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L'epoca della vulnerabilità

Il saggio di Gioele Cima (PianoB edizioni)

18  marzo 2024 - "La cultura terapeutica non è interessata a curare chi ne ha bisogno, ma a far sentire malato chi non lo è". Gioele Cima, ricercatore indipendente e saggista, è esplicito sull'argomento. "La vulnerabilità è diventata il paradigma culturale dominante della nostra epoca."

Nel saggio edito da PianoB ''L'epoca della vulnerabilità'' (164 pagg, 16 euro) riferisce un dato eloquente: nell’ultimo secolo l’invasione della psicologia nella vita quotidiana ha raggiunto proporzioni sconcertanti. Negli Stati Uniti gli psicologi sono ormai il doppio di dentisti e farmacisti, più numerosi dei postini.

L’immaginario terapeutico ha oltrepassato i suoi confini clinici plasmando una nuova cultura: ogni evento spiacevole è un trauma. Negli ultimi decenni, il nostro linguaggio ha subìto una contaminazione psicologica senza precedenti: la comune tristezza è precipitata nell’imbuto semantico della depressione, l’impegno è diventato stress, le abitudini dipendenze, le preoccupazioni ansie.

”La linea che separa la sensibilizzazione dell'allarmismo, così come la libertà di espressione dal controllo capillare, è sottile e dovrebbe essere tenuta in considerazione.”

Etichette terapeutiche e concetti clinici semplificati sono penetrati nella cultura di massa generando un conformismo espressivo in cui il patologico ha preso il posto del normale. La cultura terapeutica odierna ha cancellato l’idea di normalità. L’inflazione diagnostica ha portato ad aumentare piuttosto che restringere il raggio dei disturbi mentali.

Il "mito tossico" del bambino fragile ne è un esempio lampante. Dall’inizio degli anni Duemila, il numero di bambini etichettati con una diagnosi di disturbo mentale ha subito una drastica impennata, fino a raddoppiare in soli dieci anni. Il bambino fragile è divenuto la nuova merce terapeutica. Le etichette diagnostiche diventano “le catene di oggi per i pazienti del domani.” afferma Cima.

Dietro l’esasperazione della sofferenza si cela anche la mercificazione psicologica delle emozioni e degli affetti umani. ''Un marketing terapeutico che, allargando le griglie diagnostiche ha seminato il patologico in ogni angolo della vita quotidiana'' scrive Cima. Gli standard diagnostici sono stati abbassati a tal punto da arrivare a patologizzare atteggiamenti e emozioni tendenzialmente normali.

Secondo l’autore uno dei fenomeni più rilevanti dell’avvento della cultura terapeutica è la cancellazione della portata etica del trauma, parola che invita le persone a riconcepirsi come vittime. Nell’epoca della vulnerabilità, essere traumatizzati o non esserlo non fa più alcuna differenza e il vittimismo compassionevole diventa una vera e propria “industria del trauma”. EAnche il potere politico tende a imporsi come benevolo guaritore.
Abbiamo avvicinato l'Autore.

D.: Siamo vulnerabili o siamo normali?
R.: Né l’uno né l’altro, direi. Oggi, la vulnerabilità è la nostra nuova normalità, nel senso stretto dell’espressione: siamo bombardati da messaggi che ci esortano a confessare la nostra fragilità, che tendono a ridefinire l’idea che abbiamo di noi stessi in senso patologico. Termini come “stress”, “trauma”, “ansia”, “depressione” hanno invaso il discorso pubblico. Le etichette diagnostiche, a prima vista chiare e istantanee, hanno preso il posto dell’introspezione. Crediamo che siano parole innocue, ma non è così. A forza di usarle, finiamo per crederci, anche se non sappiamo bene a cosa crediamo.

D.: Può farci un esempio?
R.: Cosa significa essere “bipolari”? Qual è il confine che separa la tristezza ordinaria dal buco nero della depressione? Inoltre, non sappiamo da dove queste parole provengano, in quale contesto siano nate e come il loro significato sia cambiato nel corso degli anni. Il caso dello stress, un termine coniato e lautamente finanziato dalle compagnie del tabacco negli anni Cinquanta per insabbiare i danni del tabagismo, ce la dice lunga.

D.: Quando, secondo lei, sono cambiate le cose?
R.: Fino a vent’anni fa, le cose andavano diversamente, persino all’opposto. In quella che ho definito l’epoca dell’autonomia, il Sé era visto in termini imprenditoriali, la psicologia non serviva a stanare nuovi pazienti, ma a lubrificare gli ingranaggi della macchina, a rimuovere dall’individuo quelle macchie cieche (sintomi) che rischiavano di comprometterne la capacità produttiva. Non si tratta di rigettare la questione del disagio psichico in toto (è stato l’errore della cosiddetta antipsichiatria negli anni Sessanta), ma di restituire dignità alla sofferenza psicologica senza farne necessariamente una legge universale, che riguarda tutti e in tutti i casi.

D.: C'è ancora spazio per il concetto di normalità?
R.: Diffiderei anche del ricorso spropositato che si tende a fare riguardo alla presunta “normalità”. Cos’è la normalità? Niente di così definito come siamo portati a credere, anzi, è esattamente questo il punto. La normalità è un concetto proteico, dalla pancia grossa e dalla memoria corta: può ingerire qualunque genere di significato e presentarcelo come una verità senza tempo. Ciò che ci sembra “normale” oggi non lo era in passato. Il problema aggiuntivo è che, transitando da un significato all’altro, l’idea di normalità finisce per assorbire anche i peggiori pregiudizi della sua epoca: ancora oggi, non siamo in grado di sapere con precisione cosa è normale e cosa non lo è. È il problema con cui ho chiuso il libro, e che credo approfondirò nel prossimo.

D.: Siamo vulnerabili o serviamo vulnerabili?
R.: È una domanda che ciascuno di noi dovrebbe avere il coraggio di porsi. Come dicevo poco fa, il rischio è di perdere completamente la bussola sulla questione dei disturbi mentali. Ciascun sistema ideologico funziona sempre in due direzioni, escludendo per definizione le mezze misure: da un lato abbiamo il conformismo assoluto (“sono vulnerabile”, “sento che c’è qualcosa che non va, ma non so bene cosa sia”), dall’altro una negazione altrettanto unilaterale (“i disturbi mentali non esistono”, “il disagio psicologico è una finzione ordita dai poteri forti”). La salute mentale è un argomento troppo cruciale per esaurirsi in un simile binomio. E, soprattutto, è un argomento che ci interpella in prima persona.

D.: Storicamente che approccio si è avuto con i vulnerabili?
R.: Un tempo credevamo nei mostri e i cartografi del Medioevo erano soliti piazzare spaventose creature marine in quei punti terminali dell’oceano ancora inesplorati. Piano piano abbiamo capito quanto fosse “comodo” tenerci i mostri vicino, persino dentro casa. Abbiamo costruito manicomi per tenere i folli lontano dalla cosiddetta gente comune, poi ci siamo resi conto che era meglio gestirli piuttosto che tenerli semplicemente segregati. I mostri sono diventati soggetti vulnerabili, incapaci di badare a se stessi (le primissime diagnosi di follia, quando ancora la psichiatria non esisteva, servivano proprio a diseredare certe persone dal patrimonio familiare). Finché esisterà la disuguaglianza ci sarà bisogno di soggetti vulnerabili.

D.: La psicanalisi ha aiutato o complicato le cose?
R.: La psicoanalisi è nata con l’analisi dell’isteria, e così facendo ha portato a galla una verità piuttosto scomoda: alcune di queste pazienti avevano effettivamente bisogno di aiuto, certo; altre erano semplicemente delle “pecore” da riportare all’ovile, donne che non accettavano le ingiustizie a cui erano sottoposte in una cultura rigidamente androcentrica, i cui problemi dovevano essere riformulati in termini di disagio psicologico anziché socioculturale. Freud stesso, nella sua corrispondenza con Fliess, si lasciò sfuggire un’analogia che dovrebbe darci da pensare: l’isteria non è altro che l’erede psicologico di quel che secoli fa era rappresentato dalla stregoneria e dalla possessione demoniaca. Tradotto: un modo per preservare determinati rapporti di potere, per proteggere lo status quo dall’incursione di fattori potenzialmente disturbanti.

D.: E'  quindi 'anche' un modo per gestire le masse?
R.: Nel passaggio da concetto clinico a propaganda ideologica, la vulnerabilità è diventata un modo per manipolare le masse. La differenza è che in passato essa veniva applicata solo a classi o gruppi specifici di individui, oggi invece non esiste più alcuna distinzione, occorre che tutti, nessuno escluso, siano ascrivibili al novero della vulnerabilità. Ed è proprio questa sua presunta universalità, la sua retorica del "tutti uguali", a renderla un potentissimo meccanismo di identificazione.

D.: Lei afferma che la cultura terapeutica non è interessata a curare chi ne ha bisogno, ma a far sentire malato chi non lo è. Crede che questo sia accaduto anche durante la pandemia?
R.: La pandemia è stato un evento tragico in tutti i sensi: isolamento sociale, crisi occupazionale, per non parlare dei morti e di chi ha rischiato di perdere la propria vita o quella dei propri cari. Ciononostante, penso che abbiamo risposto bene. Siamo stati forti insieme e ne siamo venuti fuori mostrando un senso di solidarietà che, forse, non sapevamo nemmeno di possedere. L’aspetto meno nobile della vicenda, purtroppo, è stato il massiccio inquinamento mediatico di contorno, che spesso sembrava favorire il conflitto anziché tentare di prevenirlo. Si è scavato un divario netto tra un “noi” e un “loro”, tra chi si sottoponeva incondizionatamente a qualsiasi dose di vaccino gli venisse prescritta e chi rifiutava a priori la vaccinazione; tra chi rimaneva segregato in casa senza opporre resistenza e chi violava spudoratamente le restrizioni. Mantenere la lucidità non era così semplice. La vulnerabilità ha trovato terreno fertile in un simile contesto, e questo, ahimé, durante e persino dopo la pandemia. 

D.: Quindi tutti ora si sentono vulnerabili...
R.: La pandemia ha fatto in modo che ognuno si percepisse come vulnerabile, benché in modo diverso: alcuni perché incapaci di sopravvivere o di condurre la propria vita senza farsi dire esattamente cosa fare da chi di dovere, altri perché vittime di una presunta cospirazione intenta a derubarli della propria libertà. Alcune campagne mediatiche all’indomani del Covid che sarebbe riduttivo definire infime, hanno per giunta tentato di convincere le persone che si stavano portando dietro un qualche disturbo latente maturato nel corso del lockdown, perché – parafrasando – “è impossibile essere venuti fuori da una simile tragedia senza degli strascichi psicologici”.

D.: Lei parla anche di marketing terapeutico. Ma esistono difese naturali al trauma?
R.: Sarebbe bello ma no, temo che non esistano soluzioni certe. Nel bene o nel male, non possiamo mai sapere con certezza cosa ci riserva il futuro. Esistono fattori di rischio e fattori protettivi, ce lo ha insegnato l’epigenetica, che non è certo da buttar via. Ciononostante, il trauma è tale proprio perché implica un’irruzione improvvisa, un’effrazione rispetto alla quale non eravamo in nessun modo preparati. Per quanto paradossale possa suonare, l’eccesso di protezione può rivelarsi esso stesso traumatico.

D.: Il trauma c'è sempre stato da che mondo è mondo. E' umano. Ma come se lo spiega che oggi sia così vivisezionato?
R.: Una risposta benevola a questa domanda suonerebbe più o meno così: più ci addentriamo nella natura del trauma, più isoliamo e distinguiamo le sue molteplici forme, più ci sentiamo preparati a fargli fronte. In questo caso, i problemi sono almeno tre. Primo, e come dicevamo, non esistono difese certe dal trauma. Saperne di più non aumenterà le nostre chance di successo. Se è una garanzia assoluta che cerchiamo, non la troveremo in nessun manuale diagnostico. Secondo, disseminare la nostra vita quotidiana di potenziali pericoli, di minacce che ci attendono dietro ogni angolo, è controproducente. Paralizza l’iniziativa e riduce lo spazio vitale. Prima descriviamo alle giovani generazioni il mondo come un ricettacolo di insidie, poi ci lamentiamo perché quest’ultime sono demotivate, pigre, reticenti al cambiamento. Se non fosse vero, un simile cortocircuito farebbe ridere, non crede? Terzo: se tutto è potenzialmente traumatico, intrinsecamente minaccioso, allora cosa lo è veramente?

D.: Come aiutare una persona che è davvero traumatizzata, davvero vittima? 
R.: Il più delle volte, la sofferenza psichica ci pietrifica, e non si lascia sbandierare su un social network. Chiedere aiuto non è semplice, il malessere – in tutte le sue forme - è una cosa seria. Esasperare la vulnerabilità delle persone, alla fine, si rovescia nel suo opposto: negare che certe condizioni siano più difficili da sopportare di altre, togliere dignità al dolore per farne una merce senza valore. Per fortuna, disponiamo di tanti professionisti sul territorio che svolgono il loro lavoro con ammirevole dedizione. Di certo però, inondando la nostra società di finte patologie e contaminando il linguaggio quotidiano con termini medici di cui possiamo benissimo fare a meno, non li aiutiamo a prestare soccorso a chi ne ha veramente bisogno.

18 marzo 2024

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L’Autore
Gioele Cima è un ricercatore indipendente. Tra le sue principali pubblicazioni: Il seminario perpetuo. Il tardo e l’ultimo Lacan (Orthotes,2020), Motivi lacaniani. Scritti sul peggio (Orthotes, 2022), Georges Bataille. Il pensiero violento (Feltrinelli, 2022), Psicoanalisi e dissidenza. Su Elvio Fachinelli (Mimesis, 2023). Ha inoltre curato la traduzione di Tortura Concreta (Tlon, 2022) di Reza Negarestani, l’introduzione critica a On Freud (MIT Press, 2022) di Elvio Fachinelli e, con Claudio Kulesko, il volume Metal Theory. Esegesi del vero metallo (D Editore, 2024).

 


Autore: Corona Perer

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