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Covid19: si fa qualcosa nei Centri per il Rimpatrio?

Rimpatri non se ne fanno: la situazione potrebbe diventare esplosiva

(foto: Amnesty International) - In questo momento di grave difficoltà per il tutto il paese chi affronta la situazione drammatica dei Centri per il rimpatrio (Cpr)? In essi si trovano in detenzione amministrativa persone straniere irregolarmente presenti sul territorio in vista del loro rimpatrio.

Le condizioni all'interno dei Cpr, sia per il numero eccessivo di persone che condividono uno stesso ambiente che per l’assenza di condizioni igieniche adeguate, non consentono l’applicazione di  misure adeguate per il contenimento del Covid-19.

"Nessun provvedimento specifico risulta essere stato adottato finora per porre rimedio a questa situazione nell’interesse delle persone detenute, del personale e degli operatori, e del paese intero" afferma Amnesty International Italia.

La detenzione in un Cpr è finalizzata, secondo il diritto dell’Unione europea e quello italiano, esclusivamente ai rimpatri forzati, rimpatri che in questa fase, per un periodo che si prevede piuttosto lungo, non potranno essere certamente attuati e questo contribuisce a creare affollamento nelle strutture e condizioni di più facile propagazione del Covid-19.

Amnesty International Italia si aggiunge pertanto alla voce di chi – dal Garante nazionale per i diritti delle persone private della libertà alle numerose organizzazioni della società civile – chiede al governo Conte di porre urgentemente l’attenzione sulla situazione del Cpr, invitando come minimo a fermare i nuovi ingressi e a rilasciare le persone i cui termini di detenzione hanno una scadenza ravvicinata.

www.giornalesentire.it / 25 marzo 2020

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Libia, prigione a cielo aperto

Il paese non ha capacità di coordinare le operazioni di soccorso

All’interno dei centri di detenzione libici i migranti e i rifugiati rischiano regolarmente di subire torture, estorsioni e stupri. L’Alto commissariato Onu per i rifugiati (Unhcr) ha registrato 56.442 rifugiati e richiedenti asilo in Libia e ha ripetutamente chiesto ai governi, europei e non, di reinsediarli, anche attraverso l’evacuazione via Niger.

Mentre la lotta per bande spopola tra le vie di Tripoli, Russia e Turchia come falchi vogliono arrivare in terra di Libia ed il recente acuirsi della crisi Iran-Usa riempie di nubi nere il cielo libico e mediterraneo.

Medici senza frontiere e SOS Mediterranée sono stati costretti a porre fine alle operazioni di ricerca e soccorso in mare della nave Aquarius. Negli ultimi due anni hanno soccorso quasi 30.000 persone nel Mediterraneo. Quest’anno ne sono annegate oltre 2100. La maggior parte di loro era in fuga dalla violenza, dalla tortura e dalla detenzione arbitraria in Libia. Ma il paese, ora più che mai. non ha capacità di coordinare le operazioni di soccorso.

 

www.giornalesentire.it / 3 gennaio 2020

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