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Betlemme: Caritas Baby Hospital, baluardo di solidarietà

Si sorregge grazie alle donazioni ed è un'eccellenza medica

di Corona Perer - L'ho visitato 20 anni fa ed era già una piccola potenza: per i numeri e per il ruolo che svolgeva già allora. Questo infatti è l’unico ospedale pediatrico della Cisgiordania. Il Caritas Baby Hospital fornisce assistenza a neonati e bambini fino a 16 anni, indipendentemente da origine sociale o religione. Chi può contribuisce, chi non può riceve cure gratuite.

L' Organizzazione mondiale della Sanità (OMS) nel 2015 lo ha riconosciuto e certificato come “Patient Safety Friendly Hospital Initiative". Le famiglie in Terra Santa dentro queste mura hanno una certezza: qualcuno si prenderà cura di loro senza chiedere nulla e senza discriminare.

Nel 2020 sono stati 4674 i bambini ammalati che hanno potuto usufruire delle visite ambulatoriali e sono stati più di 300 i bambini che hanno avuto bisogno di un ricovero nella terapia intensiva. Questo reparto è l'unica speranza di salvezza per i bambini tra 0 e 14 anni affetti da malattie gravi o addirittura incurabili. Come tutti i servizi del Caritas Baby Hospital, il reparto di terapia intensiva è finanziato quasi esclusivamente da donazioni ed è totalmente gratuito per tutte le famiglie bisognose.

L'ospedale è finanziato quasi esclusivamente dalle donazioni che giungono da Svizzera, Germania, Italia, Austria e Gran Bretagna. E' necessario che il flusso di aiuti non si interrompa. Un modo per 'esserci' è a portata di mano: in occasione della dichiarazione dei redditi, basta decidere di destinare il 5x1000 a favore dell'unico ospedale pediatrico in Palestina. Un gesto importantissimo: basti pensare che una sola sottoscrizione del 5x1000 vale in media 31€ cioè il valore di 3 visite di ambulatorio donate ai bambini ammalati e indigenti.

Tutto nasce nel 1952 quando padre Ernst Schnydrig, del Canton Vallese in Svizzera, arriva a Betlemme su incarico della Caritas Svizzera e constata subito la miseria della popolazione palestinese seguita alla guerra di indipendenza (secondo gli israeliani) o Nakba ("catastrofe" per  la storiografia palestinese). Centinaia di migliaia di palestinesi divenuti profughi e sfollati furono costretti a vivere in tendopoli in condizioni di grande miseria.

A Betlemme, lavorava già da tre anni Hedwig Vetter, cooperante svizzera che aveva aperto un piccolo ambulatorio per neonati. Per entrambi la cosa fu subito chiara: come cristiani si sarebbero messi al servizio delle persone della città in cui era nato Gesù. L'incontro con il medico palestinese Antoine Dabdoub pose le basi del Caritas Baby Hospital che nel 1953 veniva inaugurato come presidio di emergenza pediatrica.

 

Da allora molte cose sono cambiate (non l'emergenza palestinese purtroppo) e il Caritas Baby Hospital (CBH) dispone oggi di un poliambulatorio e di 82 letti per le degenze; ha unità di Terapia intensiva e un attrezzato poliambulatorio. L'ospedale dà lavoro a 230 persone. Dopo l'Università di Betlemme, l'ospedale è uno dei più importanti datori di lavoro della città. Il management e la direzione  è quasi completamente in mano palestinese (direttore generale, primario, direttore amministrativo e della manutenzione sono locali). Tra il personale dirigente, quasi la metà è composto da donne.

A gestire il Caritas Baby Hospital e sostenere i progetti per madri e figli in Terra Santa è la  Kinderhilfe Bethlehem, un’organizzazione di ispirazione cristiana. Esamina e delibera su tutte le questioni in modo collegiale in stretto contatto con Caritas Svizzera e la Caritas Germania e apre  i servizi ai bambini dal Sud della Cisgiordania, dai dintorni di Betlemme a Hebron .

L'ospedale si distingue anche per l'approccio terapeutico: apertura totale a ogni ceto, coinvolgimento e formazione delle madri nelle cure. "Possono dormire nell’appartamento a loro destinato in Ospedale, restando sempre vicine ai figlioletti malati, il che si ripercuote positivamente sul benessere e sul processo di guarigione dei piccoli. Durante il soggiorno vengono istruite su malattie ereditarie, alimentazione, igiene, oltre a ricevere un sostegno psicologico. Tutto questo serve a rafforzarle e sostenerle" aggiungono gli operatori.
 

 

L'ospedale si trova nel cuore del conflitto: sorge a circa 500 metri dal muro che Israele ha costruito per dividere Betlemme da Gerusalemme. I palestinesi possono attraversare il check-point che separa le due realtà soltanto con un permesso dell'esercito israeliano e questo limita enormemente la mobilità della popolazione della Cisgiordania. A causa dei posti di blocco o dei checkpoint, i piccoli pazienti e il personale sono talvolta costretti a fare giri più lunghi per arrivare in Ospedale.

L'ospedale è ovviamente neutro: nessuno degli operatori prende posizione sulla situazione politica in Israele e nei Territori palestinesi occupati. L'imperativo etico è offrire i migliori servizi pediatrici possibili ai bambini di Betlemme e della Regione, indipendentemente da religione o status sociale collaborando a livello medico con strutture ospedaliere palestinesi a Gerusalemme Est, con ospedali israeliani e con l’Università di Betlemme ai cui studenti offre la possibilità di fare stage.

Le immagini che vedete in questa pagina sono state autorizzate dalle famiglie dei pazienti: vogliono che si veda il loro sorriso nonostante la difficoltà di vivere, ammalarsi e cercare di guarire in una zona del mondo così difficile. Per loro questo ospedale è l'unica chance, non una struttura improvvisata ma una vera eccellenza.

Un ruolo fondamentale nella gestione del Caritas Baby Hospital lo hanno svolto per molti anni  le suore Elisabettine di Padova. Da una loro intuizione è venuta la play room con  giochi per i bambini, computer e piccoli banchi per disegnare e leggere anche questa realizzata grazie alle donazioni raccolte dall’associazione Aiuto Bambini Betlemme.

Ma a fine 2020 le suore Francescane Elisabettine di Padova che curavano il settore infermieristico hanno dovuto rientrare in Italaia su decisone della Congregazione delle Suore Elisabettine. La notizia aveva colto di sorpresa e impreparati tutti, specie i palestinesi che da questo ospedale hanno ricevuto, nonostante la perenne emergenza civile, un grande aiuto e cure di qualità.

Il distacco da Suor Lucia, Suor Gemmalisa e Suor Erika è stato duro dopo tanti anni di servizio. Il motivo della partenza la perdurante crisi delle vocazioni: in Italia oltre il 70% delle Suore Elisabettine ormai ha più di 70 anni, e una parte molto significativa è malata o non autosufficiente. La congregazione si trova così a doversi riorganizzare.

E la struttura paestinese come ha reagito? "I dipendenti dell'ospedale e la comunità locale di Betlemme hanno contestato questa decisione, tanto da pensare addirittura di chiedere al Patriarca di intervenire, ma sono state le stesse Sorelle in servizio all'ospedale a chiedere a tutti con forza di affidarsi al disegno più grande cheloro stesse dovevano accettare" spiega Riccardo Friede che segue da vicino i sostenitori. E l'Ospedale è comunque andato avanti.


Per saperne di più www.aiutobambinibetlemme.it
> donazioni
 


Autore: Corona Perer

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