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La scuola tra sogno e realtà

Vita di un preside in era Post-Covid19 - intervista a Federico Samaden

di CORONA PERER - E' incredibile ritrovarsi a pensare che proprio nel momento in cui la scuola è stata forzatamente fermata a causa di Covid19 si sia aperta una grandissima opportunità: resettarla. Per rifarla migliore, più giusta, più efficace, più educante. Una scuola aperta, egualitaria e rigorosa sul piano dei valori dentro comunità educanti che a loro volta devono essere aperte ed evolute. In sostanza una scuola  nuova.
Il  Forum Disuguaglianze e Diversità (che fa capo ad un think-thank alla cui testa c'è  Fabrizio Barca, statistico ed economista, già Capo Dipartimento al Ministero Economia e Finanze, e vede al lavoro esperti del calibro di Marco Rossi Doria e Giovanni Moro), ha elaborato una serie di  indirizzi e proposte partendo dal presupposto che il Covid19 pone tutto il mondo dell’educare di fronte a un bivio. “O si va verso una crescita delle disuguaglianze, della povertà educativa, del fallimento formativo, oppure vi è una vera inversione di tendenza e un nuovo modo di educare”.
Con la riapertura bisogna evitare che quello che è stato impropriamente chiamato distanziamento sociale (anzichè fisico) lo diventi davvero. E si trasformi in nuovi muri e barriere. Non solo bisogna riaprire progressivamente scuole e spazi di socialità ma destinare forti investimenti alla scuola e agire nel vero interesse dell' infanzia e dell'adolescenza con un  sostegno all’approccio partecipativo, cooperativo e  solidale.

Il Forum parla di alleanza tra autonomie scolastiche-comuni-terzo settore, di un forte potenziamento del ‘Fondo per la lotta alla povertà educativa minorile'  e di  personale adeguato alla situazione ''straordinaria '' che le scuole dovranno affrontare.
Ne abbiamo parlato con Federico Samaden dirigente scolastico: durante il periodo di chiusura dell'istituto alberghiero da lui diretto si è diviso tra le videoconferenze a supporto della didattica a distanza dei suoi docenti e studenti, e la progettazione vera e propria di una serie di proposte educative, in veste di esperto incaricato dalla Provincia Autonoma di Trento  di predisporre un articolato piano di azioni di contrasto alla dispersione e alle dipendenze di ogni tipo.

Samaden, come  Covid19 cambierà il modo di stare in classe?
Se l'assembramento è il problema, dovremo far diluire le classi e quindi sarà necessario ridistribuire il tempo-scuola fuori della scuola.

Un periodo  di crisi può essere anche un momento fecondo. Cosa ha insegnato il periodo di isolamento da Covid19 al mondo della scuola?
Ha scombussolato le carte in tavola e quindi si assiste a due dinamiche: chi vorrebbe riordinarle e chi cambierebbe volentieri tavolo. Penso che cambiare tavolo sia l'occasione che questo tempo ci offre.

Nel documento del Forum si parla di  contrastare le nuove povertà e ineguaglianze sociali con l'aiuto a monte della famiglia. Non possiamo prevenire povertà educative e garantire diritto allo studio senza reddito di emergenza. Cosa ne pensa?
Penso che bisogna continuare e fare di tutto perchè i governanti lo facciano e sviluppino riflessioni importanti su come risolvere le disuguaglianze, ma intanto si possono rinforzare i modelli di welfare locali, ad esempio intervenendo su una scuola utile e collegata al suo territorio.

Nella scuola dematerializzata da lock-down sono emersi i gap tecnologici. Serve cittadinanza digitale e questo chiederà cospicui investimenti... Crede che chi governa sia pronto a portare avanti questa sfida?
Deve farlo! Questo è un problema della politica, serve un investimento per ogni ragazzo trentino: traffico dati e pc. E mi chiedo: ma è proprio difficile riunire le grandi compagnie telefoniche e far si che si mettano d'accordo per dare a tutti i ragazzi sotto i 25 anni  traffico dati utile alla didattica? Tutti siamo chiamati alla responsabilità sociale. Se fossi la Provincia, farei di tutto per chiedere questo alle compagnie telefoniche: aprirei un tavolo e una  trattativa, con la volontà di arrivare a risultati. L'emergenza può far sì che a problemi eccezionali si trovino soluzioni eccezionali ricorrendo anche a logiche di cartello.

Spesso le istituzioni si pongono nei confronti della scuola in un rapporto strettamente patrimoniale, limitato all'edilizia scolastica. Cosa dovrebbero fare per diventare territorio educante connesso con la scuola?
Dovrebbero cominciare a pensare alla scuola come a una loro irrinunciabile responsabilità. Penso sia problema di ogni sindaco porsi il problema di come cresce la sua comunità. Nella pubblica amministrazione non solo c'è lentezza burocratica ma anche la delega, ma questo non esime dal porsi la necessità di condividere una responsabilità educativa che invece è diffusa a più livelli.

Il Forum afferma che mai come ora “serve tutto il villaggio”. Lei ci sta lavorando, come si possono costruire nel territorio delle comunità educanti?
Si può partire dai temi legati alla Bellezza del proprio territorio, affascinare i ragazzi al tema, devono sentire la voglia di migliorarlo. Un atto che i giovani sanno fare e sanno cogliere se guidati a questo. Significa farli partecipare alla cura: ci si cura con la Bellezza e la bellezza va curata: perchè vivere nella Bellezza abbassa i livelli di stress, la bellezza va quindi protetta, e bisogna far sì che i ragazzi si attivino nella manutenzione della bellezza: scoprendola, narrandola e migliorandola.

La crisi è emergenza e, al contempo, occasione unica per poter finalmente “mettere mano” a un’azione generale di contrasto di “dispersione scolastica” e povertà educativa, afferma il Forum. Quali soluzioni immaginare per questo tipo di problema?
Ci sono già dei modelli, bisogna fare una scuola adatta a tutti, in questo momento l'approccio più utile è creare luoghi terzi, magari in realtà dismesse, quindi al di fuori della scuola dove gestire i ragazzi in attività diverse. Lavorando sulla competenza del ragazzo, si fa in modo che possa esprimere se stesso. Il ragazzo in difficoltà è spesso un ragazzo che si sente inascoltato. Bisogna ridargli strumenti e luoghi di espressione, cose vere...

Lei come se la immagina la scuola che verrà ?
Sono convinto che della scuola non basta parlare, occorre provare a costruirla ed è quello che voglio fare a Levico a settembre. La scatola c'è, va solo riempita: va rivisto tutto a partire dal modo di essere docenti. La tavola insomma ha tutti gli elementi per essere imbandita, il problema è che va imbandita in modo diverso.

Quale sarebbe il primo step?
Intervenire sul corpo docente al quale assegnare un compito più 'alto': educare non indottrinare. Faccio un esempio se ho 10 sezioni avrò 10 insegnanti di italiano, di matematica e via di seguito. Siccome il distanziamento impone classi più piccole, credo che ci siano nuove modalità per costruire il piano educativo. Per fornire nozioni la rete mi può dare molti e straordinari contributi, perchè i prodotti digitali già esistono, e sono anche realizzati in modo affascinante. Ecco che una volta creata una piattaforma di contenuti nelle varie materie, articolata per unità di apprendimento (moduli), il ragazzo potrà seguire lezioni in rete da casa. I docenti non sono gli unici depositari del sapere e la rete offre contenuti anche più aggiornati. Ai docenti resta un lavoro più importante e prezioso: seguire il ragazzo nei suoi momenti di vita scolastica che si alternano all'apprendimento dalla rete. Ovvero momenti di confronto, condivisione e verifica ben organizzati e cadenzati.

Quindi se ho capito bene non serve più la lezione frontale, che può offrire la rete. Serve un lavoro scolastico organizzato dal docente sui contenuti appresi in rete. Un docente-trainer?
Esatto, una figura che aiuti a rielaborare i contenuti. Nella scuola a cui ambisco devono esserci docenti capaci, veri motivatori, che sanno guidare il ragazzo in un cammino che è articolato in più tempi: dentro e fuori la scuola. Il ragazzo apprende: dalla piattaforma e poi dalla  riflessione scolastica attivata dal docente.

E come si può organizzare l'apprendimento professionale?
In momenti laboratoriali organizzati a turno, stando sempre attenti al piccolo gruppo e non alla classe numerosa. Ma con un elevato indice motivazionale: non ti faccio più un programma scolastico classico, ma riorganizzo i contenuti e invento per la scuola una sua funzione sociale. Apro ad esempio i laboratori che producono cibo per quelli che saranno senza cibo, e sono tanti. Sono convinto che la scuola debba assumere un ruolo sociale: nel caso dell'alberghiero facendo ''quel'' menu i ragazzi non solo imparano a far da mangiare, che è la loro parte professionale, ma sanno di essere dentro un progetto sociale. Cose che peraltro abbiamo anche già sperimentato con il “progetto oltre” per i senza tetto, a Natale.

E tutte le altre classiche materie  di un programma come verrebbero organizzate?
L'area della cittadinanza con laboratori sul territorio e presenze in turnazione nel privato sociale del terzo settore. Il ragazzo può essere impegnato facendo teatro, musica, attività creative. Ma io penso ad un coinvolgimento su tutte le cose della vita. Al ragazzo posso dire: è vero che stai imparando la cucina, ma siccome devi imparare l'autonomia, nel tuo programma impari a fare anche l'idraulico con l'idraulico, l'elettricista con l'elettricista, oppure in campagna. E per il tirocinio andranno in azienda, una volta superati i 15 anni con contratto di apprendistato.

Serve una scuola dell'esperienza, insomma...
Sì, al ragazzo dobbiamo dire: non ti tengo chiuso tre anni in una scuola. Costruisco attorno a te un percorso dove trovi in rete le informazioni che ti servono, nella scuola il momento di approfondimento, verifica e laboratorio, ma ti lascio scegliere e costruire un piano formativo col docente-trainer fino all'area sportiva. Un ragazzo deve fare attività, deve scegliere ciò che gli piace, magari con qualche associazione del territorio e in base alla propria passione.

Questa è una scuola quasi sartoriale: ma non sarà costoso dare questo tipo di servizio?
Questa scuola del fare in realtà costa meno di quella che c'è adesso. Non avrebbe tutto il corpo docente oggi impiegato nella realizzazione di un programma che deve fare perchè così è stato stabilito, ma non appassiona il ragazzo e spesso finisce per espellere chi non accetta gabbie fisse. I piani di studio sono spesso una scusante per i docenti per non innovare. E così a scuola si finisce per insegnare un sacco di cose inutili. Ciò che serve è insegnare molto meglio per apprendere meglio. Serve una scuola basata su un patto educativo.

Ma se la scuola si fa soprattutto esternamente alla scuola che competenze specifiche avrà l'insegnante oltre che essere un trainer?
Dovrà fare da  collante tra mondo esterno e i ragazzi, per poterli organizzare. Ma non sarà una scuola più leggera: lo studente tipo non farà più le classiche 30 ore settimanali,  ma un tempo pieno e... su 12 mesi, con un tempo organizzato tra piattaforma di apprendimento, confronto scolastico, laboratorio, attività sportive o ricreative ed artistiche. E quando sarà a scuola andrà a confrontarsi su ciascuna materia non in base alla classe di appartenenza ma al livello che ha raggiunto.

Ma chi può realizzare una scuola di questo tipo? Quella che già c'è?
No penso che vada costruita ex-novo. Penso alla  scuola privata dove viene stabilito un patto educativo con i genitori, un contratto di 3 anni con esame da privatista, piano di studi costruito insieme con la famiglia, su un ventaglio di offerte concordate, aggiornabili nel tempo. Una scuola di territorio: con docenti selezionati, educatori abili, che danno alla famiglia la garanzia di affidare un figlio ad un gruppo di persone che accompagnano la sua crescita. Qualcosa di questo approccio c'è anche nel pensiero Steineriano quando si ipotizza l'ampiezza dell'essere uomini e essere donne.

Ma cose di questo tipo non sarebbero attuabili nella scuola come oggi intesa?
Temo di no e tuttavia non smetto di sperarlo e sognarlo. L'autonomia scolastica teoricamente consentirebbe già oggi ad un  collegio docenti di votare autonomamente il programma con modalità e strumenti diversi, ma la scuola non è un monolite ed è composta da un corpo docente con differenti sensibilità: c'è chi trova rassicurante fare il programma che ha sempre fatto. Quindi penso che una rivoluzione di questo tipo richieda un corpo docente maturo e capace di mettere in discussione le gabbie ragionando per obiettivi.

Ma ci sono  esperienze di frontiera di questo tipo?
Come no, già oggi e a portata di mano. E il paradosso è che esistono proprio dentro la scuola che deve essere rifondata. Le migliori esperienze educative sono quelle che la scuola ti lascia fare con chi ...la scuola espelle. Sono le “scuole di seconda opportunità”, modelli bellissimi, dove il pensiero pedagogico diventa azione e risposte concrete, scuole reali basate su processi educativi veri e partecipati, con adulti molto coinvolti. La scuola ha quindi già prodotto innovazione ma il sistema scuola lo 'concede' solo ai meno fortunati. E invece si tratta di avanguardie che andrebbero ascoltate, perchè è in quelle fasi che alla scuola si affianca un soggetto del terzo settore o realtà istituzionali. Per certi versi la scuola del territorio esiste già.

Come si può migliorare allora la scuola attuale che fa i conti con il post-Covid19?
La scuola che a settembre cercherò di fare inserirà l'utilità sociale come paradigma. Provocherò i docenti proprio su questo. I ragazzi devono crescere e se insegni loro ad essere utili li metti in condizione di essere felici. La scuola deve “fare cose” e deve smettere di pensare alla teoria, i ragazzi devono essere messi nelle condizioni di produrre: all'alberghiero produrremo cibo secondo una filiera produttiva sociale. L'occasione che questo tempo drammatico ci offre è unica.

 


Autore: Corona Perer

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