Hikikomori, il fenomeno del ritiro sociale negli adolescenti
Quando il cielo diventa una stanza
Scienza, Ambiente & Salute

Hikikomori, il fenomeno del ritiro sociale negli adolescenti

Quando la stanza di casa diventa l'unico mondo ed è difficile uscirne

foto di copertina: Depositphotos - Hikikomori ovvero «stare in disparte» ... «isolarsi». Quando la stanza di casa diventa l'unico mondo ed è difficile uscirne c'è da preoccuparsi. Il termine giapponese indica una grave forma di ritiro sociale volontario che sta prendendo piede fra i giovani. Chi ne soffre si rinchiude nella propria abitazione o stanza per periodi prolungati (spesso mesi o anni), evitando la scuola, il lavoro e i contatti diretti.

Il termine fu coniato negli anni '90 dallo psichiatra giapponese Tamaki Saitō per descrivere questa forma di isolamento estremo. Non è una malattia mentale in sé, ma una risposta adattiva al forte senso di inadeguatezza, all'ansia sociale e alle pressioni di realizzazione personale. Al fondo possono esserci anche problemi di identità sessuale.

Spesso nasce da difficoltà di inserimento scolastico, traumi da bullismo o aspettative familiari soffocanti. Colpisce prevalentemente adolescenti e giovani adulti (tra i 15 e i 25 anni), con una maggiore incidenza nel genere maschile, sebbene il fenomeno sia in crescita anche in Italia.

Tra le cause gli esperti puntano il dito anche sull’uso prolungato della tecnologia. Secondo dati riportati dall’Associazione Hikikomori Italia, tra televisione, smartphone, videogame, chat e internet i giovani trascorrono in media 9 ore al giorno davanti a uno schermo. Da quando è scoppiata la pandemia, il tempo trascorso da bambini e adolescenti davanti ai device è aumentato del 67%. L'87% dei genitori ha riscontrato effetti negativi sui ragazzi e il 52% ha segnalato la perdita del contatto fisico.

Purtroppo ci sono sviluppi tragici come quelli narrati da un padre che ha deciso di resistere al dolore raccontandolo in un libro. “Mio figlio. L’amore che non ho fatto in tempo a dirgli” di Marco Termenana.

''Mio figlio Giuseppe, il primo di tre, a poco più di 21 anni, nel 2014, a Milano, si è tolto la vita perché si sentiva più donna, cioè Noemi, che uomo, ma non riusciva ad affermarsi come tale. I suoi turbamenti erano poi notevolmente aumentati dal suo carattere chiuso ed introverso, che l’aveva portato ad uno stato di profondo hikikomori. Per non impazzire, ho scritto un libro partendo dalla lettera che Giuseppe ha lasciato a mia moglie e a me, si sofferma sui momenti principali della sua breve vita e sul primo anno senza di lui. È soprattutto una cronaca ed un tentativo di analisi nel cercare di capire dove abbiamo sbagliato, se effettivamente abbiamo sbagliato, noi genitori con un figlio così difficile. Ripeto che ho scritto solo per ritrovare Giuseppe e non impazzire''.

Un libro che potrà essere di aiuto a molti genitori alle prese con una montagna da scalare: il silenzio del proprio figlio.

 

(c.perer)

 

Il commento - E' uno degli effetti collaterali della pandemia

HIKIKOMORI UNO DEI CATTIVI FRUTTI DELLA PANDEMIA

di Ilaria Postal*

(2022) - La psicologa Chiara Iliano dell'associazione Hikikomori Italia, riferisce che attualmente ci sono tra i 120 e i 150 mila casi nel nostro Paese, e i numeri stanno crescendo. Sono per lo più giovani, con qualche over 40. Negli Stati Uniti, il 20% di tutti gli studenti (prima della pandemia la percentuale era comunque elevata, pari al 3,3%), mentre nel nostro paese con la pandemia sono più che raddoppiati, passando da circa 5 mila a oltre 15 mila nell'arco di tre anni, dal 2019 al 2021. Tra le diverse motivazioni per cui un ragazzo studia a casa e non in classe c'è ovviamente anche il ritiro sociale che stimola tanti genitori a dover attivare questo tipo di percorso, spesso l'unico sostenuto o accettato dal figlio.

Il termine che viene utilizzato con sempre maggior frequenza per definire il fenomeno, è “hikikomori” che in giapponese significa ‘stare in disparte’. È un fenomeno che risente nell’esordio e nella strutturazione chiaramente anche del terreno culturale in cui nasce e cresce. In Italia il fenomeno è in costante aumento.

In generale la crescita dell'homeschooling e delle scuole private è un fenomeno strettamente collegato all'incapacità della scuola pubblica di essere inclusiva anche nei confronti dei ragazzi caratterialmente più deboli e con maggiori difficoltà di integrazione sociale. Ultimamente si associa anche all’introduzione di norme e regole che mettono in difficoltà le possibilità di trasporto e il sentirsi accolti e non discriminati o etichettati in una fase evolutiva dove la sensibilità ricettiva a questo argomento è piuttosto elevata.

Come Crepaldi fa notare ''...l'aspetto educativo della scuola va oltre la mera trasmissione delle materie oggetto di studio: dovrebbe avere come obiettivo ultimo quello di aiutare l'individuo a crescere come persona, sviluppando in lui quelle competenze sociali necessarie per vivere in una società iper-competitiva come quella odierna. Alcune di queste competenze sono acquisibili esclusivamente sul campo e nel rapporto diretto con i coetanei''.

Ed ancora "...purtroppo la scuola pubblica al momento ha moltissime lacune e continua a perdere studenti di anno in anno, con o senza Covid. Proprio come per la DAD (Didattica a Distanza) anche l'educazione parentale può favorire, accelerare o cronicizzare il processo di distaccamento dalla società di coloro che hanno palesi o latenti predisposizioni all'isolamento sociale.”

Per gli “Hikikomori” le ripercussioni risultano differenti a seconda dei tre momenti successivi di ritiro sociale in cui si trovano: chi stava lottando verso questo desiderio, ha incontrato maggiori probabilità verso un forte aggravio o, quantomeno, una battuta di arresto; chi stava procedendo nel ritiro sociale, ma senza aver compreso consciamente cosa sta accadendo in lui/lei, ha facilmente subito  un'accelerazione del processo di isolamento; chi era ben consapevole del suo ritiro da tempo, ha sperimentato un calo delle pressioni di realizzazione personale sulle proprie spalle, che, sebbene sia auspicabile,  talvolta finisce con il diventare un sottovalutare il problema da parte dei genitori.
L’obiettivo di qualsiasi intervento deve essere volto al ben-essere, non all’uscita di casa, cosa che, semmai, avviene di conseguenza.

L'aumento di questo fenomeno di disagio psicologico, rilevato da numerose ricerche pone un problema urgente: siccome è imprescindibile tenere sempre a mente l’aspetto educativo, non possiamo non considerare questo sviluppo a prescindere del benessere psico-fisico del ragazzo.

La perdita di motivazione verso la formazione e di interesse per la propria vita e/o la vita sociale vanno di pari passo con l’impegno e la possibilità ricettiva verso l’educazione. Le abilità cognitive spesso non possono esprimersi pienamente se la mancanza di serenità, il livello di ansia o di stati depressivi inficia e impegna le stesse risorse cognitive. Si può tradurre in termini di distraibilità, poca concentrazione, agitazione motoria, insicurezza, demotivazione e molto altro.

Sostanzialmente gli esperti concordano nel ritenere ragionevole che la solitudine esperita nei periodi di Lockdown e, più in generale, nelle varie situazioni di restrizione che limitano e impoveriscono le relazioni sociali, hanno evidenti impatti negativi sulla psiche degli adolescenti in generale.

Secondo Matteo Lancini, psicologo e psicoterapeuta, presidente della fondazione "Minotauro" di Milano, l’utilizzo della tecnologia in maniera smodata è quasi sempre una conseguenza e non la causa del ritiro sociale: l’ambiente virtuale viene percepito come più sicuro in quanto filtra le relazioni, impedisce di esporsi direttamente (anche fisicamente), garantisce delle forme di anonimato e permette di scegliere uno o più ambiti dove esprimersi e di evitare quelli non graditi.

Un altro rischio che è aumentato sensibilmente tra i giovanissimi nel periodo della Pandemia, riguarda i disturbi alimentari. Una ricerca dell'Università Cattolica su 482 studenti di età tra i 14 e i 19 anni (delle scuole superiori dell'Emilia-Romagna) ha rivelato che circa il 16% degli adolescenti vive oggi il cibo come un "problema", con relativo rischio di incorrere in disturbi alimentari come anoressia, bulimia o binge eating.

In realtà si comincia a parlare di  "epidemia dentro l'epidemia":  negli ultimi 19 mesi – in concomitanza con la pandemia - sono stati rilevati numeri in crescita esponenziale; la Società Italiana per lo Studio dei Disturbi del Comportamento Alimentare dichiara un incremento del 30% di nuovi casi e una crescita pari al 50% di richieste di prima visita per DCA (Disturbi del Comportamento Alimentare); inoltre riportano che l'età media dei giovani pazienti è scesa a 12 anni, periodo estremamente delicato nello sviluppo e nella vita di ogni individuo.

Il diciottesimo congresso internazionale della SOI, Società Oftalmologica Italiana (svoltosi il 7/7/2021 a  Roma) ha fatto emergere anche un'altra novità: il forte incremento della miopia nei giovani nel periodo dell’inserimento della DAD in periodo pandemico, quando i ragazzi hanno visto tradurre le loro lezioni in didattica a distanza. Il primo impatto, per molti, è stato di un lieto accoglimento. Nel tempo le lezioni a distanza hanno rivelato diverse criticità. Troppe ora davanti ad uno schermo erano poco tollerate, i ragazzi si trovavano a dover condividere spazi privati e, spesso, mezzi di connessione condivisi con fratelli e genitori (se non assenti).

Anche qui, la ritualità del risveglio e del percorso per andare a scuola e la distinzione tra spazio di casa e spazio della scuola, veniva meno. Gli stessi professori hanno condiviso spazi domestici e spesso le difficoltà che la gestione familiare portava. Le relazioni con i compagni si sono ridotte a interazioni virtuali, con scambio di messaggi in chat private o di gruppo.

Questo ha pesato nel lungo tempo sui ragazzi, sulle famiglie e sui professori, sia in termini di rendimento scolastico, di sviluppo e cura delle abilità sociali, del benessere psico-fisico e della motivazione.

* psicologa

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