Attualità, Persone & Idee

Sos povertà educativa

Marco Rossi Doria ''Una nuova emergenza sociale acuita dalla pandemia''

La povertà minorile si è aggravata, soprattutto nel Sud. A dirlo è il Rapporto sul Benessere Equo e Sostenibile in Italia dove si evidenzia nella fascia 14-19 anni un peggiornamento nel livello di istruzione, di formazione e di competenze acquisite dai giovani,  dei livelli di partecipazione civica e sociale.

Ma c'è un dato impressionante: il 13,5% del totale dei bambini e ragazzi presenti in Italia è in povertà assoluta. Una popolazione di 1 milione e 337 mila minori che non accede a servizi essenziali.

Con la crisi economico-finanziaria del 2008 la povertà infantile ha iniziato a crescere (prima di tale crisi, la quota di minori in povertà assoluta era pari a quella della popolazione complessiva cioè il 3,1%). Nel 2020, lo scarto fra la povertà dei  minori (13,5%) e quella della popolazione complessiva (9,4%) ha superato i 4 punti percentuali.

La povertà materiale diventa condizione di povertà educativa, un mix dato dal contesto economico, sanitario, familiare e abitativo, della disponibilità o meno di spazi accessibili, dell’assenza di servizi di cura e tutela dell’infanzia: essa non è solo legata alle cattive condizioni economiche, ma è povertà di relazioni, isolamento, cattiva alimentazione e scarsa cura della salute, carenza di servizi, di opportunità educative e di apprendimento non formale.

La povertà educativa, insidiosa quanto e più di quella economica, priva bambini e adolescenti della possibilità di apprendere e sperimentare, scoprendo le proprie capacità, sviluppando le proprie competenze, coltivando i propri talenti ed allargando le proprie aspirazioni. Ed è uno status che investe anche la dimensione emotiva, pregiudicando socialità e capacità di relazionarsi con il mondo.

 

 

"La povertà educativa è strettamente connessa al contesto sociale, anche la crisi demografica gioca il suo ruolo : quanti sono i bambini oggi?" afferma Marco Rossi Doria, esperto di politiche dell'istruzione, insegnante in pensione, da sempre sensibile alle politiche sociali e all'accesso al sapere.

Le risposte a suo avviso devono essere diverse, in aree diverse. "Occorre aggregare le piccole comunità e creare occasioni per ricreare le comunità là dove si sono disgregate, nelle aree di degrado bisogna creare occasioni di socialità, specie nei quartieri marginali" ha detto in occasione di un recente seminario promosso dalla Fondazione Demarchi di Trento.

Serve quindi che sia la società a diventare luogo di educazione. Ma come può farlo se le emergenze danno luogo al degrado e a quella che ormai si chiama povertà educativa intesa come povertà di occasioni per crescere positivamente? La società dovrebbe diventare una comunità educante, l'habitat giusto perchè il bambino può crescere armoniosamente.

"La comunità educante non  è un organismo fisso, è quel luogo che risponde ai bisogni diversi e deve mettere al centro del suo agire il bene dei bambino : guarda con attenzione il loro sguardo, intercetta le loro difficoltà, azione che deve essere centrale". E' la scuola? "No, è anche la scuola" dice Marco Rossi Doria.

"Un bambino deve sentire ma scuola come un luogo proprio, ma non la sua casa. Un luogo della civis, e la  scuola dovrebbe essere il luogo della civiltà della coesione sociale, uno spazio tempo per stare insieme collettivamente. Per cui può ospitare tante cose, essere luogo di eventi, conferenze, dove anche  artigiani e professionisti parlano di quel  che fanno, oppure dove si creano gruppi di genitori, il luogo dove ospitare magari dei dibattiti per esempio sulla pace o sulla pandemia. E questo può accadere in una valle come in un quartiere marginale di una grande città. La scuola, dunque va vista come spazio sociale. Poi c'è il tempo della scuola con le sue materie, l'ora di matematica e di scienze o le discipline che insieme e trasversalmente si interfacciano sui grandi temi. Questo costruisce la comunità educante".

Quale deve essere il giusto approccio di una comunità educante? "I ragazzi non sono destinatari o beneficiari,  le attività devono vederli protagonisti della loro vita, non deve essere elargita una autonomia, ma devono essere messi in grado di esprimersi con  autonomia, di  partecipare alla gestione degli spazi, di essere  protagonisti di progetti di cittadinanza. E questo è fondamentale per creare una comunità educante".

La comunità educante deve quindi diventare  un orizzonte, un processo da mantenere nel tempo.
Una bella sfida in tempi come questi.

 


Autore: Corona Perer

www.giornalesentire.it - riproduzione riservata*

Commenti (0)