Scienza, Ambiente & Salute

Hikikomori, colpa delle madri?

di Elena Tapparelli

Qualche tempo fa ho partecipato ad un convegno che trattava i disturbi psicopatologici negli adolescenti. Un relatore ha parlato del ritiro sociale, fenomeno originario dal Giappone, Hikikomori, in ampia diffusione in Occidente e anche in Italia.

Secondo lo studioso, per affrontare un disturbo così complesso – come anche gli altri nell’ambito della psicopatologia – e risalire alle cause e le motivazioni che inducono i ragazzi ad isolarsi e letteralmente ‘chiudersi in casa’ è fondamentale analizzare i profondi cambiamenti avvenuti nella società negli ultimi 50 anni. La sua analisi, lucida e a tratti cinica, racconta di "madri virtuali" di un mondo pervaso da social network, dal bisogno di apparire, di essere ripresi, avere successo e popolarità a tutti i costi.

Sarà stata una difesa, come madre di due figli piccoli che hanno frequentato l’asilo nido e trascorrono molto tempo con i nonni e senza di me, ma quella definizione mi ha colpito profondamente. La risonanza immediata è stata con il termine "madri frigorifero" risalente al ‘medioevo’ dello studio sull’autismo  quando, negli anni ’60 del Novecento, lo psicanalista Bettelheim lo rese famoso, attribuendo alla deficitaria relazione madre-bambino, all’anaffettività di donne fredde nel rapporto con i figli, l’origine del disturbo.

La ricerca ha fatto enormi passi avanti da allora, è condivisa oggi l’origine neurologica dell’autismo, nella cui specificità ed estrema complessità, le difficoltà di regolazione e relazione, presenti fin dalla nascita, non sono certo causate da atteggiamenti distanzianti delle madri.

La pericolosità di questo tipo di verbalizzazioni, seppur si vogliano scevre da giudizi morali, inducono associazioni che, non aiuteranno a chiarire i fenomeni e, per l’ennesima volta, avranno la conseguenza di rallentare il lentissimo percorso verso le pari opportunità: se chiedessimo alle mamme di essere reali – quindi suppostamente sempre presenti con i bambini  – non chiederemo alle donne di rinunciare ancora a possibilità di carriera e quindi alla presenza nei famigerati primi posti della politica, delle aziende, delle istituzioni?

Siamo di fronte a cambiamenti macroscopici nella società, chiavi di lettura tristemente nostalgiche, in cui il ruolo della madre rischia di essere assunto ad emblema di realtà molto complesse, non aiuterà la comprensione dei bisogni dei figli e delle famiglie. Purtroppo la potenza ideologica e deviante di certe terminologie è dura a morire, non più tardi dell’anno scorso, infatti, nell’ambito di un convegno in Italia, un medico ha scongelato la madre frigorifero.

L’analisi dell’autore dell’intervento sul ritiro sociale, seguito da un pubblico di professionisti per il 90% femminile e tenuto da un gruppo di relatori per la maggior parte maschile, era certamente più accurata e profonda, rimandava al bisogno di controllo, alla sostituzione della relazione con la vicinanza virtuale del cellulare, e alla progressiva scomparsa delle comunità educanti: tutte queste riflessioni sono fondamentali, ma una realtà rimane, la nostra società non smette ancora di essere giudicante nei confronti delle donne – che oltre a cresce i figli, lavorare, badare alla casa e apparire – devono giustificarsi e legittimarsi a ogni piè sospinto, anche negli ambienti più scolarizzati.

Il mio augurio a tutte le mamme delle famiglie cosiddette ‘tradizionali’, quelle monoparentali, quelle omogenitoriali, quelle allargate, è di crescere figli che abbiano il rispetto delle opportunità che tutte le donne e tutti gli uomini dovrebbero poter avere in uguale proporzione anche a partire dalle responsabilità nell’educazione e nella crescita dei bambini.
 

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