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Covid19: ricordate la caccia agli untori?

Ora è notorio: contagiano anche i vaccinati

All'inizio della pandemia il problema stava soprattutto nei controlli della Polizia, nell'avere o meno l'ultimo modello di autocertificazione, e fioccavano le multe. Si è poi scoperto che il 95% dei fermati era in regola. Da allora (ed è trascorso più di un anno) non passa giorno che non ci sia un report sui casi del giorno, non passa giorno che non si sia informati sull'andamento delle vaccinazioni, sulle varianti dei virus. C'era una volta la Delta, poi la Delta Plus, poi la Omicron, la Lambda. E nuove paure si installano su quelle che già erano presenti.

E' stato infatti chiarito che il cosiddetto vaccino non immunizza ma mette al riparo dei casi più gravi tant'è che possono essere contagiosi anche...i vaccinati. E soprattutto chi è vaccinato si può reinfettare. Leggi qui

Nonostante ciò fior di giornalisti  sentenziano sul mondo dei buoni e dei cattivi. Guardate questo mix di post di Tiziana Ferrario, una giornalista che per anni è entrata nelle nostre case a bordo della corazzata del TG1. "Chi è contro greenpass vaccino e controlli è un alleato del virus. Ama i lockdown e rovina l'economia, soprattutto è inaffidabile e inadatto a vivere in una comunità". Firmato Tiziana Ferrario, giornalista professionista.
Leggiamo e, come direbbe Zaia-Crozza, ...ragioniamoci sopra.

La domanda è: esistono davvero persone inadatte a vivere in una comunità?
Sa la giornalista che esiste il concetto di ''persona'' detentrice del diritto inalienabile alla vita?
Cosa propone la giornalista? Il ghetto per questi inadatti?



Secondo uno studio coordinato dall’Università di Trento l’informazione giornalistica sulla malattia e la relativa preoccupazione per la pandemia sarebbero i fattori che più spiegano la percezione del rischio e favoriscono, di conseguenza, l’adozione di misure di protezione. Così un team di ricerca, coordinato dall’Università di Trento, ha studiato il legame tra media, preoccupazione per la malattia e percezione del rischio di contagio da Coronavirus.

La ricerca ha coinvolto un campione di 547 persone residenti in Italia, nel Regno Unito e in Austria. I risultati sono stati illustrati sulla rivista scientifica “Frontiers in Psychology”. Emerge che la preoccupazione per il contagio e la percezione del rischio sarebbero strettamente collegate all’informazione mediatica sull’epidemia e predisporrebbero la popolazione ad assumere misure e comportamenti a tutela della protezione personale e collettiva.

«Abbiamo deciso di analizzare i processi che sottendono alla decisione di rispettare le misure di auto-protezione e che sono un fattore essenziale per fare una comunicazione efficace durante la pandemia. Il rispetto dei comportamenti di sicurezza da parte della cittadinanza è infatti determinante perché abbiano successo gli sforzi per contenere la diffusione del Coronavirus» spiega Nicola Bonini, professore di Psicologia del comportamento del consumatore e direttore del Laboratorio di Neuroscienze del Consumatore (NcLab) al Dipartimento di Economia e Management dell’Università di Trento.

Nello studio sono stati misurati i parametri relativi alla percezione del rischio di contrarre l’infezione e all’impegno effettivo della popolazione dei tre paesi nel rispettare le misure di auto-protezione.

«L’analisi mostra che tanto maggiore è la reazione emozionale negativa (es. preoccupazione) nei confronti del Coronavirus, tanto maggiore è la percezione del rischio e, a cascata, tanto più la cittadinanza è disponibile ad attuare un comportamento protettivo, ad esempio vaccinarsi».

Alla lavagna il prof di matematica scriverebbe CVD: come volevasi dimostrare.
E avanti con la infodemia.

 

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