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Egitto, vietato esprimere dissenso

Massicce violazioni di diritti umani nelle ultime proteste

(le foto di questa pagina: Amnesty International) - Le forze di sicurezza egiziane hanno represso le manifestazioni delle ultime settimane utilizzando gas lacrimogeni, manganelli, pallini da caccia e in un caso proiettili veri e arrestando centinaia di persone, molte delle quali sottoposte a sparizione forzata.

Secondo una coalizione di avvocati per i diritti umani, le persone attualmente in stato di detenzione per vaghe accuse di terrorismo e di partecipazione a proteste sono almeno 496. Vi sono stati anche due morti.

Amnesty International ha intervistato testimoni oculari e avvocati ed esaminato immagini filmate delle piccole e sparute manifestazioni, iniziate a metà settembre in diverse zone povere contadine e urbane dell’Egitto soprattutto per protestare contro le demolizioni degli alloggi non registrati al catasto e una legge sulla sanatoria delle abitazioni abusive.

“Abbiamo visto forze di sicurezza armate di fucili, mezzi pericolosi e non indicati per fronteggiare le proteste. Le autorità egiziane devono indagare urgentemente sulla morte di due uomini”, ha dichiarato Philip Luther, direttore delle ricerche sul Medio Oriente e l’Africa del Nord di Amnesty International.

“Centinaia di persone, compreso chi non stava neanche prendendo parte alle manifestazioni, si trovano ora in carcere. Le autorità hanno ancora una volta fatto ricorso alle consuete tattiche di violenza e arresti di massa per mandare il chiaro messaggio che non sarà tollerata alcuna forma di protesta. Chiediamo il rilascio immediato e incondizionato di tutti coloro che sono stati arrestati solo per aver esercitato i diritti alla libertà di espressione e di manifestazione pacifica”, ha aggiunto Luther.

L' uso della forza non necessaria è documentato da video e immagini. Dal 10 al 29 settembre, secondo varie organizzazioni non governative per i diritti umani, la polizia egiziana ha arrestato tra le 571 e le 735 persone (tra cui tre donne) di età compresa tra 11 e 65 anni.
Nei giorni che hanno preceduto il primo anniversario delle manifestazioni contro il governo del 20 settembre 2019, gli agenti di polizia hanno fermato a caso persone che camminavano in strada, soprattutto nella zona centrale del Cairo, ordinando loro di consegnare i telefoni cellulari. Alcune di loro, dopo essere state brevemente trattenute e interrogate sul contenuto della memoria dei loro cellulari o sulla loro vita privata, sono state rilasciate.

Le accuse riguarderebbero, secondo quanto detto a voce dai procuratori, “militanza in un gruppo terrorista”, “uso improprio dei social media”, “diffusione di notizie false”, “finanziamento di un gruppo terrorista”, “partecipazione a raduni illegali” e “incitamento a prendere parte a raduni illegali”. Per tutti sono scattati i primi 15 giorni di detenzione preventiva.

Il 27 settembre la procura ha ordinato il rilascio di 68 minorenni arrestati nel corso di quelle che sono state definite “rivolte”. Secondo Amnesty International, si tratta di persone di meno di 15 anni. Altri minorenni restano in carcere. Secondo la Commissione egiziana per i diritti e le libertà, almeno 115 arrestati restano trattenuti in località ignote.
 

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Arabia, Iran, Africa: il controllo sociale è molto stretto 
Massicce violazioni di diritti umani

(25 Febbraio 2019)  - Un dossier di Amnesty International denuncia  il giro di vite nei confronti del dissenso e della società civile si è significativamente intensificato in Arabia Saudita, Egitto e Iran, tre stati emblematici dell’inadeguatezza della risposta internazionale a clamorose violazioni dei diritti umani da parte dei governi.

In Iran le manifestazioni, costanti durante tutto l’anno, sono state soppresse violentemente e migliaia di persone sono state arrestate e imprigionate. Tuttavia l’Unione europea, che ha in corso un dialogo sui diritti umani con questo stato, è rimasta muta.

Nel 2018 la compiacenza della comunità internazionale verso le massicce violazioni dei diritti umani negli stati citati ha incoraggiato i governi a commettere spaventose violazioni dei diritti umani e dato loro la sensazione che non verranno mai chiamati a risponderne alla giustizia.

L’analisi illustra come le autorità di tutta la regione abbiano spudoratamente portato avanti brutali campagne repressive per stroncare il dissenso e colpire manifestanti, società civile e oppositori politici, spesso col tacito sostegno di alleati potenti.

La sconvolgente uccisione di Jamal Khashoggi nell’ottobre 2018 ha provocato un oltraggio senza precedenti a livello globale, costringendo l’Arabia Saudita a indagare e addirittura spingendo alcuni stati a prendere decisioni raramente viste in passato. Nel corso del 2018 - infatti -  Danimarca, Finlandia, Norvegia e Olanda hanno sospeso le forniture di armi alla coalizione guidata dall’Arabia Saudita. Al contrario Stati Uniti, Regno Unito e Francia hanno proseguito, tra gli altri, a esportare armi che hanno consentito alla coalizione di colpire civili, scuole e ospedali in Yemen, in violazione del diritto internazionale. Sul piano interno, in Arabia Saudita è proseguito il giro di vite contro gli attivisti della società civile e uomini e donne protagonisti di campagne sui diritti delle donne sono stati imprigionati e sottoposti a torture.

“È giunto il momento che il mondo segua il cammino di Danimarca, Finlandia, Norvegia e Olanda che hanno sospeso le forniture di armi alla coalizione guidata dall’Arabia Saudita e hanno dato il chiaro segnale che violare i diritti umani ha evidenti conseguenze”.

Amnesty International sta chiedendo a tutti gli stati di sospendere immediatamente la vendita o il trasferimento di armi sia a tutte le parti coinvolte nel conflitto dello Yemen che a Israele fino a quando non vi sarà più il concreto rischio che tali armi potranno essere usate per compiere o facilitare gravi violazioni del diritto internazionale dei diritti umani o del diritto internazionale umanitario.

Stati come la Francia e gli Stati Uniti hanno continuato a fornire armi anche all’Egitto, che le ha impiegate a scopo di repressione interna nell’ambito di un massiccio giro di vite sui diritti umani.  Gli Stati Uniti si sono impegnati a fornire a Israele aiuti militari nei prossimi 10 anni per un valore di 38 miliardi di dollari, nonostante l’impunità di cui beneficiano le forze israeliane e il gran numero di violazioni dei diritti umani che esse continuano a commettere nei Territori occupati palestinesi.

Secondo il Centro palestinese per i diritti umani, l’anno scorso nella Striscia di Gaza le forze israeliane hanno ucciso almeno 180 manifestanti, tra cui 35 minorenni, nel corso delle proteste per il diritto al ritorno dei rifugiati. Il Consiglio Onu dei diritti umani ha istituito una commissione d’inchiesta ma Israele ha rifiutato di cooperare e le pressioni perché collaborasse sono state scarse se non nulle.
(febbraio 2019)

 

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