Attualità, Persone & Idee

Appello di 11 giornalisti contro la guerra

''Non c'è più informazione, solo propaganda''

Undici storici corrispondenti di grandi media lanciano l’allarme sui rischi della narrazione schierata e iper-semplicistica del conflitto: Massimo Alberizzi, Remigio Benni, Toni Capuozzo, Renzo Cianfanelli, Cristiano Laruffa, Alberto Negri, Giovanni Porzio, Amedeo Ricucci, Claudia Svampa, Vanna Vannuccini e Angela Virdò. ''Osservando le televisioni e leggendo i giornali che parlano della guerra in Ucraina ci siamo resi conto che qualcosa non funziona, che qualcosa si sta muovendo piuttosto male”.

 “Noi la guerra l’abbiamo vista davvero e dal di dentro: siamo stati sotto le bombe, alcuni dei nostri colleghi e amici sono caduti'' affermano segnalando che oggi viene accreditato soltanto un pensiero dominante. ''Chi non la pensa in quel modo viene bollato come amico di Putin” affermano, scagliandosi contro i commentatori seduti sul sofà, che ''sentenziano su tutto lo scibile umano e non aiutano a capire nulla, ma confondono solo le acque''.

Gli 11 giornalisti affermano a chiare lettere ciò che ormai è più che evidente: la narrazione del conflitto è basata su informazioni a senso unico fornite da fonti considerate autorevoli a prescindere. Quindi su veline. Il panorama dei media è quello che vediamo ogni giorno: più interessati a fare spettacolo che a informare.

 “Questa non è più informazione, è propaganda. I fatti sono sommersi da un coro di opinioni” afferma Massimo Alberizzi ex inviato del Corriere. “ Sono preoccupato da giornalista, perché questa guerra sta distruggendo il giornalismo. I fatti sono sommersi da un coro di opinioni e nemmeno chi si informa leggendo più quotidiani al giorno riesce a capirci qualcosa è fare spettacolo interessa di più che informare”.

''Sembra che sollevare dubbi significhi abbandonare gli ucraini al massacro, essere traditori, vigliacchi o disertori. Trattare così il tema vuol dire non conoscere cos’è la guerra” dichiara Toni Capuozzo (ex TG5).

“Noi la guerra l’abbiamo vista davvero e dal di dentro: siamo stati sotto le bombe, alcuni dei nostri colleghi e amici sono caduti”, affermano lanciando l’allarme sui rischi di una narrazione schierata e iper-semplicistica del conflitto nel giornalismo italiano (qui il testo integrale sul quotidiano online Africa ExPress).

“Proprio per questo – spiegano – non ci piace come oggi viene rappresentato il conflitto in Ucraina, il primo di vasta portata dell’era web avanzata. Siamo inondati di notizie, ma nella rappresentazione mediatica i belligeranti vengono divisi acriticamente in buoni e cattivi. Anzi buonissimi e cattivissimi”, notano i firmatari.

“Viene accreditato soltanto un pensiero dominante e chi non la pensa in quel modo viene bollato come amico di Putin e quindi, in qualche modo, di essere corresponsabile dei massacri in Ucraina. Ma non è così. Dobbiamo renderci conto che la guerra muove interessi inconfessabili che si evita di rivelare al grande pubblico. La propaganda ha una sola vittima: il giornalismo”.
“L’opinione pubblica spinta verso la corsa al riarmo”

I giornalisti affermano che non si può liquidare frettolosamente le motivazioni con una supposta pazzia di Putin. Manca nella maggior parte dei media (soprattutto nei più grandi e diffusi) un’analisi profonda su quello che sta succedendo e, soprattutto, sul perché è successo.E che cosa vediamo invece in tv e ui giornali? Storie struggenti di dolore e morte che colpiscono in profondità l’opinione pubblica e la preparano a una pericolosissima corsa al riarmo. Per quel che riguarda l’Italia, a un aumento delle spese militari fino a raggiungere il due per cento del Pil. Un investimento di tale portata in costi militari comporterà inevitabilmente una contrazione delle spese destinate al welfare della popolazione. L’emergenza guerra – concludono – sembra ci abbia fatto accantonare i principi della tolleranza che dovrebbero informare le società liberaldemocratiche come le nostre”.

 

8.1.2023

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Manifesto in 15 punti per costruire la pace in Europa

A settembre fu presentato a Roma dal Comitato “Fermare la guerra” il manifesto "Fermare la guerra - Salvare l'Italia" articolato in15 punti. La premessa fondamentale del manifesto  è che siamo in una situazione pericolosa insosteninile e perdente. ''E tanto per cominciare - afferma il Comitato -  bisogna smetterla con la “propaganda di guerra” e la criminalizzazione moralistica della Russia, che genera ritorsioni in una tragica spirale di costi umani. Lo stop all'invio di armi deve essere immediato!''

Il 27 novembre nella prima domenica di Avvento il Comitato Fermare la Guerra si è riunito e a questo link è possibile ascoltare la registrazione della giornata. >> Clicca l'immagine

(video)

 

''L’Italia è stata trascinata dal Governo Draghi in una posizione di Paese cobelligerante in una guerra che l’Ucraina non può vincere, che sta producendo danni gravissimi per la nostra economia e che rischia di portarci dentro una terza Guerra mondiale, senza che di tutto ciò siano stati resi pienamente consapevoli e partecipi gli Italiani" afferma il Comitato che ricorda l’art.11 della nostra Costituzione:

“L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali;...” 

Il diritto internazionale ha affidato all’ONU (e non alla NATO o agli USA) il compito di individuare quali siano le guerre conformi al diritto internazionale. Ma i paesi NATO si muovono secondo schemi internazionali diversi. Ecco che serve il risveglio. Serve alzarsi, Serve dire ''NO ALLA GUERRA''.

Tutti noi possiamo essere come il ''Rivoltoso Sconosciuto'' (in cinese 王維林S, Wángwéi línP) ovvero l'uomo del carro armato, un anonimo cinese divenuto famoso in quanto, il giorno seguente alla protesta di piazza Tienanmen a Pechino del 4 giugno 1989, si mise davanti a dei carri armati impedendone l'avanzata. Divenne estremamente noto in quanto filmati e fotografie del momento vennero diffusi dai mass media in tutto il mondo.

Esistono cinque versioni diverse di fotografie o video che ritraggono l'evento e che non sono state distrutte dai servizi segreti cinesi. Mettiamoci anche noi davanti al carro armato.

Ecco il documento integrale:


1. L’EUROPA E L’ITALIA NON POSSONO PERMETTERSI QUESTA GUERRA.
LE SANZIONI DISTRUGGONO NOI, NON LA RUSSIA

In base ai dati del Tesoro e di Bankitalia e del FMI, fino a ieri, la somma della perdita
italiana di Pil 2022 e 2023 dovuto alla Guerra oscillava tra 58 e 74 miliardi di €. Oggi, con il
probabile avverarsi dello scenario peggiore conseguente alla chiusura di forniture di gas da
parte della Russia, potrebbero aggiungersi altri 95 miliardi di € tra 2022 e 2023, portando il
PIL italiano a -2% nel 2023, cioè in recessione. Questa recessione, unita all’inflazione
crescente e all’assenza di politiche anticicliche dell’Unione Europea, può portare l’Italia in
default, o costringerla ad una stretta economica terribile – simile a quella imposta a suo
tempo in Grecia – con aumento vertiginoso della disoccupazione e della povertà diffusa.
Ogni tentativo di isolare la Russia sullo scenario internazionale è completamente fallito.
Addirittura l’Economist, nel suo penultimo numero, è arrivato a chiedersi se le sanzioni
verso la Russia stiano funzionando; e questa cruciale domanda il settimanale britannico
l’ha posta ben 6 mesi dopo l’inizio del conflitto!
La guerra in Ucraina ha messo a nudo la crisi irreversibile delle istituzioni di Bruxelles. Non
solo la Commissione e il Consiglio UE sono stati ferrei nell’imporre le “auto-sanzioni” con
effetti economici devastanti, ma hanno fatto ben poco per alleviare queste difficoltà,
ulteriormente aggravate dalla BCE con la decisione di aumentare i tassi d’interesse e di
bloccare gli acquisti dei titoli di Stato. L’Unione Europea è anche responsabile dello
spaventoso aumento del prezzo del gas nei paesi membri, che – mentre nei Paesi extra Ue
si è “solo” triplicato – da noi è 11 volte superiore di quanto era nel 2020, perché le regole
europee ci impongono di allinearci con il TTF (Title Transfer Facility, mercato di riferimento
olandese per lo scambio del gas naturale) e anche paesi alleati speculano su questa
situazione.

2. VERSO LA TERZA GUERRA MONDIALE CONTRO IL BLOCCO RUSSIA-CINA?
L’ITALIA E L’EUROPA SUBISCONO LE INIZIATIVE USA E NATO

Siamo parte di una Alleanza in cui non è stato chiarito nemmeno quali siano gli obbiettivi
della guerra: salvare gli ucraini o indebolire la Russia? Lo stesso Henry Kissinger ha
dichiarato: “Siamo sull’orlo di una guerra con Russia e Cina per ragioni che abbiamo in
parte contributo a creare, ma senza aver alcuna idea di come potrà andare a finire o a cosa
porterà”. L’Amministrazione Biden continua a comportarsi come se rappresentasse ancora l’unica
superpotenza planetaria autorizzata a indicare i “buoni” e i “cattivi” nel resto del mondo,
mentre oggi contro l’Occidente prendono le distanze l’80% delle nazioni nel Mondo e si sta
formando un blocco di forze poderoso che va dalla Russia alla Cina, con l’India e il resto dei
BRICS, fino a buona parte del mondo islamico.
In questa guerra gli interessi dell’Europa si muovono dal punto di vista economico (e quindi
anche politico) in senso opposto a quelli degli USA, con enormi danni per le nostre imprese
e la loro competitività e, in ultima analisi, con ricadute positive a favore di USA e Cina.
Inoltre, all’indomani del probabile disastro delle midterm elections dell’8 novembre,
l’amministrazione Biden potrebbe battere in ritirata: c’è il rischio del ripetersi della
“sindrome Afghanistan” con gli USA che mollano di colpo lasciandoci in eredità le
conseguenze economiche, sociali e politiche del conflitto.
Questa escalation non sembra trovare un limite: da un lato gli USA alimentano l’idea che
l’Ucraina possa uscire vincitrice dalla guerra se sarà adeguatamente rifornita di armi e
materiali, dall’altro lato la Russia non può porre termine al conflitto se non portando a casa
un tangibile risultato. La guerra si prolunga nel tempo, mentre si moltiplicano i rischi di
incidenti che possono portare – anche al di là delle reali intenzioni degli attori in campo –
ad un suo pericolosissimo allargamento fuori dal territorio ucraino.

3. CONDANNARE L’INVASIONE DELL’UCRAINA E LE CAUSE CHE L’HANNO DETERMINATA
La Russia è sicuramente da condannare per l’invasione di un paese sovrano, ma questa
aggressione non deriva da un’improvvisa follia imperialistica di Putin, bensì da precisi
motivi geo-politici (rendere più sicuro lo sbocco sul Mar Nero e contenere l’allargamento
della NATO ad Est) e identitari (le Repubbliche del Donbass contese dal 2014 in una
sanguinosa guerra civile) che devono essere affrontati e rimossi se si vuole aprire una
strada verso la pace.
In realtà l’allargamento della NATO all’Ucraina rappresenta per la Russia di Putin una seria
minaccia geopolitica e militare che Mosca ha segnalato da ben 25 anni, così come lo sono
state le numerose esercitazioni dell’Alleanza atlantica fatte ai suoi confini e le guerre
occidentali in Medio Oriente e in Nord Africa – non autorizzate dall’ONU – e ai danni di
Paesi che vantavano stretti legami con la Russia.
In più la situazione nel Donbass – dove peraltro sono addebitati a miliziani ucraini “crimini
di guerra” di non minore gravità di quelli attualmente contestati all’esercito russo –
rappresenta un nodo insopportabile per la Russia, che nessuno – né l’Ucraina di Zelensky,
né le potenze occidentali – si sono mai preoccupati di risolvere in qualche modo. Una
latitanza imperdonabile visto che Francia e Germania avevano sottoscritto con Kiev e
Mosca gli accordi di Minsk per la soluzione del problema Donbass.
Infine, non c’è alcuna evidenza che il Presidente russo voglia estendere la propria politica
di potenza oltre il contenzioso attualmente in atto con l’Ucraina, minacciando altri Stati
sovrani.

4. L’UCRAINA RISCHIA DI ESSERE RIDOTTA AD UNA NAZIONE-RELITTO,
SENZA SBOCCHI SUL MAR NERO

L’Ucraina e l’Occidente non possono vincere questa guerra, ma solo prolungarla all’infinito,
con un crescente sostegno militare e con enormi costi umani sul territorio conteso.
La mancanza di un tavolo di trattativa su cui negoziare con Putin dopo la caduta del
Donbass rischia di spingere Mosca a giocare la carta Odessa, chiudendo tutti gli sbocchi
marittimi e commerciali dell’Ucraina e consegnando all’Europa una nazione-relitto
destinata a vivere di sovvenzioni Ue (non Usa) per i prossimi decenni.
Proprio durante la crisi del 2014, Henry Kissinger aveva messo in guardia da un approccio
miope alla questione ucraina, sottolineando la necessità di preservare la pace nella
regione: «Se l’Ucraina vuole sopravvivere e prosperare non deve diventare l’avamposto di
una parte contro l’altra, ma fare da ponte tra le due».


5. NESSUNA PROPOSTA DI PACE CREDIBILE DA PARTE DELL’ITALIA E DELL’EUROPA
I diktat politici del Governo Draghi hanno precipitato l’Italia in una posizione oltranzista in
questa guerra, perfettamente in linea con le progettualità bellicose dell’Anglosfera, in
particolare dell’Amministrazione Biden. Abbiamo auspicato sanzioni sempre più severe,
abbiamo inviato armi in Ucraina in quantità secretate ma sicuramente superiori a qualsiasi
altro conflitto dopo la fine della Seconda Guerra mondiale, non abbiamo mai preso una
qualche realistica iniziativa per la pace, siamo stati in prima fila nel demonizzare la Russia
di Putin.
Anche a causa del nostro atteggiamento, l’Europa in sei mesi non è riuscita a stilare una
sola proposta di pace per timore di urtare la suscettibilità Usa: ci si è limitati a chiedere a
Putin di ritirarsi, addirittura riconsegnando la Crimea all’Ucraina e tornando ai confini di
prima del 2014. Proposte inaccettabili per Mosca e potenzialmente provocatorie senza
un’applicazione effettiva e duratura degli Accordi di Minsk.
Si perde così l’occasione storica di dare veramente un fondamento geopolitico all’unità
politica delle nazioni europee. Se l’Italia promuovesse una linea di solidarietà vera con la
Francia e la Germania per creare una posizione differenziata da quella americana,
contribuirebbe alla costruzione di un vero “nocciolo duro” europeo, capace di guidare una
rinascita europea al di là della tecnocrazia di Bruxelles.

6. UN CAMBIO DI ATTEGGIAMENTO PER L’ITALIA: LA NEUTRALITÀ ATTIVA
È UNA SCELTA REALISTICA E POSSIBILE

Ci sono motivi più che sufficienti per fare dell’Italia non un Paese cobelligerante, ma una
protagonista delle iniziative di pace. Per essere credibili in questo ruolo bisogna muoversi
verso una posizione di neutralità attiva, tutt’altro che indifferente ai destini del popolo
ucraino perché impegnata in prima persona a costruire un processo di pace.
Dobbiamo essere consapevoli che il mondo unipolare a guida americana è finito e che
l’Italia e l’Europa si devono preparare a vivere e a crescere in un mondo multipolare in cui
le sovranità nazionali tornano prepotentemente protagoniste, pur nel rispetto delle
sovranità altrui.
Proprio per questo si apre la reale possibilità per l’Italia di interpretare una decisiva
posizione tanto nazionale quanto europea: diventare la capofila intransigente di una
autentica proposta di cessate il fuoco e di pace, nonché di interprete politica del messaggio
della Chiesa cattolica.

6. NON CONFONDERE LA PROPAGANDA DI GUERRA CON LA REALTÀ
Innanzitutto, bisogna smetterla con la “propaganda di guerra” e la criminalizzazione
moralistica della Russia, che genera ritorsioni in una tragica spirale di costi umani.
Non si può continuare a ripetere meccanicamente che “Putin va combattuto perché si è
macchiato di crimini di guerra e contro l’Umanità”: ammesso che siano reali tutte le
atrocità e gli abusi contro i civili che oggi vengono addebitati all’esercito russo, resta
difficile dimostrare che tali fatti derivino da un ordine esplicito o implicito del Presidente
Russo. Definire Vladimir Putin un “criminale di guerra” significa non solo ignorare la
necessità di compiere indagini serie e indipendenti prima di infliggere una simile etichetta
ad un Capo di Stato, ma anche bruciare ogni possibilità di trattativa con questo leader e il
suo regime. Altra cosa è richiamare Putin alle sue responsabilità di Capo di uno Stato
belligerante, chiedendo di istituire commissioni d’indagine per accertare la verità e di
intensificare la vigilanza sui reparti militari sospettati di abusi ed eccessi.
È appena il caso di osservare che nessuna autorità politica internazionale si è mai sognata
di definire “criminali di guerra” i presidenti americani per quello che è successo in Iraq, nei
Balcani o in Libia.
Inoltre, sia alla Russia che all’Ucraina va chiesto di sospendere ogni processo contro
presunti responsabili di crimini di guerra, perché tali processi, almeno fino a quando non
sono cessate le ostilità, non sono credibili e hanno un forte contenuto divisivo e
recriminatorio.


7. IL NOSTRO GOVERNO NON PUÒ IGNORARE LE POSIZIONI DELLA CHIESA CATTOLICA E DEL POPOLO ITALIANO
L’Italia deve diventare la sponda politica del messaggio di pace che viene da Papa
Francesco e dalla Chiesa cattolica. Il Vaticano con sempre maggiore coraggio ha promosso
una linea di pace contraria alla fornitura di nuove armi da parte dell’Occidente. E cosa c’è
di più connaturato all’identità del nostro popolo che sposare questo messaggio universale
e cattolico? Anche Papa Francesco è un pericoloso “putiniano”?
Non si tratta di esprimere un pacifismo assoluto e utopistico, ma di avere la chiara
percezione del carattere perverso e irrisolvibile di questa guerra e della funzione di
“agnello sacrificale” che il popolo ucraino sta assumendo a fronte di tensioni strategiche
planetarie. Proprio l’atteggiamento del Vaticano dimostra che una posizione di neutralità
attiva per l’Italia è fondata, non solo politicamente ma anche dal punto di vista etico e
morale.
In più bisogna rispettare la volontà degli italiani, solidali con l’Ucraina ma tutt’altro che
favorevoli a sprofondare l’Italia in questa guerra. Da fine luglio non vengono più fatti
sondaggi su questo tema. Ma l’ultimo sondaggio fatto dall’Ipsos (del 29/7/2022) ci dice che
un numero crescente di Italiani (il 47%) non si sente schierato né dalla parte della Russia né
dalla parte dell’Ucraina (gli Italiani schierati con quest’ultima sono il 44%). Ancora più nette
sono le posizioni sull’invio delle armi: dai dati pubblicati sul Fatto Quotidiano emerge che
dal 20 maggio all’8 luglio “gli italiani che pensano che bisognerebbe continuare a inviare
armi a Kiev si attestano su una media del 16% con un picco del 20% l’8 luglio”.


8. ESISTONO PAESI NATO CHE SI SONO MANTENUTI NEUTRALI SENZA SUBIRE DANNI POLITICI ED ECONOMICI
Ci sono almeno due Paesi aderenti alla NATO, l’Ungheria di Orban e la Turchia di Erdogan,
che hanno assunto posizioni di neutralità rispetto a questo conflitto, eppure non solo
hanno rafforzato la propria influenza internazionale e la propria situazione economica, ma
– nel caso della Turchia – sono stati determinanti per aprire ponti di dialogo e risolvere
questioni cruciali come quella dell’esportazione del grano.
Ma lasciare il negoziato nelle mani di un Erdogan è una scelta pericolosa, perché questo
leader è abituato a usare le guerre e loro vittime per estorcere concessioni a noi Europei.
Al contrario, se guardiamo al passato, l’Italia ha svolto al meglio il suo ruolo di alleato nella
NATO, non quando si è comportato come zelante suddito ma quando e stata capace di fare
da ponte tra l’Alleanza e i suoi nemici.
Non è questo il tempo per discutere l’attualità e l’assetto dell’Alleanza atlantica, che in
futuro deve essere profondamente rivista per consentire una vera autonomia europea, ma
già da oggi dobbiamo essere consapevoli che il Trattato istitutivo della NATO non ci obbliga
ad aderire a iniziative diverse da quelle della difesa dei paesi membri ed è quindi
compatibile con una posizione di “neutralità attiva” in questa guerra.
Inoltre, la NATO ha un ambito di operazioni ben definito geograficamente, impegnare tale
Alleanza anche contro la Cina – come l’ultimo Concetto Strategico adottato dal Vertice
NATO di Madrid nel giugno scorso lascia intendere – rappresenta un’ulteriore, pericolosa,
escalation.


L’INIZIATIVA ITALIANA PER UNA CONFERENZA DI PACE EUROPEA
Nessuno vuol abbandonare il popolo ucraino al proprio destino, né rimanere indifferenti
rispetto all’invasione di uno Stato sovrano (auspicando che nel futuro si tenga lo stesso
atteggiamento anche quando a invadere saranno non la Russia ma le potenze occidentali),
ma il Governo italiano, insieme a quello francese e tedesco, hanno il dovere di delineare un
piano di pace realistico, senza delegare agli USA e agli eurocrati di Bruxelles questo
compito.
Proviamo ad indicare i punti di un possibile piano di pace da proporre con continuità e
determinazione, in collaborazione con tutte le organizzazioni internazionali e gli Stati
consapevoli dei pericoli drammatici legati ad una prosecuzione della guerra. Il momento
per rilanciare le trattative è proprio questo, in cui la Russia sta completando il suo controllo
del Donbass e deve quindi essere fermata prima di andare oltre nell’invasione.

9. NEGOZIARE LA FINE DELLE AUTO-SANZIONI, OTTENERE SUBITO LA FORNITURA DEL GAS NECESSARIO ALL’ITALIA
Il primo passo deve essere quello di mettere sul tavolo europeo l’insostenibilità economica
delle “auto-sanzioni” che sono state finora applicate. In più l’Italia deve dire con chiarezza
che non intende mantenersi solidale sulla strada delle sanzioni se i principali nodi
economici europei – a cominciare dal prezzo del gas – non saranno subito sciolti e se alcuni
paesi membri o alleati continueranno a lucrare sulle nostre difficoltà.
Aprire, parallelamente alla definizione di una posizione politica di “neutralità attiva”, un
negoziato autonomo con la Russia per verificare la possibilità di ottenere, come ha fatto
l’Ungheria di Orban, le forniture di gas a un prezzo sostenibile per la nostra economia. La
trattativa in Europa sulle sanzioni deve essere messa in parallelo a quella con la Russia per
la fornitura del gas, perché solo così faremo scendere le autorità di Bruxelles dal loro
piedistallo di utopismo e di arroganza.


10. STOP DELL’INVIO DI ARMI IN UCRAINA PER OTTENERE UN IMMEDIATO CESSATE IL FUOCO
Proporre con chiarezza e determinazione l’immediata fine delle forniture militari
all’Ucraina in cambio di un altrettanto immediato cessate il fuoco, come primo necessario
passo per avviare il dialogo e le trattative. Fino ad ora gli USA e i paesi europei si sono limitati a chiedere ai russi il cessate il fuoco,
senza però garantire, nel contempo, il blocco della fornitura di armamenti all’Ucraina,
alimentando così i sospetti del Cremlino che questo sia solo un trucco per dare più tempo
all’esercito di Kiev per prepararsi a proseguire il conflitto.
In attesa di una risposta da parte di tutti i contendenti, sospendere ogni invio di armi (che
spesso sono imposte a scapito della loro disponibilità per le nostre stesse Forze Armate)
come primo segnale di un cambio di atteggiamento. Un recente servizio dell’emittente
USA CBS, che a seguito di forti pressioni dell’Amministrazione Biden, non è stato più messo
in onda, ha peraltro indicato che solo un terzo delle forniture militari inviate all’Ucraina
avrebbero raggiunto la linea del fronte.


11. NEUTRALITÀ DELL’UCRAINA, CON UN IMPEGNO RAFFORZATO A NON ADERIRE A NESSUNA ALLEANZA MILITARE
Sul tavolo delle trattative deve essere messo l’impegno rafforzato (ovvero sancito sul piano
costituzionale) dell’Ucraina a non aderire a nessuna alleanza militare, escludendo ogni
prospettiva di adesione alla NATO, oggi prevista proprio all’interno della Costituzione.
Tutti i paesi che sottoscriveranno il Trattato di Pace devono impegnarsi a tutelare la futura
integrità territoriale dell’Ucraina e a difenderla nei confronti di qualsiasi minaccia esterna.

 

12. PIENO RICONOSCIMENTO INTERNAZIONALE DEL REFERENDUM SULL’INGRESSO DELLA CRIMEA NELLA FEDERAZIONE RUSSA.
Continuare a porre il problema dell’annessione della Crimea è la dimostrazione del
carattere irrealistico di ogni trattativa finora proposta alla Russia. La Crimea, storicamente,
ha sempre fatto parte della Russia, venne “regalata” all'Ucraina nel 1954 dall'allora leader
sovietico Nikita Krusciov per celebrare i 300 anni dell'unione tra i due Paesi e ha sancito il
ritorno a Mosca già da 8 anni con un voto del suo Parlamento e con un referendum,
giuridicamente controverso ma ampiamente partecipato.

 

13. REFERENDUM SOTTO IL CONTROLLO INTERNAZIONALE SUL FUTURO DELLE
REPUBBLICHE POPOLARI DI DONECK E DI LUGANSK

Il nodo cruciale dal Donbass deve essere sciolto passando attraverso il principio
dell’autodeterminazione dei popoli, riconosciuto dalla Carta delle Nazioni Unite. Anche il
Gen. Vincenzo Camporini – ex capo di stato maggiore della difesa non certo sospettabile di
simpatie putiniane – ha proposto la soluzione di «un referendum gestito a livello
internazionale dall’OSCE». Oggi la Federazione Russa sta organizzando autonomamente questo referendum che, al di
là dell’afflusso e dei risultati, non sarebbe riconosciuto a livello internazionale e
diventerebbe fonte di nuovi contenziosi futuri.
Per questo bisogna permettere alle popolazioni della Repubblica Popolare di Doneztk e
della Repubblica Popolare di Lugansk di scegliere il proprio futuro attraverso un
referendum, gestito sotto il controllo di una organizzazione internazionale (l’OSCE o
l’ONU), indetto dopo il termine delle ostilità e sulla base dei censimenti antecedenti al
2014.
Nel Trattato di pace deve essere prevista la tutela delle minoranze etniche all’interno di
queste due repubbliche. Fino allo svolgimento del referendum e al pieno riconoscimento
dei suoi risultati, nel territorio delle due repubbliche può essere resa operativa una forza di
interposizione ONU.

14. IMPEGNO RAFFORZATO DELLA RUSSIA A NON METTERE NUOVAMENTE IN
DISCUSSIONE I CONFINI CON L’UCRAINA E A NON INTERFERIRE SULLA SUA VITA
POLITICA INTERNA

Il Trattato di pace deve tutelare la sovranità dell’Ucraina, l’intangibilità dei suoi nuovi
confini, la non interferenza nei suoi processi democratici e nella sua vita politica interna. In
questa sovranità deve essere ricompresa la scelta di aderire o meno all’Unione Europea, su
cui sono state avviate le procedure di adesione. La Russia deve sancire queste decisioni con
una procedura legislativa rafforzata di rango costituzionale.

15. PIANO INTERNAZIONALE PER LA RICOSTRUZIONE CON LA PARTECIPAZIONE DELLA RUSSIA AL RISARCIMENTO DEI DANNI DI GUERRA IN UCRAINA E LA PARTECIPAZIONE DELL’UCRAINA AL RISARCIMENTO DEI DANNI DELLA GUERRA CIVILE IN DONBASS.
Dopo mesi di guerra sul territorio ucraino e anni di guerra civile nel Donbass bisogna
garantire la ricostruzione, il risarcimento dei danni subiti dalle popolazioni civili e la
possibilità di innescare un nuovo sviluppo economico. Per questo è necessario varare un
piano internazionale per la ricostruzione dell’Ucraina e delle Repubbliche di Doneztk e di
Lugansk, con la partecipazione della Federazione Russa al risarcimento dei danni di guerra
relativi a infrastrutture civili e patrimoni privati in Ucraina e la partecipazione dell’Ucraina
al risarcimento dei danni relativi a infrastrutture civili e patrimoni privati causati dalla
guerra civile in Donbass prima dell’intervento russo.

Roma, 5 settembre 2022
Comitato “Fermare la guerra”
Per adesioni e informazioni: fermarelaguerra@gmail.com - Cell: 3757813834

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