Arte, Cultura & Spettacoli

L'edera, eresia delle donne

Erbe & Streghe di Gloria Canestrini

Cercando notizie sull'Inquisizione, ho aperto uno dei testi più importanti che tratta questa materia: Il Libro Nero dell'Inquisizione, scritto a due mani dal teologo e giornalista Natale Benazzi e dallo storico e filosofo Matteo D'Amico.

Un libro, dicevo, fondamentale per capire la ragione dei tantissimi processi celebrati da questa storica istituzione ecclesiale, che colpì con ferocia i reati di opinione, che controllò duramente l'ortodossia della fede e tutelò con il segreto, l'arbitrio e il terrore, il potere centrale e assoluto della Chiesa. Mandando al rogo, unitamente alle condanne comminate dai tribunali secolari, centinaia di migliaia di donne.

Appena aperto il libro, è caduto dalle sue pagine il ritaglio di un vecchio articolo del gennaio 1998, a firma di Corrado Staiano, reporter, scrittore, sceneggiatore e regista, che oggi forse entrerebbe nel novero degli inquisiti dal Sant'Uffizio medievale, in quanto appassionato studioso dei segreti del potere.

Staiano, nel dare notizia della storica apertura degli Archivi del Sant'Uffizio in occasione di una giornata di studio promossa a Palazzo Corsini a Roma dall'Accademia nazionale dei Lincei e dalla Congregazione per la Dottrina della Fede, scriveva: “L' evento è soprattutto simbolico, mi dice Adriano Prosperi, uno dei maggiori studiosi di storia della cultura e della vita religiosa nell'età della Riforma e della Controriforma, ma è certamente importante che un'istituzione come la Chiesa cattolica dichiari chiusa quella fase storica e si mostri decisa a voltar pagina nei confronti di una lunga fase della storia in cui l'Inquisizione ha rappresentato il suo vero volto”.

Che cosa si conserva in questo Archivio, oggi finalmente disponibile?

Scrive Staiano: “La serie completa dei verbali delle riunioni della Congregazione del Sant'Uffizio che dal 1548 sono conservati in maniera continuativa. Ma si tratta di verbali scarni. Mancano gli allegati, i memoriali e quasi tutti gli atti dei processi. La maggior parte furono distrutti. A Parigi, tra il 1815 e il 1817, per ordine del Monsignor Marino Marini, inviato da Roma per recuperare le carte portate via da Napoleone”.

 

Tralasciando i sia pur interessantissimi documenti sui conflitti cardinalizi e sui papi che usarono più di altri i poteri repressivi del Sant'Uffizio, sono conservati là dentro, ad esempio, i vari manuali di caccia alle streghe via via succedutisi nel tempo, micidiali strumenti per individuare le streghe e i loro poteri, portarle ai processi, imbastire procedure rigorose per celebrarli, stabilire i capi di imputazione e le modalità per applicare le torture, infliggere la violenza psicologica finalizzata alla confessione, imprigionare le malcapitate e, infine, giustiziarle.

Qualche esempio. Nel suo Formicarius il demonologo Giovanni Nider porta alle estreme conseguenze il pensiero sulla donna-femmina-strega: creatura debole e facilmente ingannabile, preda del diavolo fin dalle origini, votata alle pratiche magiche e agli intrugli erboristici.

Sulla sua linea si collocano, tra gli altri con atteggiamento variamente misogino, la Summa Summarum di Prierias, il De Strigis di Bernardo Rategno da Como,che propugna l'idea della donna come creatura “malfatta”, fino alla definizione del femminile fornita da Laurent Joubert, per il quale “ ...indifferente è di per se stesso il seme...esso degenera spesso in femmina, a causa della freddezza e dell'umidità...”

Proseguiamo questa veloce carrellata, fingendo di trovarci nell'ampia stanza dell'Archivio nel palazzo del Sant'Uffizio, chiamata stanza storica (lì vicino ci sono anche le prigioni dove Tommaso Campanella visse una terribile esperienza carceraria) con Nicolò V, il quale esortava nelle sue Bolle gli inquisitori a punire indovine e indovini anche nel caso non si fosse manifestata la condizione di eresia. Ciò significava che l'inquisitore poteva colpire la cosiddetta superstizione,ossia la cultura popolare.

Per ora ci fermiamo a citare solo questi manuali, il più famoso e utilizzato dei quali fu il Malleus Maleficarum, ossia il Martello delle Sreghe scritto da Heinrich e Jacob Sprenger, un'incredibile strumento di odio verso le donne (a causa della loro debolezza e del loro intelletto inferiore facili prede di Satana). Al di là delle farneticazioni, da questi scritti emerge l'assunto che stiamo scandagliando in questa rubrica Erbe & Streghe, ossia che la maledizione delle streghe risiede per larga parte nelle loro conoscenze del mondo naturale, del corpo e dei rimedi vegetali.

 

Troviamo infatti vari esempi esplicativi di questo stretto rapporto tra le “malefiche” e le loro conoscenze botaniche: uno dei più emblematici  è quello riferito all'edera.
Nel suo bellissimo trattato Mitologia degli alberi, dal giardino dell'Eden al legno della Croce, Jaques Brosse, autore di varie opere dedicate agli animali e alle piante, sotto il profilo naturalistico e culturale, scrive: “Edera e vite selvatica si innalzano sugli alberi intorno ai quali avvolgono i loro sarmenti volubili. L'Edera cresce in un primo tempo sulla terra, la Terra Madre, della quale sembra l'emanazione e che copre anche d'inverno con le sue foglie coriacee: può compromettere la vita del suo sostegno, che essa soffoca poco a poco, fino a farlo morire”.

L'edera è la pianta prediletta da Dioniso: questo dio veniva spesso chiamato “l'incoronato di edera” o anche “Kissòs”, edera. Poco dopo la sua nascita le ninfe lo immersero nella fonte Kissusa, dell'edera, ed è sul monte Elicona ( helix è un altro nome dell'edera) che venne allevato.

“Secondo alcuni”, dice Plutarco, “essa contiene spiriti violenti che risvegliano, eccitano e producono agitazione e convulsioni. Insomma, ispira un'ebbrezza senza vino, un turbamento, un delirio, come quelli del giusquiamo e prodotti da altre piante che agita violentemente il cervello”.

Le erboriste del Medioevo si servivano di questa pianta rampicante e strisciante appartenente alla famiglia delle Araliacee per comporre filtri d'amore, ma soprattutto essa era uno degli ingredienti per comporre l'unguento con cui si frizionavano il corpo prima di recarsi al Sabba.

Nelle mitologie europee esistono ancora tracce di uno stretto legame tra l'edera e il fulmine divino. I Lituani, presso i quali sopravvisse a lungo il culto degli alberi, chiamavano l'edera Perkunas, dal nome del dio del fulmine e anche i Germani consideravano l'edera consacrata a Donar, dio del tuono.

Oggi per noi contemporanei, ben lontani (fortunatamente) dagli strali dei cacciatori di streghe e certamente meglio protetti (ma non sempre) da fulmini e saette, l'edera ha perso molti dei suoi significati simbolici e ci accontentiamo di farne delle bellissime siepi sempreverdi, che crescono rigogliose a mezz'ombra, i cui fiori sono molto graditi alle api.

Però ce la ricorda ancora una canzone, il cui celebre refrain dice “ Son qui tra le tua braccia ancor, avvinta come l'edera, son qui respiro il tuo respiro, son l'edera legata al tuo cuor”: così cantava Nilla Pizzi nel 1958 al Festival di Sanremo e, in effetti, la canzone “Edera” ben descrive il carattere avviluppante di questa pianta, il cui nome latino, hedera, ha assonanze con il termine adhaerere, aderire.


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Autore: Gloria Canestrini

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