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Christiane Liermann: ''Nessun popolo è leader''

Perchè le nazioni falliscono? Il progresso secondo Antonio Rosmini

di Corona Perer - Tutto da rivedere il concetto secondo il quale gli Stati Uniti sono la casa della democrazia, i depositari della libertà. Tant'è che nella seconda metà del '900 si sono sentiti titolati ad esportare la democrazia, fomentando nuove guerre o incediandole. Pensiamo all'interventismo in Afghanistan o alle primavere arabe. Siamo allora certi che queste frasi siano fondate? O non saranno dei clichè dentro i quali ci rifugiamo per spiegarci la storia?

In realtà nessun popolo è leader. A dirlo fu Antonio Rosmini il quale spiegò cosa determina il progresso. E sorpresa: non viene nemmeno dal buon governo.

Il filosofo aveva una visione sociale data da governi repubblicani inclusivi, aperti alla partecipazione, stabili e capaci di una sovranità distribuita e società con una forte percezione del bene comune e dei valori costitutivi della propria identità. Christiane Liermann segretario generale del Centro Italo-Tedesco per l’Eccellenza europea “Villa Vigoni” di Como spiega che nel pensiero rosminiano (laico anche quando definisce la storia ''teatro'' della teologia), il despota è soltanto una forma di decadenza.

La prof.ssa Liermann si è occupata da anni del pensiero politico e morale rosminiano e un filo rosso dei suoi studi è anche costituito dalle relazioni politiche e culturali tra Italia e Germania, con un interesse particolare per le questioni confessionali e religiose. I cardini del pensiero politico sono di eccezionale modernità. "Secondo Rosmini è qualità di un governo progredito la stabilità, che è un prerequisito e un valore in sé per poter lavorare al progresso".

“Per capire il concetto di futuro e progresso in Rosmini occorre capire come lui intendesse il senso della storia cioè il suo fine” afferma la studiosa. “Secondo Rosmini senza teologia la storia non ha senso. La storia intesa come evoluzione dei popoli trova il suo senso nella presenza diretta e costante di Dio nella storia dell’Uomo, le cosiddette vestigia dei”. La storia secondo Rosmini non si muove in modo lineare e progressivo, ma circolare ed ellittico, e i dati materiali (ovvero il benessere dei popoli di cui parlò anche Melchiorre Gioia) non possono essere utili a definire una società più o meno progredita.

Rosmini riteneva che nessun popolo potesse rivendicare un ruolo esclusivo nel progresso umano: in un secolo che ancora pregava contro chi aveva mandato a morte Gesù, affermò la non plausibilità di un popolo eletto.

“Il progresso di una società non è frutto della capacità di chi governa ma della capacità di adattamento delle società al loro tempo. E' la necessità, secondo Rosmini, che determina la risposta adattiva dei popoli producendo il loro progresso” afferma la  prof.ssa Liermann. “Semmai è come la società condivide il concetto di bene comune e il contesto valoriale a dire la sua maturità”.

E dunque sono “progresso” i governi includenti e repubblicani, capaci di una sovranità distribuita e di favorire la partecipazione.

“L’instabilità è una conseguenza dell'abbandono dei principi fondativi, un tempo condivisi tra coloro i quali hanno costituito le società” afferma Liermann. La recente storia dell’Europa che per esempio non è stata capace di darsi una costituzione o di riconoscere le proprie radici cristiane dovrebbe far riflettere.

Guardando il mondo con gli occhi del Rosmini, sarebbe discutibile  anche l'idea di una crescita illimitata dominata da performance economiche come si vorrebbe in temi odierni in cui pare che la mancata crescita sia il problema dei problemi. “Tutte le società possono andare in crisi, il cristianesimo da questo punto di vista non ha alcun ruolo, ma non basta l'agire economico” spiega la studiosa.

Anche  la resistenza al progresso o negare il progresso (che possiamo individuare nel concetto di decrescita felice) è di per sè negativa. “La società ha infatti un moto continuo e deve rinnovare, non deve restaurare”. Il filosofo sosteneva  che i popoli sono immortali in quanto tutte le società – anche le più deboli - concorrono ai destini del mondo. Grazie ad una sorta di compensazione anche le società più fragili possono salvarsi per la loro qualità intrinseca.

In Rosmini sono 3 le dinamiche decisive per il progresso di una società umana: stabilità, diritti e flessibilità. Il cittadino viene inteso non solo come portatore di diritti ma anche di valori. Quanto all'impegno in politica, non deve essere attività di pochi eletti bensì Res-pubblica cioè affare di tutti. Lo Stato moderno deve soprattutto fondarsi sulla stabilità, che è un valore in sé fondamentale per produrre un progresso che riesce a fiorire solo quando il potere politico si dota autonomamente di una costituzione e di un sistema flessibile, cioè aperto a possibili sviluppi futuri.

Dunque un sistema di  pensiero in cui l'Europa pare proprio quello stato “che vive di presupposti che non sa garantire” come scrisse nel 1967 Ernst-Wolfgang Böckenförde filosofo, giurista e saggista tedesco. Ma il primo a dirlo era stato Antonio Rosmini! E basta guardarsi attorno: all'Europa manca la Costituzione e soprattutto non è stata in grado di garantire, esprimere e dichiarare la sua identità fondata su solide radici cristiane. Ha cioè abbandonato i suoi principi fondativi.

Due studiosi americani, Daron Acemoglu e James Robinson autori di in un saggio dal titolo “Why Nations Failed” ("Perchè le nazioni falliscono"), hanno praticamente ripreso le tematiche rosminiane affermando – come fece Rosmini - che l’esistenza di elite egoistiche e corrotte non possono certamente portare al progresso di una società a cui non basta l'agire economico: serve una chiara nozione di “bene comune” e un sistema di “diritti”. Serve dunque un contesto sociale dove il  governo repubblicano è includente, agisce con una sovranità distribuita e favorisce la partecipazione.

Andasse a Strasburgo o a Bruxelles, oggi, il prete filosofo scuoterebbe gli animi delle elite che la stanno governando.

 

 


Autore: Corona Perer

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