano

Quel che resiste all'urbanistica...è arte

di Gloria Canestrini -  D'accordo, sappiamo come vanno le cose a Milano, da tempo. Nel delirio edificatorio (e speculativo) che vede antichi parchi cittadini erosi da veloci costruzioni, caratteristici laboratori a due piani trasformati in colonne di uffici, cortili storici di periferia riempiti di strutture in cemento, si può rimanere sgomenti. Anche per le inevitabili conseguenze: trionfano gli affitti in nero, le locazioni effimere, gli abusi di ogni genere atti ad aggirare le sempre più disattese normative a tutela dell'urbanistica e del paesaggio, mentre la magistratura faticosamente arranca per seguire ( e perseguire) le violazioni... e gruppi di cittadini si organizzano per rivendicare gli appartamenti acquistati incautamente ( ma non troppo) sulla carta e poi sottoposti a sequestri e stop edilizi.

Eppure, girato l'angolo, ci si può facilmente imbattere in edifici e strutture miracolosamente sopravvissuti ad ogni assalto e al tempo e oggi, complice una giornata serena e soleggiata, decidiamo di scoprirne qualcuno.
Il primo in cui ci dirigiamo è un palazzo di Corso Venezia, ora scrigno  dei tesori d'arte custoditi dalla Fondazione Luigi Rovati, pensato e realizzato come luogo di conoscenza e sperimentazione.
 

La Fondazione Luigi Rovati
 

Nell'involucro affascinante di un progetto architettonico che ricorda nel sotterraneo una moderna catacomba, il percorso espositivo su vari livelli mantiene lo spirito e lo stile del palazzo: i pavimenti, i soffitti e gli arredi originali, oggetto di un importante restauro conservativo, racchiudono una preziosa collezione di oggetti e reperti etruschi in dialogo con opere di diverse epoche e civiltà. Antichi orecchini  d'oro a disco  esposti accanto alle teste di Arturo Martini, canopi ( urne funerarie antropomorfe) del VII secolo a.C. a fianco di un rituale etrusco dipinto in rosso nel 1985 da Andy Warol, contenitori  di alabastro dell'antica Grecia fatti a goccia accostati agli arazzi di Francesco Simeti, che pur essendo di recentissima fattura, appaiono stranamente  come i più antichi reperti della mostra.  Giochi  e forme affascinanti che non hanno nulla di arbitrario, ma gettano invece un ponte tra il fare arte di ogni tempo.

In una Milano tersa e mozzafiato, poco dopo Natale, è facile spostarsi in breve tempo raggiungendo Via Mozart, dove al civico 14 sorge invece Villa Necchi Campiglio, un gioiello architettonico degli anni 30 nel cuore della città ( e dei quartieri più esclusivi).  Qui anche il rumore del traffico giunge ovattato, non ci sono negozi o uffici, tranne qualche sporadico studio notarile che sembra emergere dalle nebbie del passato.
Ci si imbatte solo in imponenti ville con giardino, come quello di Villa Necchi, oggi aperto al pubblico insieme al palazzo di proprietà del FAI, Fondo per l'Ambiente Italiano.

Attraversando il giardino spettacolare e scenografico, pur nella sua veste invernale, raggiungiamo il fiore all'occhiello dell'architettura milanese, ossia la casa dei Necchi progettata da Pietro Portaluppi. Ma non solo la casa porta la sua firma: tutti gli arredi, i motivi sui soffitti, le inferriate, la veranda, le porte, gli ottoni, l'illuminazione, i camini di marmo nero, le biblioteche, perfino le tende, parlano di un'architettura d'autore senza fronzoli, ma studiata per il benessere e la funzionalità a beneficio dei privilegiati abitanti. 

Durante la visita molte signore si soffermano al secondo piano dove, accolti da una gigantesca ceramica di Lucio Fontana, veniamo sospinti verso una stireria contornata da finestre, da armadi, da lavelli e vasellame degni dell'ultimo design di grido.
Invero, quando l'arte incontra il quotidiano scatta la magia, una sorta di immersione in un mondo parallelo dove il bello non conosce tregua. Ovviamente, allora come ora, tutto ciò è riservato alle caste più ricche e qui non c'è parvenza, ovviamente, di rovelli sociali...

Cosa che, invece, trionfa nell'immensa installazione di Anselm Kiefer all'Hangar Bicocca, una fondazione no profit dedicata alla produzione e alla promozione dell'arte contemporanea, voluta da Pirelli. Avviata nel 2004, è oggi un'istituzione di riferimento per la comunità dell'arte internazionale, per i cittadini e per il territorio.

Arriviamo all'imbrunire sulla spianata davanti all'hangar, in un contesto urbanistico tra città e periferia  dove un tempo si costruivano i treni, quasi interamente occupata da una  lunga sequenza di strutture in acciaio corten, su disegno di Fausto Melotti.
Il bagliori rossastri del metallo fanno da contrappunto ai colori di un intenso tramonto milanese, in un cielo così terso da sembrare anch'esso di metallo.  

La prima novità, che si discosta  anche per questo aspetto dalle nostre visite precedenti, è che questa realtà museale è totalmente gratuita, accessibile e aperta come devono esserlo i luoghi di sperimentazione, di ricerca e di divulgazione.
Intere famiglie con bambini, ragazze e ragazzi curiosi, appassionati di arte contemporanea, vagano quindi liberamente  tra i chiaroscuri dei padiglioni della mostra in atto, inserita in un calendario di importanti esposizioni personali di artisti italiani e internazionali. In questo ultimo scorcio di 2025 tocca a Anselm Kiefer, nato in Germania nel 1945, il quale esplora nelle sue opere  temi  importanti quali la storia, l'identità culturale e la creazione di miti.

L'opera “I Sette Palazzi Celesti 2004-2015” è la sua più grande installazione all'interno di uno spazio espositivo e narra il cammino simbolico attraverso sette torri, sette costruzioni verticali tra i 13 e i 19 metri, in un cammino che ispira nel visitatore precarietà e malinconia, quasi come le navate di una chiesa in decadenza. In realtà, gli enormi blocchi di cemento assemblati uno sull'altro sono stabili e la mostra è addirittura divenuta permanente nel tempo, ma nulla può vincere la percezione di crollo imminente e di inevitabile disfatta.

La “torre dei quadri cadenti”, formata da cinque moduli in cemento armato, è emblematica: i “quadri” inseriti a diversa altezza e ai piedi della struttura, in realtà sono vuoti e quindici cornici rivestite di piombo contengono solo lastre di vetro impolverate e frantumate in più punti.
Usciamo, ed è notte. Dopo la magia predittiva delle torri di Kiefer sentiamo la necessità di accostarci a un altro tipo di “magia” artistica, che ci introduce alla storia, al pensiero, al mito.

Attraverso questa lettura, la  la pittrice milanese Clara Brasca, con molte personali  e collettive al suo attivo in pinacoteche, gallerie, cappelle, studi ,  da voce a profetesse e sibille.


Raggiungiamo il suo atelier in Via dei fiori Chiari dove ci attendono le sue carte raffiguranti i volti mutevoli di chi nei secoli ha svelato il reale non ancora assurto a realtà (in ogni periodo storico è vissuta una Sibilla che ne ha predetto le sorti). Certo Clara Brasca non è un'indovina, il suo studio  non è l'antro dove rimbombano “enigmi paurosi”, come scrive Virgilio nell'Eneide, ma i suoi volti ancestrali tratteggiati su carta con grafite, tempere,  pastelli e olio, sembrano proprio trasformarlo in nel “tempio fantastico”che G.A.Sartorio attribuisce al luogo della Regina Sibilla.

Su quei ritratti leggeri aleggiano, mobili e misteriose, le foglie su cui sono vergati i misteriosi vaticinii, e poi lunghi nastri, carte volanti, capelli  ondeggianti come alghe che incorniciano gli sguardi pensosi.
Non c'era modo migliore per terminare questa giornata di esplorazione nella magia artistica di Milano, dove, fortunatamente,  anche l'arte  si cimenta nel “guardare oltre”, verso l'ignoto.  

Gloria Canestrini
1 gennaio 2026


Autore: Gloria Canestrini

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