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Le donne di Deir El Barsha

Egitto - il villaggio delle donne che hanno detto no alla infibulazione

(Reportage da Deir El Barsha/Egitto - Corona Perer) - Scelgo come copertina queste due donne sedute di fronte a casa: dentro c’è la pecora che mangia. Anche lei guarda l’obiettivo occidentale che documenta un angolo di mondo povero e felice, dove il forestiero non è un pollo da spennare ma il vero ”altro”: da incontrare e amare.

Scene di vita quotidiana nel villaggio cristiano di Deir El-Barsha, posto nel cuore d’Egitto, a 300 km dal Cairo,  in riva al Nilo.

Qui la donna ama, è povera, ma felice, perchè libera. La sua ricchezza si chiama libertà. Libertà di vivere,  amare, gioire della vita. Nessuna crociata occidentale le ha portato la civiltà. Se l’è costruita con le sue mani, grazie ad una piccola-grande rivoluzione che partì con la prima donna che disse no. Deir El Barsha, è il villaggio che è stato portato dall’Onu come modello alla conferenza internazionale del Cairo contro la mutilazione genitale femminile.

Il suo nome era Mona Omar, nata e cresciuta a El Barsha. Rifiutò di essere infibulata, ma si maritò ugualmente nonostante la credenza che solo rimuovendo il clitoride era possibile crescere, sposarsi, riprodursi, avere onore, morire nella pace e nel rispetto. Mona procreò, e quel giorno furono in molte a chiedere all'ostetrica se era stato tutto normale.

In Egitto, le donne circoncise sono tra l'84 e il 97 per cento, a Deir El Barsha la percentuale è vicina allo zero. E’ insomma un  «villaggio detribalizzato». Raggiungerlo non è facile, arrivarci una benedizione. Come fare un salto nella macchina del tempo, più o meno nel Medioevo, tra casupole povere abitate da gente felice. Il villaggio si trova nell'Egitto centrale, una sorta di enclave cristiana inclusa in aree a maggioranza islamica dove le donne circoncise sono il 99,6%.

Dal Cairo occorrono dalle 4 alle 6 ore di treno: non ce ne abbiamo messo 8. Il treno era troppo pieno ma si fermava ugualmente nella speranza di scaricare qualcuno: ed invece imbarcava altra gente. Una ressa mai più sperimentata in vita mia, nel calore e nell'odore.

Giunti a El Minia si traghetta il Nilo a Mallawi, una piccola cittadina che riproduce il caos del Cairo in pochi chilometri quadrati e dove nella fila di auto (vecchie Fiat di cui avevamo perso il ricordo) trovi incolonnato tanto il mulo con il suo carico di erbe come il residuato coloniale di una carrozza.

Attraversare il Nilo di notte sulla chiatta che porta a El Barsha (e parte solo quando è piena) è stato per me un caso e insieme una benedizione: l’alba su questo spicchio di mondo è un’emozione difficile da raccontare. Quando si arriva sull'altra riva del Nilo, pochi chilometri tra rigogliosi palmeti e coltivazioni di pomodoro separano il grande fiume dal villaggio delle donne libere e felici.

foto: Corona Perer
 

Queste acque sono solitamente percorse  dai vacanzieri sulle navi crociera dirette ad Assuan e ai templi di Abu Simbel: le lucine e i balli a bordo fanno loro dimenticare che solo mettendo un piede a riva c’è il vero Egitto e la grande storia quello di un popolo tanto antico quanto fiero.

All’orizzonte di El Barsha ci sono le montagne dove sono state rinvenute le tombe faraoniche delle prime dinastie. Un tempo il Nilo arrivava fin sotto le pendici di queste rocce:  oggi c’è la sabbia del deserto divenuta regina dopo che il grande fiume ha ritirato le sue acque verso la vicina Mallawi. Le prime abitazioni stupiscono per la forma, a noi nota. Sono come i  trulli di Alberobello! Oggi sono per lo più abbandonate o utilizzate come tombe.

Le case nuove, quadrate e brutte, hanno sul tetto lo sterco di animale ottimo combustibile spesso lasciato a pochi metri dal grano per la farina. In tutto il villaggio le condizioni sanitarie sono precarie, ma la scuola c’è ed è grande perchè qui di bambini ce ne sono tanti: 1100 gli allievi iscritti.

Sono tutti cristiani, a Deir El Barsha. Padre Marcoss, il prete ortodosso che accoglie i due italiani invita dal pulpito tutta la comunità a stringer loro la mano. Una processione imbarazzante che ti spinge ad una inevitabile domanda: “hai mai accolto tu lo straniero in questo modo?”

Fanno a gara per offrirti il te e mostrarti come fanno il formaggio o  la casa dove, accanto al locale unico dove si vive e si mangia, c’è il ricovero per gli animali.  Le donne sono molto belle a El-Barsha. Sul traghetto salgono le studentesse che devono alzarsi all’alba per raggiungere le scuole superiori di Mallawi, incontri solo sorrisi e tanta curiosità.

Ci spiegano che le ragazze di El-Barsha sono speciali: o forse solo fortunate. Non hanno subito la mutilazione grazie alla battaglia di Mona Omar alla quale era stato detto che non avrebbe potuto procreare con quella “cosa”: andava tolta. Lei, però aveva capito: la donna mutilata avendo meno stimoli garantiva l'onore del padre (prima), del marito poi. Cioè dei suoi padroni.

Per questo a  Deir El Barsha, le ragazzine tra i 10 e i 13 anni erano condotte dall'ostetrica o dal barbiere, operate e suturate in fretta, e poi festeggiate come se su di loro fosse discesa una qualche grazia. Mona Omar disse no. La sua battaglia coinvolse 12 donne (12 “apostole” potremmo dire) che batterono casa su casa per spiegare che si poteva procreare anche col clitoride.  Il loro obiettivo non era certo una libertà sessuale ma combattere sofferenze inutili.

Sopportarono la derisione e le porte sbattute in faccia da altre donne, il disprezzo maschile  e il disonore portato alla propria casa e ottennero i primi risultati solo alla fìne degli Anni Sessanta: qualcuno cominciava ad ascoltare. Nel 1991 il primo atto ufficiale: i responsabili di Deir El Barsha firmarono un documento che solennemente proclamavano di aver preso coscienza dei dolorosi e pericolosi effetti della circoncisione femminile. “Ci impegniamo a non praticarla e a prevenirne la diffusione. Da oggi in avanti, chiunque la pratichi ne risponderà davanti a Dio, al villaggio e alla legge”. Il tutto è venuto dal di dentro: non è stata la tv a fare spot, nè qualcuno ha portato la civiltà. Fu una conquista tutta femminile, una questione di coscienza, di istinto per la libertà.

Il risultato sta in questo villaggio felice dove i ragazzini giocano a pallone facendo a finta di essere Totti e Inzaghi e dicono di amare l’Italia. Al mattino vieni svegliato dal loro vociare: un fiume di teste che si incammina verso la scuola: sono tanti, sono felici. Gli altri restano a casa a giocare tra galline, oche, muli, agnellini e capretti in una stupenda interazione uomo-animale che propone un equilibrio ormai perduto: l’uomo, la terra, l’animale.

E le donne di Deir El Barsha hanno dismostrato che è nelle loro mani il destino e che sconfiggere ignoramza e superstizione non è impossibile  

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L’INFIBULAZIONE
Non è una pratica religiosa ma è ereditata da antiche culture tribali. Nel mondo 130 milioni di donne hanno subito una qualche forma di mutilazione sessuale. La mutilazione (o infibulazione) consiste nel rimuovere il clitoride. Consguenze: la donna è privata del piacere sessuale e dell'orgasmo. Le mutilazioni si praticano tuttora in 28 paesi africani e in 4 paesi asiatici (Yemen, Oman, Indonesia, Malesia). Studi Onu affermano che ogni giorno 6.000 ragazze subiscono mutilazioni genitali.

IN ITALIA - Il Senato ha approvato una legge per vietare l'infibulazione: ci sono 40.000 donne che hanno subito mutilazioni genitali (secondo le stime di alcune organizzazioni, tra le 4 e le 5 mila bambine rischiano l'infibulazione in Italia)

IN EUROPA - Bruxelles ha approvato il "rapporto Valenciano": alle donne infibulate si può concedere asilo politico


Autore: Corona Perer

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