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Siria, la guerra che non interessa più a nessuno

Amnesty: ''Migliaia di bambini in condizioni inumane''

6 dicembre 2021 - Nel 2021 la Siria è entrata nel suo 10° anno di guerra. Chi farà giustizia degli orrori del suo padre padrone Bashar al-Assad, del quale la stampa non parla più? E chi degli orrori dell'Isis che sembravano sconfitti grazie ai curdi? E chi degli 'altri' orrori, quelli causati dalle armi usate da coalizioni diverse che hanno impedito di capire  - giorno dopo giorno, anno dopo anno - chi combatteva cosa? Chi farà giustizia dell'irresponsabilità americana, di quella di Putin, delle ondivaghe posizioni di Erdogan, della controffensiva della Turchia dopo i raid siriani a Idlib?

La situazione odierna in Siria rimane drammatica. Nel nordovest del paese (Idlib, Aleppo Ovest e parte del governatorato di Hama) sui civili incombe la minaccia dalla possibile ripresa delle ostilità mentre l’insicurezza e la repressione dominano nelle zone meridionali di Daraa e Sweida e sono causa di arresti, sparizioni forzate e uccisioni illegali. Nel corso di questi ultimi mesi è morta anche di Covid-19. A gennaio l'aumento dei contagi era del +212%.

E c'è una tragedia nella tragedia: decine di migliaia di bambini di oltre 60 paesi, detenuti nel campo di al-Hoq, nel nord-est della Siria, gestito dall’Amministrazione autonoma curda, languono in condizioni inumane nell’indifferenza dei governi che non mostrano alcuna intenzione di rimpatriarli.

Lo ha denunciato Amnesty International, sottolineando che questi bambini non hanno accesso adeguato al cibo, all’acqua potabile e a servizi essenziali come le cure mediche e l’istruzione e vivono separati dai genitori o da chi ne ha la tutela.  

Da quando, nel 2019, è terminato il conflitto col gruppo armato Stato islamico, circa 60.000 persone - soprattutto donne e bambini - di nazionalità siriana, irachena e di altri stati sono state poste in stato di detenzione nel campo di al-Hoq. In questa struttura, sotto il controllo dell’asayish, la polizia dell’Amministrazione autonoma curda, si trovano sospettati di affiliazione allo Stato islamico ma anche migliaia di persone che per fuggire dal conflitto avevano trovato riparo nel campo.

La sezione principale del campo ospita siriani e iracheni, mentre in quella chiamata “L’aggiunta”, separata dal campo principale da un posto di blocco, si trovano donne e bambini provenienti da altri stati. Qui operano organizzazioni umanitarie che forniscono un minimo di cure mediche e altri servizi essenziali.

I bambini e le bambine vengono separati dai genitori o dai tutori: i dodicenni ritenuti a rischio di futura “radicalizzazione” vengono spostati in “centri di riabilitazione” al di fuori del campo dove la tubercolosi e la scabbia sono diffuse. Gli altri, anche a soli due anni di età, vengono portati fuori dal campo in strutture sanitarie senza che i genitori o i tutori ricevano informazione sulla loro salute o sulla loro sorte.

Per un breve periodo, la direzione del campo ha consentito alle organizzazioni umanitarie di assumere uomini e donne ma la decisione è stata annullata per ragioni non chiarite.

Un recente rapporto di Save the Children ha rivelato che solo il 40 per cento dei bambini e delle bambine di età compresa tra tre e 17 anni ricevono qualche forma di istruzione. Durante la pandemia da Covid-19 i corsi in presenza sono stati sospesi e non è stato possibile seguirli online a causa della mancanza di connessione Internet e di telefoni cellulari.

L’insicurezza è sempre più imperante. Nel 2021, sempre secondo Save the Children, nel campo sono state uccise 79 persone, tra cui tre bambini, e altri 14 bambini sono morti in circostanze non chiarite. Le insopportabili condizioni di vita hanno dato luogo a gravi problemi di salute mentale, aggravati dalla mancanza di servizi di sostegno sociopsicologico.

Molte delle persone di nazionalità siriana autorizzate dall’Amministrazione autonoma curda a lasciare il campo si sono trovate di fronte a ostacoli insuperabili: la paura di tornare in zone controllate dal governo siriano, i costi proibitivi del trasporto e, per quanto riguarda le donne, la riluttanza ad andar vie da sole mentre i loro mariti risultano ancora scomparsi o dispersi. In altri casi solo alcuni componenti di un gruppo familiare sono rilasciati, con la conseguenza che famiglie prima riunite nel campo vengono separate.

A causa degli insufficienti finanziamenti, le organizzazioni umanitarie che operano nel nord-est della Siria non sono in grado di fornire protezione ai bambini e alle bambine che escono dal campo, che diventano dunque facili prede del traffico di esseri umani, del reclutamento da parte dei gruppi armati e dei matrimoni forzati e precoci.

Per le persone di altra nazionalità - cittadini iracheni e di stati terzi - l’unica possibilità di lasciare il campo di al-Hoq consistere nel rimpatrio. L’Iraq ha avviato un programma, seppur lento, di rimpatri. Nella maggior parte dei casi, gli altri stati sono riluttanti a impegnarsi nel rimpatrio dei bambini e delle bambine.

6.12.2021

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La Guerra infinita
Ecco come è cominciata - di Corona Perer

(ottobre 2018) - La situazione è tragica da anni: i bambini che sono nati e cresciuti in guerra, si suicidano o bevono da una pozzanghera. Attorno un mondo che non sa come fare e se è vede è strabico: perchè da qualche parte le armi arrivano. Finissero le munizioni, non finirebbe forse la guerra? Il Papa continua a dirlo. Ma come è cominciata? Tentiamo di fare il punto.

Ricordate la cosiddetta Primavera araba? L'ubriacatura di libertà in Tunisia, e poi l'Egitto, l'insurrezione a Sanaa nello Yemen....? Ebbene la guerra in Siria, nasce come guerra civile siriana, proprio in quei giorni, nel marzo 2011, quando la popolazione si solleva manifestando contro il regime del presidente Bashar al-Assad, succeduto al padre ininterrottamente al governo dal 1971 al 2000. Il regime reprime con forza le manifestazioni, causando centinaia di morti, ma le proteste proseguono. Si parla di almeno 58.000 desaparesidos, di 18.000 persone incarcerate e torturate (Amnesty al riguardo ha pubblicato diversi dossier).

Ed è così che nasce la resistenza armata di quelli che poi sono diventati “i ribelli” a cui si sono uniti alcuni soldati siriani disertori. Insieme creano l’Esercito Siriano Libero (FSA, Free Sirian Army) che conquista numerose città. Ecco, la confusione inizia qui. Esercito del governo o contro il governo? Esercito contro, che poi però si confonde nelle nostre cronache con l'Isis, perchè ad inizio 2012 si affiancano all’FSA altri gruppi: il Fronte al-Nusra, braccio siriano di al-Qaida e dello Stato Islamico dell’Iraq (ISI). Al-Nusra è costituito da fondamentalisti sunniti che vedono nella guerra in Siria un’opportunità per rovesciare il regime di Bashar Al-Assad e per la nascita di uno Stato Islamico in Siria.

Inizialmente Fronte al-Nusra ed Esercito Siriano Libero collaborano con azioni di stampo terroristico, autobombe e attentati suicidi, causando moltissime vittime tra la popolazione civile. Il governo siriano ancora al potere tenta di di bloccare i ribelli e i loro sostenitori con azioni sempre più violente, provocando massacri tra la popolazione civile e cercando di attribuire la responsabilità ai ribelli. Queste azioni suscitano le reazioni a livello internazionale. Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna e Turchia (attenzione, qui la Turchia è contro Bashar) si schierano a supporto dei ribelli, mentre Russia, Cina, Iran e Venezuela si schierano a favore del regime di Al-Assad.

Nel corso del 2013 la guerra diventa totale con al-Nusra che conquista la città pacifica di Raqqa da cui controlla la Siria centrale e settentrionale. Ed è in questo momento che lo Stato Islamico dell’Iraq e del Levante (ISIS) entra di fatto in Siria nella confusione più totale. L'esercito ancora fedele ad Al-Assad si oppone al contro-esercito.

Nel 2014 l’ISIS si distacca dal Fronte di al-Nusra. Il fronte dei ribelli è spaccato. Nel frattempo l’ONU indice una conferenza di Pace a Ginevra per cercare di risolvere la crisi Siriana.
A giugno 2014 al-Assan viene rieletto mentre lo Stato Islamico dell’Iraq e del Levante conquista molte città dell’Iraq. Il 29 giugno l’ISIS proclama la nascita del Califfato, che comprende territori tra la Siria e l’Iraq. Il caos totale si raggiunge dal settembre 2014 quando una coalizione guidata dagli Stati Uniti inizia a bombardare i territori della Siria occupati dall’ISIS che nel frattempo concentra le sue azioni al confine con la Turchia, verso la città di Kobane, dove ci sono milizie curde alleate nel 2015 dell’Esercito Siriano Libero e della Coalizione guidata dagli USA. Ora lo scontro è Isis contro Siria e coalizione.

Negli ultimi mesi del 2015 lo Stato Islamico viene bombardato dagli aerei della coalizione guidata dagli Stati Uniti mentre le forze armate russe appoggiano Bashar e l’esercito governativo siriano nella battaglia per la conquista di Aleppo dove si concentrano gli scontri. La città - situata a nord-ovest del Paese - è capitale economica della Siria (Damasco è la capitale amministrativa), qui si fronteggiano forze ribelli e regime. A partire da luglio 2016 inizia un assedio e il regime blocca cibo e aiuti umanitari destinati alla popolazione.

La follia a cui abbiamo assistito, recentemente, ora non ha più logica - se mai la guerra ne possegga una - anche per colpa della Turchia che prima era parte della coalizione Usa e poi passa con i russi: la città è bombardata dagli aerei di Assad e dai suoi alleati, vengono colpiti ospedali e colonne di soccorsi. A dicembre 2016 Aleppo viene riconquistata da Assad che ha così ricacciato i suoi oppositori.

Parte lo sgombero, è storia dei nostri giorni: di un sovrano che ha ucciso e torturato la sua gente, che doveva essere abbattuto e che sotto Natale ha trovato persino l'impudenza di visitare con la moglie un orfanotrofio. Sulla sua strada ha incontrato (è storia recentissima) Russia e Turchia. Se la guerra mai finirà,un piedino russo resterà in Siria che potrebbe diventare un suo protettorato: colonialismo 2.0, si dirà. Le immagini alle quali impotenti abbiamo assistito alla tv con le barriere, i profughi, la rotta dei Balcani e le barriere di filo spinato, straziano il cuore.

Missili scud, barili bomba riempiti di dinamite, colonne di fumo, crolli, pozzanghere per bere l'acqua. Oggi Aleppo-est è rasa al suolo, la parte ovest in gran parte distrutta. Si tentano calcoli e si va a spanne: il 95% delle vittime è opera di Assad e dei suoi alleati, 12 paesi coinvolti nella guerra, 98 i gruppi di combattenti sul terreno. La confusione regna totale e i due strani alleati - Russia e Turchia - han reso tutto più difficile. Quando si dirà basta sarà sempre troppo tardi: la guerra ha già falciato oltre 300.000 vittime e migliaia di profughi che continuano a fuggire.

(Corona Perer - ottobre 2018)
Fonti utilizzate dall'autore: Il Ponte, Amnesty

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