Arte, Cultura & Spettacoli

La triste memoria dei Kapò

Leggere la Shoah - Aleksandar Tišma racconta

Già nella “Banalità del male” di Hannah Arendt emerge la straordinaria (e sconvolgente) normalità che portò all’orrore della Shoah.
“Kapò” scritto da Aleksandar Tišma  svela la routine del lavoro quotidiano del Kapò nel campo di sterminio attraverso la storia di un sopravvissuto che vive da grigio impiegato di provincia solitario e ritirato, assediato da colpe che ritornano attraverso un’ombra.

Il suo incubo ricorrente è una figura che non dà tregua: Helena Lifka, prigioniera ebrea su cui più volte aveva esercitato il suo potere di aguzzino e che, unica tra tutte le sue vittime, è riuscita a salvarsi.

Il libro di Tišma fu consegnato alle stampe nel 1988 cinque anni prima di morire (nel 2002 a ottant’anni), ma in Italia era opera sconosciuta nonostante lo scrittore sia stato uno dei più celebri e apprezzati della ex Jugoslavia, tradotto in una ventina di lingue, amato sia dal pubblico sia dalla critica.

In Italia era ignoto fino a quando Zandonai Editore di Rovereto (casa editrice oggi cessata), non lo ha scovato acquisendone i diritti. Giuliano Geri, all'epoca direttore editoriale, ne volle fortemente la pubblicazione perchè il libro è un grande affresco sui temi del perdono e della colpa, un romanzo intenso che è al tempo stesso un prezioso documento storico e un incontro tra letteratura e memoria. L’edizione si avvalse di Alice Parmeggiani tra le migliori traduttrici italiane dal serbo ed anche i figli di Tišma hanno dato con entusiasmo assenso al progetto.

Di padre serbo e di madre ebrea ungherese, Tišma riuscì a sfuggire alla deportazione degli ebrei di Novi Sad, la città in Vojvodina dove crebbe - e dove è ambientata la maggior parte dei suoi romanzi e racconti - rifugiandosi a Budapest, dove ebbe modo di studiare economia e letteratura francese, prima di essere trasferito in un campo di lavoro in Ungheria e di aderire poi al movimento di liberazione jugoslavo.

In “Kapò” descrive un’identità perennemente in bilico: un ebreo che ripudia la propria ebraicità, un aguzzino che accetta e al tempo stesso rifiuta la propria responsabilità, un uomo dilaniato dalle ossessioni del passato che tenta il suicidio e disperatamente si aggrappa alla vita e all’unico fine che la giustifica, vale a dire l’incontro con la sua ex vittima. Per questo il protagonista compie un duplice viaggio a ritroso: all’interno del proprio sé, della propria coscienza - attraverso frammenti di passato che tornano ossessivamente alla memoria - e un viaggio nella ex Jugoslavia alla ricerca della propria vittima sacrificale, nella convinzione che solo lei potrà giudicarlo e magari assolverlo.  

Questo autentico capolavoro rimase sconosciuto a lugo in Italia, mentre Tišma era un autore molto noto in Francia e Germania. Pur pubblicato da prestigiose case editrici  come Garzanti, Jaca Book e Feltrinelli (che però si sono limitate a proporre un solo titolo), non ha trovato chi davvero credesse nel valore letterario della sua opera. E il valore del libro risiede anche sulla sua letteratura, sul  ‘come’ viene presentato il tema della colpa e del perdono,  ricorrente anche in altri  romanzi di Tišma dove spesso emerge il confine labile tra vittime e carnefici, storie di ordinaria efferatezza e di piccole pavidità umane.

Una straordinaria testimonianza di quella che fu la persecuzione ai danni degli ebrei e la terribile esperienza dei lager con una potenza descrittiva pari a quella di Primo Levi.
 


Autore: Corona Perer

www.giornalesentire.it - riproduzione riservata*

Commenti (0)