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Telmo Pievani: ''L'asteroide? Siamo noi''

Una specie che può davvero rompere tutto: l'homo sapiens

Il riscaldamento climatico è un rischioso esperimento planetario che comincia a mostrare i suoi effetti deleteri su tutto il globo. Deforestazione, diffusione di specie invasive, urbanizzazione selvaggia, inquinamento e sfruttamento indiscriminato delle risorse hanno già ridotto la biodiversità di un terzo. Questo preoccupante trend non si sta fermando perché è alimentato dai nostri attuali modelli frenetici di sviluppo e di consumo. Il grave impoverimento degli ecosistemi è  un comportamento ben poco sapiens anche sul piano economico, e costerà molto caro nell’immediato futuro.

Ne ha parlato ad Arte Sella su invito della Fondazione Trentina Alcide De Gasperi, Telmo Pievani, filosofo della scienza ed evoluzionista. L’incontro prendeva lo spunto dal titolo di uno dei suoi ultimi libri,  “La Terra dopo di noi” un'inedita riflessione sul rapporto tra uomo e pianeta Terra ovvero: quanto gli esseri umani abbiano quotidianamente bisogno della biosfera per respirare e mangiare ma, al contrario la biosfera non ha alcun bisogno di un mammifero autoproclamatosi Homo sapiens.

L’invito che Pievani lancia è  di provare a guardare con gli occhi dell’arte e della scienza a come sarebbe la Terra senza la pervasiva presenza umana. Per ritrovare l’umiltà evoluzionistica e, con essa, la consapevolezza della fragilità della nostra specie.

Già in  “Le uova nel paniere. Origini e futuri scenari di una specie che può davvero romperle: l’uomo” Telmo Pievani aveva indagato il rapporto tra Homo Sapiens e natura e l'uomo nei suoi testi appare una specie sempre più una pericolosa.

"Si chiamano estinzioni di massa, catastrofi globali in cui la fine del mondo di molti diventa un nuovo inizio per i pochi sopravvissuti – dichiara Pievani nel corso di una recente intervista a proposito delle molte fini del mondo da lui teorizzate - Secondo i modelli recenti, Homo sapiens sta producendo un'estinzione di massa della biodiversità. Questa volta l'asteroide siamo noi».

Con uno stile ironico e brillante Pievani propone un approccio alternativo sui comportamenti umani. Evoluzionista e darwiniano al di sopra di ogni sospetto Telmo Pievani muove una critica ironica alla «psicologia evoluzionistica pop» che ritiene bizzarra ma persuasiva.

In  "Evoluti e abbandonati. Sesso, politica, morale: Darwin spiega proprio tutto?" (Einaudi), Pievani gettava le basi per una visione diversa dove la mente umana non è una «macchina di istinti» ossessionata soltanto da sesso, geni e competizione, ma un «bricoleur» che, da sempre, si adatta all'imperfezione e all'imprevedibilità della nostra storia naturale e culturale. L'evoluzione insomma continua, con i buoni vecchi mezzi di una volta, e con qualcuno nuovo.
Gli abbiamo chiesto di parlarci allora della fine del mondo. E ci ha sorpreso: a quanto pare c'è già stata, più volte, come fa capire il professore in questa intervista (raccolta nel 2014) e che riproponiamo.

Professore Siamo ancora specie dominante?
Non siamo i dominatori del pianeta. Siamo piuttosto una sua parte. Homo sapiens non può fare a meno della biosfera, mentre la biosfera può benissimo fare a meno di Homo sapiens. Ricordiamoci di questa asimmetria. Stiamo estinguendo una porzione rilevante della biodiversità terrestre e questo impoverisce gli ecosistemi, che ci regalano gratuitamente servizi essenziali per la nostra sopravvivenza. Non è da “sapiens” segare il ramo evolutivo su cui poggiamo.

In un ecosistema sconvolto anche a causa degli sconvolgimenti climatici, sembra che del cataclisma si abbia bisogno per riflettere... è così?
Sì la catastrofe ci attrae, perché genera meccanismi psicologici per noi intuitivi (la punizione per colpe pregresse, la natura violenta che si ribella, etc). Dona un senso alla storia. In realtà, l’evoluzione è attraversata da estinzioni catastrofiche da sempre: la fine del mondo di molti è diventato un nuovo inizio per altri. Anche noi non saremmo qui se il mondo degli altri non fosse finito. Ma non è un buon motivo per diventare, adesso, la causa della catastrofe altrui.

Al tempo stesso verrebbe da dire che nonostante il cataclisma l'uomo procede nella sua folle gestione del pianeta: antropologicamente si sente invincibile?
Facciamo fatica a prendere impegni etici che non siano basati su una prossimità nello spazio e nel tempo. Non ci viene facile prendere decisioni adesso, i cui effetti saranno percepibili dai nostri lontani discendenti. I politici pensano alla loro rielezione. Chi fa affari pensa ai suoi tornaconti. Non c’è capacità di lungimiranza. Ma anche le generazioni future hanno diritti. E così la natura stessa dovrebbe essere oggetto di tutele costituzionali, perché è un bene di tutti e al contempo non appartiene a nessuno.

Nel suo libro sulla fine del mondo (ed. il Mulino) c'era un  tentativo ironico di riderci sopra. E' così?
Di “fine del mondo” è possibile discutere, a mio avviso, solo in una chiave interpretativa che includa l’ironia e un certo benevolo disincanto. Non siamo indispensabili, e forse la fine del mondo ci attrae così tanto per motivi che sono in ultima istanza narcisistici.

Ci riteniamo cioè troppo importanti?
Vogliamo far parte del momento cruciale della storia, quello che in cui si svelerà il presunto “senso del tutto”. Io propongo invece un approccio di “umiltà evoluzionistica”: potevamo non esserci, altri mondi erano possibili, quindi quello che abbiamo è un dono da conservare con cura e dedizione. La contingenza dell’evoluzione non porta affatto al nichilismo o al cinismo. Porta piuttosto all’idea di un’appartenenza ecologica e all’impegno umanistico di difendere la dignità del nostro bellissimo esperimento evolutivo.

La povertà che cresce, l'allarme ambientale, la decadenza valoriale. Secondo lei stiamo vivendo tempi da fine-del-mondo?
Non credo. Siamo in un passaggio delicato e critico, ma da qui scatterà un nuovo inizio, come è successo tante altre volte. Ogni crisi contiene anche opportunità. Bisogna saperle cogliere, per esempio premiando l’innovazione, la ricerca, la creatività.

Nella storia di fronte alle catastrofi come si comportava l'uomo?
Ha ignorato i segnali premonitori e ha reagito solo quando il pericolo era imminente ed evidente. Siamo fatti così. Ma ce la siamo cavata tutte le volte, grazie alla flessibilità adattativa e alla plasticità.

Nella Bibbia la catastrofe è punizione, vendetta. Oggi cosa rappresenta nell'immaginario?
Non è solo punizione, è anche disvelamento del senso della storia, soluzione degli intrecci, approdo di una necessità intrinseca. Non è cambiato molto nel nostro immaginario. Definiamo i disastri “naturali” perché ci piace attribuirli a un’entità matrigna, ma in realtà sono quasi sempre disastri umani, disastri culturali, di cattiva gestione, di miopia, di indifferenza. Viviamo su un pianeta instabile e violento, che non è fatto per noi. Basterebbe questa consapevolezza ecologica per essere più attenti e meno presuntuosi.

Quale potrebbe essere per noi oggi un nuovo inizio?
Scoprire che non abbiamo più la possibilità di vivere secondo le aspettative di benessere progressivo dell’ultimo periodo (consumare di più e di più, svilupparsi indefinitamente e quantitativamente, senza un pensiero sulle conseguenze) e accorgersi davvero della profonda ingiustizia che separa, su questo pianeta, chi ha troppo da chi non ha nulla.


Autore: Corona Perer

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