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Libia, la tortura è ormai provata

Testimonianze dei sopravvissuti affermano che i centri di detenzione per migranti sono l'Inferno

(foto: Amnesty International) - Dopo le innumerevoli denunce dei gruppi per i diritti umani, le inchieste giornalistiche e le testimonianze dei sopravvissuti, ora anche un giudice italiano afferma che nei centri di detenzione per migranti della Libia si tortura. Il 28 maggio il tribunale di Messina, con una sentenza storica e innovativa derivante dall'introduzione nel luglio 2017 del reato di tortura nel codice penale italiano, ha condannato a 20 anni di carcere un cittadino della Guinea e due cittadini egiziani  per aver torturato, picchiato e lasciato morire migranti trattenuti in un centro di detenzione di Zawiya. I tre sono stati giudicati colpevoli di associazione a delinquere finalizzata alla tratta di persone, alla violenza sessuale, alla tortura, all'omicidio e al sequestro di persona a scopo di estorsione.

Le domande che Amnesty International Italia pone al governo Conte sorgono spontanee: perché l'Italia, anche attraverso il recente rinnovo del memorandum di cooperazione con la Libia in tema d'immigrazione, continua a collaborare, risultandone effettivamente complice, con questo sistema di aperta violazione dei diritti umani? E quali passi avanti sono stati compiuti per apportare quelle migliorie e quelle necessarie modifiche al memorandum annunciate nei mesi scorsi dall'esecutivo?

Già a gennaio 2020 era stato lanciato un allarme sui centri di detenzione dove libici i migranti e i rifugiati rischiano regolarmente di subire torture, estorsioni e stupri. L’Alto commissariato Onu per i rifugiati (Unhcr) aveva registrato 56.442 rifugiati e richiedenti asilo in Libia e ha ripetutamente chiesto ai governi, europei e non, di reinsediarli, anche attraverso l’evacuazione via Niger. Intanto medici senza frontiere e SOS Mediterranée sono stati costretti a porre fine alle operazioni di ricerca e soccorso in mare della nave Aquarius. Negli ultimi due anni hanno soccorso quasi 30.000 persone nel Mediterraneo.

www.giornalesentire.it / 31 maggio 2020

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Covid19: si fa qualcosa nei Centri per il Rimpatrio?

(marzo 2020) - Rimpatri non se ne fanno: la situazione potrebbe diventare esplosiva. In questo momento di grave difficoltà per il tutto il paese chi affronta la situazione drammatica dei Centri per il rimpatrio (Cpr)? In essi si trovano in detenzione amministrativa persone straniere irregolarmente presenti sul territorio in vista del loro rimpatrio.

Le condizioni all'interno dei Cpr, sia per il numero eccessivo di persone che condividono uno stesso ambiente che per l’assenza di condizioni igieniche adeguate, non consentono l’applicazione di  misure adeguate per il contenimento del Covid-19.

"Nessun provvedimento specifico risulta essere stato adottato finora per porre rimedio a questa situazione nell’interesse delle persone detenute, del personale e degli operatori, e del paese intero" afferma Amnesty International Italia.

La detenzione in un Cpr è finalizzata, secondo il diritto dell’Unione europea e quello italiano, esclusivamente ai rimpatri forzati, rimpatri che in questa fase, per un periodo che si prevede piuttosto lungo, non potranno essere certamente attuati e questo contribuisce a creare affollamento nelle strutture e condizioni di più facile propagazione del Covid-19.

Amnesty International Italia si aggiunge pertanto alla voce di chi – dal Garante nazionale per i diritti delle persone private della libertà alle numerose organizzazioni della società civile – chiede al governo Conte di porre urgentemente l’attenzione sulla situazione del Cpr, invitando come minimo a fermare i nuovi ingressi e a rilasciare le persone i cui termini di detenzione hanno una scadenza ravvicinata.

www.giornalesentire.it / 25 marzo 2020

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