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A proposito della pena di morte

di Ferdinando Camon

Leggendo “Oltre Gomorra” di Paolo Coltro con Nunzio Perrella,  in ogni pagina incontro camorristi che restano camorristi da liberi, da carcerati, da ergastolani, ammazzano con facilità e non si pentono mai, e mi chiedo cosa si può fare con loro. L’ergastolo a loro non basta, perché anche da dentro continuano a uccidere.

La condanna a morte per questa gente, di cui parla anche Marine Le Pen, non è nella mia civiltà.

C’è un’altra storia in un film, intitolato ''Il segreto dei suoi occhi": un uomo amorale e asociale stupra e uccide una donna, ma dopo la condanna (siamo in Argentina, dittatura militare) si mette a collaborare con la polizia e torna libero. Il fidanzato della vittima lo scopre, lo cattura e lo chiude in un fienile, in un luogo dimenticato da Dio e dagli uomini. Segregato in uno sgabuzzino per decenni, lo stupratore-assassino diventa pazzo e implora il suo custode di ucciderlo, ma con la morte quello smetterebbe di soffrire e il custode questo non lo vuole, vuole che soffra per sempre, finché respira.

Il senso è: l’ergastolo è più crudele della fucilazione. L’ergastolo basta, anzi avanza. La soluzione non è uccidere. Ma se siamo contro la pena di morte, dobbiamo essere anche contro l'ergastolo. Che cos’è l’ergastolo? È una morte che non ha fine.

Ferdinando Camon
(2017)
***

Pena di morte: aumentano gli stati che la mettono al bando
 

(21.4.2020) Le esecuzioni hanno subito un calo del 5 per cento, il minimo storico degli ultimi dieci anni ma in Arabia Saudita, Iraq, Sud Sudan e Yemen, in controtendenza, registrano un’impennata nelle esecuzioni. L'Arabia ha messo a morte 184 persone, sei donne e 178 uomini: poco più della metà erano cittadini stranieri. Nel 2018 erano state 149. Lo afferma Amnesty International nel suo rapporto globale sulla pena di morte nel mondo pubblicato oggi. L’associazione ha registrato però il numero più alto di esecuzioni in un solo anno in Arabia Saudita, dove le autorità hanno messo a morte 184 persone.

In Iraq il numero delle esecuzioni è raddoppiato e l’Iran continua a venire subito dopo la Cina, dove il numero esatto di persone messe a morte resta un segreto di stato. Tuttavia, questi stati sono in controtendenza rispetto alla tendenza globale che ha visto una diminuzione delle esecuzioni per il quarto anno consecutivo – almeno 657 nel 2019 a fronte di almeno 690 del 2018: il minimo storico dell’ultimo decennio.

“La pena di morte è una pena disumana e ripugnante e non esistono prove attendibili che essa scoraggi i reati più della pena detentiva”, ha detto Clare Algar, direttrice di Amnesty International per la ricerca e l’advocacy. “Tuttavia vi è un numero limitato di paesi che, in controtendenza, ha fatto sempre più ricorso alle esecuzioni. Ciò è avvenuto in Arabia Saudita, dove è stata utilizzata anche come arma nei confronti dei dissidenti politici, uno sviluppo preoccupante. Così come è stato sconcertante l’enorme aumento di esecuzioni registrato in Iraq, quasi raddoppiate in un solo anno”, ha aggiunto Clare Algar.

I cinque paesi con il maggior numero di esecuzioni nel 2019 sono Cina (migliaia), Iran (almeno 251), Arabia Saudita (184 in maggior parte per reati di droga e omicidi), Iraq (almeno 100) ed Egitto (almeno 32).

Sulla Cina non sono a disposizione cifre ma il numero delle esecuzioni è stimato nell’ordine delle migliaia. Altri paesi con numeri alti di esecuzioni, tra i quali Iran, Corea del Nord e Vietnam, hanno continuato a nascondere il loro pieno ricorso alla pena di morte limitando l’accesso alle informazioni in merito.   

La maggioranza delle esecuzioni era connessa a reati di droga e omicidi.

Amnesty International ha documentato l’aumento del ricorso alla pena di morte come arma politica contro i dissidenti dalla minoranza musulmana sciita dell’Arabia Saudita. Il 23 aprile 2019 c’è stata un’esecuzione di massa di 37 persone, 32 delle quali erano sciiti condannati per “terrorismo” dopo processi basati su confessioni estorte sotto tortura.

In Iraq, il numero di persone messe a morte è raddoppiato dalle 52 del 2018 alle almeno 100 del 2019, perlopiù a causa del continuo ricorso alla pena di morte per le persone accusate di far parte del gruppo armato “Stato islamico”.

Molti paesi non hanno pubblicato o fornito informazioni ufficiali sul ricorso alla pena di morte, il che sottolinea la mancanza di trasparenza nelle pratiche di molti governi.

L’Iran è secondo solo alla Cina nel ricorso alla pena di morte. Sono state messe a morte almeno 251 persone nel 2019, rispetto alle almeno 253 del 2018, di cui quattro minorenni all’epoca del reato. Tuttavia, una mancanza di trasparenza rende difficile confermare il numero complessivo effettivo di esecuzioni, che potrebbe essere di gran lunga maggiore.

“Le esecuzioni si svolgono in segreto in tutto il mondo. In alcuni paesi, dalla Bielorussia al Botswana fino all’Iran e il Giappone, le esecuzioni sono condotte senza informare preventivamente familiari, avvocati o in alcuni casi gli interessati stessi”, ha proseguito Clare Algar.

Per la prima volta dal 2011, c’è stato un calo nel numero di paesi in cui è stata applicata la pena di morte nell’area dell’Asia e Pacifico, con esecuzioni in sette nazioni. Giappone e Singapore hanno drasticamente ridotto il numero di persone messe a more, rispettivamente da 15 a 3 e da 13 a 4.

Sono 106 i paesi che in tutto il mondo hanno abolito la pena di morte dal loro ordinamento per tutti i reati e 142 quelli che l’hanno abolita nella legge o nella prassi. Anche le Barbados hanno eliminato la pena di morte obbligatoria dalla Costituzione.  Negli Usa, il governatore della California ha istituito una moratoria ufficiale sulle esecuzioni nello stato americano, che registra il maggior numero di persone nel braccio della morte, e il New Hampshire è divenuto il 21° stato americano ad abolire la pena di morte per tutti i reati.

“Dobbiamo continuare a tenere alta l’attenzione verso l’abolizione della pena di morte in tutto il mondo”, ha dichiarato Clare Algar. “Chiediamo a ogni singolo stato di abolire la pena di morte. Bisogna esercitare una pressione a livello internazionale sui pochi che ancora la applicano perché mettano fine per sempre a questa pratica disumana”, ha concluso Clare Algar.

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