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Aldo Moro e Peppino Impastato: finalmente ricordati insieme

Morirono lo stesso giorno, entrambi a causa di poteri oscuri

Morirono lo stesso giorno, entrambi a causa di poteri oscuri: in un caso il terrorismo deviato (come sembrano dire alcune rilevazioni degli ultimi anni) nell'altro a causa della mafia che potremmo definire "lo" Stato-deviato per definizione.

A 43 anni da quel 9 maggio 1978 Aldo Moro e Peppino Impastato sono due tragiche memorie finalmente riunte. Se in quelle ore la morte del coraggioso giornalista siciliano passò assolutamente nel silenzio, ora si recupera nella narrazione di una pagina buia del nostro paese.

Di Impastato si capì subito che la mano era quella della mafia. Per Moro ci volle molto più tempo. E ancora si lavora perchè il quadro non è mai stato chiaro. Nato a Maglie, in Puglia, il 23 settembre 1916, Moro fu lo statista della mediazione, del dialogo, della nobiltà della Politica, quella con la P maiuscola. La statura dell'uomo, il suo martirio, la sua inascoltata modernità sono ormai patrimonio comune. Resta invece ancora tutto da chiarire il quadro in cui maturò il suo rapimento e assassinio.

Le ultime rivelazioni (2020) su come andarono effettivamente le cose  in via Fani in quel triste mattino del 16 marzo 1978 in cui Moro venne rapito e furono tutti uccisi gli uomini della sua scorta, hanno ridato fiato alla tesi del complotto, rendendo tragicamente verosimile l'ipotesi che il vero nemico dello statista fosse proprio quello Stato per cui lavorava, cercando di aprire i giorni della svolta. Che non ci fu e venne fermata.

L'ipotesi che sulla moto Honda rilevata a via Fani ci fossero due 007 che dovevano "coprire" le Br conferma però tante dietrologie che in questi anni si erano mormorate. Enrico Rossi, ispettore di polizia in pensione, lo ha raccontato all'ANSA. Tutto è partito da una lettera anonima scritta dall'uomo che era sul sellino posteriore dell'Honda in via Fani quando fu rapito Moro. "I due uomini dipendevano dal colonnello del Sismi" ha detto all'Ansa Enrico Rossi.

La lettera anonima diceva: "Quando riceverete questa lettera, saranno trascorsi almeno sei mesi dalla mia morte come da mie disposizioni. Ho passato la vita nel rimorso di quanto ho fatto e di quanto non ho fatto e cioè raccontare la verità su certi fatti. Ora è tardi, il cancro mi sta divorando e non voglio che mio figlio sappia. La mattina del 16 marzo ero su di una moto e operavo alle dipendenze del colonnello Guglielmi, con me alla guida della moto un altro uomo proveniente come me da Torino; il nostro compito era quello di proteggere le Br nella loro azione da disturbi di qualsiasi genere. Io non credo che voi giornalisti non sappiate come veramente andarono le cose ma nel caso fosse così, provate a parlare con chi guidava la moto, è possibile che voglia farlo, da allora non ci siamo più parlati, anche se ho avuto modo di incontralo ultimamente...".

L'anonimo fornì anche concreti elementi per rintracciare il guidatore della Honda. Il quotidiano all'epoca passò alla questura la lettera per i dovuti riscontri. A Rossi, che ha sempre lavorato nell'antiterrorismo, la lettera arriva sul tavolo nel febbraio 2011 in modo casuale: non è protocollata e non sono stati fatti accertamenti. "Ma ci vuole poco a identificare il presunto guidatore della Honda di via Fani". Sarebbe lui l'uomo che secondo uno dei testimoni più accreditati di via Fani - l'ingegner Marini - assomigliava nella fisionomia del volto ad Eduardo De Filippo. L'altro, il presunto autore della lettera, era dietro, con un sottocasco scuro sul volto, armato con una piccola mitraglietta. Sparò ad altezza d'uomo verso l'ingegner Marini che stava "entrando" con il suo motorino sulla scena dell'azione.

"Chiedo di andare avanti negli accertamenti - aggiunge Rossi - chiedo gli elenchi di Gladio, ufficiali e non, ma la "pratica" rimane ferma per diversi tempo. Alla fine opto per un semplice accertamento amministrativo: l'uomo ha due pistole regolarmente dichiarate. Vado nella casa in cui vive con la moglie ma si è separato. Non vive più lì. Trovo una delle due pistole, una beretta, e alla fine, in cantina poggiata o vicino ad una copia cellofanata della edizione straordinaria de La Repubblica del 16 marzo con il titolo 'Moro rapito dalle Brigate Rosse', l'altra arma". E' una Drulov cecoslovacca, una pistola da specialisti a canna molto lunga che può anche essere scambiata a vista da chi non se ne intende per una piccola mitragliatrice. Rossi insiste: vuole interrogare l'uomo che ora vive in Toscana con un'altra donna ma non può farlo.

"Chiesi di far periziare le due pistole, ma ciò non accadde".  E quando decide di mollare e va in pensione una "voce amica" gli fa sapere che l'uomo della moto è morto e che le pistole sono state distrutte.

Torniamo da dove siamo partiti: due morti in quello stesso tragico 9 maggio 1978. Lontane tra loro? No, vicinissime. Di certo Aldo Moro e Peppino Impastato avevano un sogno in comune: un'Italia adulta, un paese compiuto, libero dai poteri forti e oscuri. Che però nel loro caso hanno avuto la meglio.
Facciamo nostro quel sogno: l'Italia non  è ancora libera dal malaffare, tutt'altro.

(cperer)

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