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Novità per Ahmadreza Djalali

L'Iran ha interrotto dopo oltre 4 mesi la detenzione in cella di isolamento

15 aprile 2021 - Seguiamo questo caso dal 2017. Se ne è parlato un po' nel dicembre scorso e poi è calato di nuovo il silenzio su Ahmadreza Djalali, ricercatore irano-svedese in Medicina dei disastri che ha vissuto anche in Italia e precisamente a Novara dove ha collaborato con le università italiane.

Ci sono oggi spiragli positivi: l'Iran ha interrotto dopo oltre 4 mesi la detenzione in cella di isolamento di Ahmadreza Djalali, il medico irano-svedese con un passato da ricercatore in Italia, condannato a morte nella Repubblica islamica per "spionaggio" a favore di Israele. L'isolamento era ritenuto l'ultimo passo prima della temuta esecuzione del ricercatore, che si è sempre dichiarato innocente. La notizia di oggi viene confermata da Amnesty International

Per chiedere che Djalali sia prosciolto da ogni accusa, sia rilasciato e possa riabbracciare la sua famiglia, Amnesty International Italia aveva manifestato  di fronte all’ambasciata dell’Iran che si trova a Roma in via Nomentana lo scorso 2 marzo 2021

Un secondo presidio si è svolto a Novara, sede dell’Università del Piemonte Orientale dove Djalali ha svolto attività di ricerca per cinque anni.

Lo scorso 24 novembre lo scienziato iraniano con passaporto svedese Ahmadreza Djalali ha telefonato dal carcere per l’ultima volta a sua moglie Vida: le ha detto addio perché gli avevano comunicato che sarebbe stato trasferito in isolamento nel braccio della morte e poi impiccato il giorno dopo.

Da allora l’esecuzione di Djalali – arrestato in Iran nell’aprile 2016 e condannato a morte per l’inesistente accusa di spionaggio in favore di Israele – è stata sospesa e rimandata più volte. Il rischio di esecuzione resta elevato.

Chi ha visitato Djalali in carcere parla di un uomo avvilito, dal volto scavato e dal battito cardiaco debole, al quale vengono vietati i contatti con la moglie e i figli.  

 

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Nessuna notizia da novembre di Ahmadreza Djalali
I familiari in angoscia

9 febbraio 2021 - La pressione della pubblica opinione internazionale (che deve proseguire!) aveva sortito un timido risultato a dicembre 2020: l'esecuzione dello scienziato Ahmadreza Djalali accusato di essere una spia, dopo un sommario processo, era stata rinviata di qualche giorno. Ma siamo a febbraio e la famiglia non sa più nulla da mesi e non può entrare in contatto. Lo stesso accade all'avvocato che lo sta seguendo in Iran, paese la cui severità inquieta: 27 esecuzioni in 31 giorni, è il numero delle esecuzioni per impiccagione nelle carceri iraniane.

L'appello della famiglia dello scienziato che ha vissuto a Novara, va al Governo italiano perchè faccia sentire la sua voce presso la diplomazia iraniana. Anche  il Presidente del consiglio UE David Sassoli ha fatto sentire la voce dell'UE, chiedendo un gesto di clemenza umanitari.

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Ahmadreza Djalali è stato condannato a morte nell'ottobre 2017, dopo un processo clamorosamente iniquo celebrato dalla Sezione 15 del Tribunale rivoluzionario di Teheran, per "corruzione in Terra".

Il tribunale si è basato essenzialmente su "confessioni" estorte con la tortura quando Djajali, arrestato nell'aprile 2016, era detenuto in isolamento senza avere accesso a un avvocato. Durante gli interrogatori, lo hanno minacciato di morte e lo hanno terrorizzato dicendogli che avrebbero ucciso i figli residenti in Svezia e la madre che vive in Iran.  

In una lettera trapelata dalla prigione di Evin nell'agosto 2017, Djalali ha denunciato che era stato arrestato solo perché aveva rifiutato di utilizzare le sue relazioni accademiche con le istituzioni europee per fare la spia in favore dell'Iran.

Il 17 dicembre 2017, una tv di stato iraniano ha mandato in onda una "confessione" di Djalali con una voce in sottofondo che lo presentava come una "spia".  Per due volte, dal dicembre 2017, i suoi avvocati hanno invano chiesto una revisione giudiziaria del processo.

Al contrario, il 9 dicembre 2018 hanno appreso che la prima sezione della Corte suprema aveva approvato la condanna a morte senza neanche consentire di presentare una memoria difensiva.

Nel novembre 2017 il Gruppo di lavoro delle Nazioni Unite sulle detenzioni arbitrarie ha chiesto la scarcerazione di Djalali in quanto era stato arrestato senza mandato di cattura, era stato ufficialmente incriminato dopo 10 mesi dall'arresto ed era stato "concretamente privato dell'esercizio di contestare la legalità della sua detenzione".

9 febbraio 2021

 

 

 

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