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Camon: ''Scrivere è più di vivere''

L'ultimo libro tra cronaca e ricordi

E' scrittura cruda, amara. Prosa chiara come è sempre stato il suo stile: niente giri di parole e tanta abilità nell'entrare nelle pieghe dell'anima, dentro un sentimento e nel sentire comune. Ferdinando Camon, autore di grande successo. magistrale cronista di vita, morte e miracoli della civiltà contadina veneta, ha consegnato di recente alle stampe un libro che che come motore ha... l'intensità.

In “Scrivere è più di vivere” (Piccola biblioteca Guanda, 202 pagine) Camon raccoglie per lo più i suoi commenti  affidati al mondo dei social, dove è personaggio seguito e amato. Pensieri postati un po' per celia, un po' per rabbia e un po' per curiosità, per “vedere l'effetto che fa”. Ne viene fuori però qualcosa di più: perché il corpus di pensieri, ci consegna pietre rare di una vita condotta tra scelte drastiche e ponderate, e il coraggio di dire sempre quel che si pensa, come i bravi veneti han sempre saputo fare. Un libro che leggere è necessario.

Il suo libro è qualcosa che sta a metà tra i fatti di cronaca dolorosa di questi anni (di cui ci ha fatto dono anche qui su SENTIRE) e i ricordi di un professore che ha fatto i conti con la baronia delle università, con l'ingiustizia dei tribunali, con l'assurdità del terrorismo (che ha saputo guardare in faccia), con il dolore indicibile di tanti padri. Per questo lo definisco un libro necessario. E' anche un meraviglioso ripasso di lingua e punteggiatura che ti mette a prova tra virgole e parentesi  lunghe, dentro incisi e periodi che ti fanno entrare nello stesso fiato dello scrittore. Ah, che bellezza!

In una meravigliosa pagina racconta cosa sia davvero la verità, la sua impercorribilità, la sua assoluta bellezza di fronte alla menzogna e all'ignoranza, il suo anacronismo in tempi come questi dove tutto si consuma in poche righe e in poche sensazioni per lo più affidate a faccine ed emoticons: un ciglio aggrottato, una lacrima, un cuoricino. Per lui no, per lui scrivere è più di vivere. E non si sa quando la scrittura l'abbia scelto o se mai sia stato lui a scegliere la scrittura. Miracolo che accade a chi vive la passione della parola e quasi non saprebbe dire quale sia stato l'inizio o se mai ci sia stato inizio. La verità è il suo faro guida, ciò che lo porta a fare e dire e ad agire di conseguenza.

Scrive Camon: “.... non è nostro interesse sapere la verità. Se potessimo per un attimo, una frazione di secondo sapere che cos'è la verità (la verità assoluta, se il primo Motore è Persona o Caso, se noi siamo necessari o facoltativi, se i nostri figli potevano essere altri, se noi siamo ma potevamo non essere, se abbiamo dei fratelli da qualche parte nel Tutto, se il Tutto si è creato o fu creato, se moriremo morendo o moriremo vivendo...), ne avremmo un urto  tale che la nostra vita si disintegrerebbe,  di quello che siamo e quello che crediamo e quello che facciamo non resterebbe nulla e a noi non importerebbe più niente e nessuno. Caricare nel cervello la verità è come piazzarci una bomba e farla esplodere, la verità è la nostra fine è la nostra negazione. Ci annienta,  viviamo nell'ignoranza perché l'ignoranza ci protegge”.

E' a questa verità che risponde l'imperativo categorico dello scrittore ed è sempre la verità che lo conduce alla sostanza delle cose, carico di uno humour straordinario che gli viene dalla cultura, dalla capacità di vedere le umane miserie e riconoscere in esse quel tratto che rende tutti, nessuno escluso, così irrimediabilmente compromesso in contraddizioni  e dubbi.

In una meravigliosa pagina ci narra di quel dialogo franco e diretto con Ingrao sulla fine, gli errori e le stragi del comunismo. C'è anche tanta storia biografica. Come quando racconta di quell'olmo, incastonato tra le immagini potenti della sua infanzia. Era cresciuto su un grande fosso con le radici immerse nell'acqua. E' dai suoi rami che il piccolo Ferdinando (il futuro Camon) vedeva le battaglie aeree e i rastrellamenti dei tedeschi. Dopo uno di questi le SS avevano ammazzato gli ostaggi proprio nel  Cortile dei Camon. “I tedeschi erano ragazzi giovani quelli dell'ultima leva, i cappotti più grandi di loro, e cercavano i parenti dei Partigiani che avevano catturato. Eravamo tutti radunati in cerchio, due tedeschi passavano lentissimi con questi prigionieri appesi a una pertica come si appendevano i maiali, per vedere se qualcuno dei contadini si tradiva un grido, uno svenimento.  Il fratello di uno degli ostaggi era accanto a me, tremava ma non gridò, non si tradì. Poi il prigioniero fu impiccato al ponte di Bevilacqua”.

Ebbene, 30 anni dopo lo scrittore seppe che il capitano tedesco che comandava quegli impiccatori viveva ricco, felice e rispettato a Postdam e che la giustizia italiana non lo cercava affatto. Ed ecco che Camon verga il seguito con parole che diventano monito e spiegano il suo essere scrittore ed il senso dello scrivere.

“Non bisogna avere nessuna fiducia nella Giustizia. Quando i miei libri sono stati tradotti in Germania e quell'uomo fu chiamato a processo, ebbe un infarto e morì, ho capito che la giustizia internazionale non la fanno i tribunali, non la fanno i ministeri e i governi, ma i libri. Io bacio la copertina della traduzione di un mio libro, quando mi arriva per pacco postale e nessuno mi vede. Il mio libro tradotto in Germania, che provocò l'infarto del Comandante tedesco, lo sento come un colpo di fucile sparato al cuore di un colpevole, che meritava la fucilazione".


Autore: Corona Perer

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