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Fatti salvi i diritti di terzi

Storie di ordinaria burocrazia - il sottile confine tra potere e dovere

“L'Autorità Urbanistica non può esporsi ad una eccessiva e defatigante indagine atta a chiarire le corrette modalità di esercizio del diritto...” si legge in un provvedimento comunale che approda anche ad un “non sembra che...”. La frase vergata da un dirigente rimanda al sottile confine tra potere e dovere. Alla fine è una domanda etica e spiegherò perchè.

Un Comune non può e deve, o deve … ma non può? Oppure: non solo può, ma anche … deve?  Credo che il cittadino si senta a suo agio in questo terzo segmento: chiede, anzi pretende, che una pubblica amministrazione produca non solo atti legittimi, ma pienamente ponderati. Si aspetta che per le competenze che gli sono proprie, un Comune possa e debba accertare ai suoi amministrati l'esercizio dei loro diritti. Del resto al suo cospetto ha  – come direbbe una celebre canzone di Bennato – “dotti, medici e sapienti”: ingegneri, avvocati, periti, e poi assessori e chi più ne ha, più ne metta. Ma se non procede a ciò che dovrebbe fare, per non causare allo staff  possibili stress da lavoro, a chi verrà meno: al cittadino utente o alla collettività? Al metodo o alla convenienza? Al rigore o all'efficienza di un ufficio che non può e non deve stancarsi?

Difficile rispondere non essendo né giurista né costituzionalista. Ma con la regola del nostro mestiere (farsi domande, cercare le risposte e fare anche due volte la stessa domanda, magari con parole diverse, pur di  essere sicuri di aver capito e fare sintesi chiare e coerenti), si può tentare una risposta.

In presenza di pratiche lacunose o non bene istruite, in cui l'autorità urbanistica risparmia energie, non si fa solo danno all'interessato ma anche alla collettività. Si prenda ad esempio la famosa formula del “si autorizza fatti salvi i diritti di terzi” che rappresenta ormai una forma di burocrazia preventiva, un po' come certa medicina: prescrivo un esame perchè non mi venga imputato di non averlo fatto. Ebbene, questa formula arreca solo danno perchè autorizzare senza aver speso qualche energia in più – avendo peraltro gli strumenti e le competenze per appurare la certezza del diritto - è spingere (pilatescamente) il cittadino verso il contenzioso, roba che fa ingrassare gli avvocati e avvelenare gli assistiti. Roba che spesso annega nel cavillo e fa strazio delle evidenze, del buon senso, della domanda di giustizia di cui ognuno è portatore. Ma purtroppo questo accade, con buona pace della pacifica convivenza civile e del rispetto dei beni comuni.

Traducendo è come se l'ente pubblico dicesse: “ho cercato di capirci qualcosa, autorizzo, poi se non vi va bene ve la vedrete tra di voi”.

E allora, vsto che parliamo di pratiche urbanistiche, mi chiedo anche cosa è ''bene comune''. Bene Comune, ce lo ha insegnato il prof. Salvatore Settis, è il paesaggio. Sfregiarlo, e non preoccuparsi se vi andranno a pascolare i vandali, non giova a nessuno: perchè il paesaggio è di tutti e non può essere subìto per colpa del libero arbitrio di qualcuno (beneficiato e beneficante fa lo stesso).

Alzando lo sguardo verso nobili orizzonti, Bene Comune è la Pace. Che non è solo quella universale, ma quella che prende forma nelle cose di tutti i giorni, anche in un provvedimento amministrativo, prima ancora che in un trattato bilaterale. E quindi Pace è ciò che essendo equo, saggio e giusto non produce conflitto. Ecco perchè la pace condominiale spesso ci preme di più, e ci coinvolge di più, della pace universale. Perchè la casa è il luogo dove vivi, dove hai investito i tuoi risparmi, dove hai messo ogni fatica, ovvero le tue speranze.
Bene comune è il buongoverno, quello equo, che riunisce, e quando serve ricorre alla nobile arte del compromesso, per riallineare e ricomporre le esigenze di tutti.

Lo so, ci vuole ormai ottimismo per dire che da qualche parte esiste ciò di cui parlo. E so anche che fare i pacifisti è diverso dal fare la Pace. C'è chi fa il pacifista di mestiere ed è per questo che esistono tante persone che si limitano a 'parlare' di pace, così come esistono architetti paesaggisti e urbanisti umanisti che poi fanno scempio del paesaggio con le loro scelte.

Il desiderio di equità  alberga in chiunque. E si fa più forte quando annega nella  superficialità o nel fare “economia di fatica”. Messo su un bilancino, il sottile confine tra potere e dovere pende di solito più dalla parte del primo, il potere.

A tutte le amministrazioni che vanno al voto serve quindi  esprimere un auspicio “rosminiano”: non si tratta di augurare la vittoria di Questo o di Quello, ma di ciò che è equo, giusto, etico. Ovvero sperare che ci sarà sempre qualcuno disposto a metterci la schiena, il senso del dovere, la fatica, per conseguire la certezza del diritto degli amministrati.

La bellezza dell'amministrare dovrebbe proprio essere questa: spendersi per ciò che è bene per tutti, nel dubbio approfondire, e non fermarsi per paura di stancarsi. Avere metodo, ma davvero, non accettare che in un provvedimento autorizzativo si approdi a frasi del tipo  “....in conclusione non sembra che vi siano elementi ostativi al permesso....”.

Lo si deve al cittadino che recandosi a votare compie atto di speranza. Sono anche convinta che non si debba mai votare nel dubbio o ''turandosi'' il naso: meglio in quel caso stare a casa. Si deve votare quando si è certi di poter riporre la propria fiducia in chi non solo parlerà di Bellezza estetica, ma costruirà la Bellezza del vivere civile. Perchè è lì che risiedono le relazioni più autentiche. Quelle fondate sul rispetto e sull'esercizio continuo (e mai pago) del diritto e del dovere.
Non solo del potere.

 

Rovereto, 23 agosto 2020


Autore: Corona Perer

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